Il Parlamento ripudia quell’atto, come di re non libero, e accetta la sfida di guerra con quel fragore che sembra coraggio ed è rispetto umano; armansi fino i fratelli e amici del re; i veterani tornano volenterosi alle bandiere, che ricordavano recenti vittorie; i giovani vi sono spinti dalle mogli, dalle madri, dall’esempio; trentaduemila vecchi e quarantaduemila soldati nuovi sono in armi, si restaurano le fortezze, preparansi bande a guerra paesana, difendesi il mare; eppur si vieta agli armatori del pari che all’esercito d’uscire dai confini per non parere aggressori. Se poco era mancato perchè Murat riuscisse nella guerra offensiva, quanto più facilmente basteranno ora alla difensiva?
Ma l’esercito costituzionale era nuovo, e scarso di disciplina come avviene nelle rivoluzioni; insufficienti l’armi e i viveri; impacciate le operazioni dal rispetto al confine forestiero, e dalla discrepanza dei due generali Carascosa e Guglielmo Pepe. Il primo mena un corpo sulla strada di Roma fra Gaeta e gli Appennini, donde più probabilmente aspettavansi gli Austriaci; ma accortisi quanto le parole distassero dalla realtà, consiglia di patteggiare cogli Alleati. Pepe, con disordinate e sprovvedute cerne ch’egli supponeva eroi, munisce gli Abruzzi, per dove appunto si accostano i nemici, secondati dalla flotta dell’Adriatico, e dietro a loro Ferdinando, ingiungendo ai sudditi (27 febb.) d’accogliere gli Austriaci come amici. O per baldanza di far parlare di sè almeno un giorno, o spintovi dai sellarj di cui era stromento, Pepe, quantunque tenesse ordine di limitarsi sulla difensiva, e senz’avere nè concertato con Carascosa, nè preparato i rifugi da una sconfitta, fa una punta sopra Rieti, sperandosi secondato da insorgenti Papalini: ma un corpo di cavalleria austriaca accorrendo gli rapisce la sua posizione; quando vuole riprenderla è battuto (6 marzo), e i Tedeschi occupano le gole di Antrodoco e Aquila, porte del regno.
È insulto gratuito il trattare da vili le truppe napoletane. Non aveano coraggiosamente combattuto in terra e sul mare a Tolone e in Lombardia ne’ primordj della rivoluzione? se nel 1798 furono sbaragliate, la colpa ricade sul generale Mack, straniero, presuntuoso e troppo fidente in reclute, malgrado gli ammonimenti di Colli e di Parisi. Ritiratosi in fuga l’esercito, cedute le fortezze, il popolo, i lazzaroni teneano testa a Championnet, se i loro capi non gli avessero quietati. L’assedio di Gaeta e di Civitella del Tronto nel 1806, i briganti delle Calabrie, i tentativi realisti della Sicilia fecero costar caro ai Francesi l’acquisto del Reame; uniti poi ad essi, i Napoletani combatterono con buona sentita in Ispagna e in Russia. Perchè sarebbero stati vili soltanto all’Antrodoco? Ben vuolsi avvertire che sempre mutabili governi aveano ad ogni momento introdotto cangiamenti di disciplina e di tattica, sicchè l’esercito, stato alla spagnuola fino al 1780, barcollò poi fra la tattica prussiana e la francese; tornò francese sotto Murat; pigliò dell’inglese dopo unitovi il siciliano, sotto lo straniero Nugent; tirocinio continuo che togliea vigore, oltre che la gelosia de’ realisti aveva rimossi molti uffiziali muratiani.
Qui poi erasi creduto che una rivoluzione tutta interna ed unanime non abbisognerebbe d’armi; come il vanto più bello cantavasi il non essere costata una stilla di sangue[178]; col restare inermi voleasi e mostrar fidanza nella propria causa, e togliere ad altri il pretesto d’intervenire col togliere la paura che s’invadesse il paese altrui, perciò ricusando, non solo di eccitare i vicini Stati, ma neppur d’accettare Benevento e Pontecorvo, insorte contro il dominio papale. Quindi il precipitoso armarsi dopo che il pericolo si manifestò, gli scarsi provvedimenti, le rivalità fra i due capitani, la persuasione dell’inettitudine della proclamata costituzione e dell’inutilità del resistere, comunicatasi dalla moltitudine all’esercito, l’inesperienza d’un Governo improvvisato, a fronte d’uno che procedea con fine determinato e colle spalle munite, bastano a spiegare le rotte, senza ricorrere al solito macchinismo de’ libellisti, tradimento e viltà, apposti anche a nomi onorevoli.
Quel popolo vivo, chiassoso, scarso di bisogni, lieto di starsi contemplando lo splendido cielo e il mare ondeggiante, e che considera libertà il non far nulla, come avrebbe inteso queste metafisiche liberali, che cominciavano con una menzogna, e sospendeano a mezzo le conseguenze? Poi tali scosse di popoli traggono sempre alla superficie la feccia, e questa è la più attuosa; oltre coloro che del nome di libertà fansi un talismano con cui guadagnare e dominare. Nella breve durata, il Parlamento avea mostrato facondissimi oratori, principalmente Poerio, Borelli, Galdi, e qualche pensatore, come Dragonetti e Niccolini: valenti ministri parvero Tommasi e Ricciardi: proposizioni savie non erano mancate: non si sciupò il denaro pubblico, e più d’uno del governo dovette andarsene pedone, e ricevere le razioni dell’Austria per arrivare ai luoghi ove questa li relegava.
Il Parlamento in agonia dirigesi al vecchio re, supplicandolo «comparire in mezzo al suo popolo, e svelare le sue intenzioni paterne senza intervenzione di stranieri, acciocchè le patrie leggi non rimangano tinte dal sangue de’ nemici o de’ fratelli»; ma gl’invasori non si arrestano, ed entrano in Napoli (24 marzo); il Parlamento, per l’eloquente voce del Poerio, protesta avanti a Dio e agli uomini per l’indipendenza nazionale e del trono, e contro la violazione del diritto delle genti, e si scioglie.
Pari sorte corse la Sicilia. Soli i Messinesi risolsero sostenersi e il generale Rossarol che comandava la guarnigione, prendea parte con loro (28 marzo); ma non secondato dalle altre città, egli andossene a combattere in Ispagna e morire in Grecia; e Messina cedette. L’occupazione austriaca costò trecencinquanta milioni di franchi[179]; un milione fu regalato al generale austriaco Frimont col titolo di principe d’Antrodoco; e con enormi prestiti bisognò coprire le enormi spese.
Allora cominciansi i processi; e ad una commissione speciale sottoposti quarantatre, principali nel movimento di Monforte; cioè in un fatto innegabile, ma sancito dalla posteriore adesione del re e della nazione, dopo molti mesi si condannano trenta a morte, tredici ai ferri. Morelli e Silvati, presi a Ragusi nel fuggire e consegnati, sono uccisi; agli altri grazia; condannati molti in Sicilia a cagione degli assassinj; poi dall’amnistia eccettuati alcuni capi profughi come Pepe, Carascosa, Russo, Rossarol, Concili, Capecelatro, il prete Minichini; moltissimi andarono esuli. L’esercito fu sciolto, molti uffiziali degradati, altri chiusi nelle fortezze austriache; e il re soldò diecimila Svizzeri, con laute convenzioni e con diritto di codice loro proprio. Il pensiero fu messo in quarantena mediante un gravoso dazio sopra le stampe forestiere, dal che fu rovinato il commercio de’ libri, colà fiorentissimo. Canosa, tornato ministro della Polizia, l’esercita inesorabile; pubblicamente applica la frusta per mezzo alla città; empie le prigioni, moltiplica le spie; molti unisconsi in bande, consueto postumo delle rivoluzioni; lo stiletto risponde spesso alle detenzioni e alle condanne; e l’anno corre sanguinoso, quant’era stata incruenta la rivoluzione. Ferdinando stabilì che Sicilia e il Napoletano, sotto un solo re, si reggessero distintamente, con imposte, giustizia, finanze, impieghi proprj; le leggi e i decreti fossero esaminati da consulte separate in Napoli e Palermo.
La rivoluzione di Napoli non sarebbe caduta sì di corto se le fosse ita di conserva quella di Piemonte. Colla caduta dell’impero francese ricuperato l’indipendenza, il nuovo re dichiarava abolita la coscrizione e la tassa sulle successioni; Torino da capo dipartimento tornava capitale d’un regno di quattro milioni e mezzo d’abitanti: qual meraviglia se, quantunque ricevesse il regno da soldati austriaci, la Liguria da inglesi, fu accolto con tripudio il re[180] quando da Cagliari passò all’antica reggia, in vestire e contegno modesto che facea contrasto collo sfarzo del Borghese? «Non v’è cuore che non serbi memoria soave del 20 maggio 1814: quel popolo s’accalcava dietro al suo principe, la gioventù avida di contemplarne le sembianze, i vecchi servidori e soldati di rivederlo; grida di gioja, spontaneo contento dal volto di ciascuno; nobili, persone medie, popolani, contadini, tutti legava un sol pensiero, a tutti sorrideano le stesse speranze, non più divisioni, non triste memorie; il Piemonte doveva essere una sola famiglia, e Vittorio Emanuele il padre adorato». Queste parole d’un caporivoluzione[181] possono indicare che i Piemontesi erano ancora realisti, come quando l’Alfieri si lamentava che non s’udisse a Torino parlar d’altro che del re.
Beati i principi che sanno profittare di queste disposizioni! Vittorio che non avea patteggiato col forte, nè s’era avvilito a’ suoi piedi come i gran re, potea meglio di qualunque altro operare il bene: ma si conservò re patriarcale, persuaso che il regnante è tutto, ed ogni novità un male, e che i popoli devono credere altrettanto; ingannato dai soliti camaleonti, che si misero vecchie decorazioni, e calzoni corti e code, non seppe riconoscere che alcune ruine non si devono più riparare. Non punì; stracciò una lista sportagli di Framassoni e Giacobini: ma ostinandosi a ripristinare il passato, anche dopo cessate e la fiducia reciproca e l’economia d’una volta, abolì tutte le ordinanze emanate dai Francesi; ripristinò quanto essi aveano disfatto, i conventi, la nobiltà, le banalità, le commende, i fidecommessi, le primogeniture, i fôri privilegiati, gli uffizj di speziale e di causidico, le sportule de’ giudici, l’interdizione de’ Protestanti, i distintivi degli Ebrei, le procedure secrete colla tortura e le tanaglie e lo squartare e l’arrotare. L’editto 21 maggio 1814, che ripristinava le antiche Costituzioni del 1770, turbava persone e sostanze; cassati fino i grossi affitti che s’estendessero oltre il 14; sbanditi i Francesi che qui aveano preso stanza dopo il 96. Coll’ajuto del conte Cerutti e dell’almanacco 1793 rimettea persone e cose com’erano avanti la rivoluzione. Fin nell’esercito si richiamarono alle bandiere i coscritti del 1800, e poichè erano morti o invalidi, si supplì coll’ingaggio; poi si dovette tornare alla coscrizione, pur conservando gli antichi pregiudizj, escludendo l’esperienza di chi conoscea la tattica nuova sol perchè avea servito coi Francesi, e proibendo di portarne le decorazioni meritate, mentre si davano i gradi ai cadetti delle famiglie patrizie. Ma a quel suo ritornello d’aver dormito quindici anni, Potemkin segretario dell’ambasciatore russo, rispose: — Fortuna che non dormisse anche l’imperatore mio padrone, altrimenti vostra maestà non si sarebbe svegliata sul trono».