In Sicilia i Carbonari poche fila aveano, per quanto il pisano improvvisatore Sestini vi fosse andato ad annodarne; odiavasi tutto ciò che fosse napoletano, talchè nell’insurrezione di Napoli non si vide che un’occasione d’emanciparsi, e alle solennità della santa Rosalia in Palermo (15 luglio) si proclamava Dio, il re, costituzione e indipendenza da Napoli, ai tre colori unendo il giallo dell’isola; intanto si abbattono gli uffizj del bollo, del catasto, del registro, delle ipoteche, di tutto ciò ch’era venuto da Napoli; si saccheggia, s’insulta; ai soldati si tolgono i forti e le armi, e trenta sono uccisi, quattrocento feriti, sessantasei cittadini feriti e cinquantatre morti, fra cui il principe Catolica capo della guardia civica, poi i principi di Paternò e d’Aci, non meno del Tortorici console de’ pescatori; liberati prigionieri e galeotti; l’anarchia gavazza fra quella mescolanza di scarcerati, contadini, marinaj, bonache come là dicono i mascalzoni; gl’impiegati fuggono, ogni onest’uomo si trincera in casa e nell’arcivescovado[168], e la giunta provvisoria, in balìa della ciurma armata, delle vendite, de’ consoli d’arte, di frate Vaglica, non trovavasi nè denaro nè forza nè senno. Intanto i nobili vogliono la costituzione siciliana; i settarj la napolitana; onde ai valli di Palermo e Girgenti s’oppongono in arme gli altri e la memore Siracusa e la ricca Messina, e ne nasce guerra non solo civile ma domestica, come ogniqualvolta la piazza equivale al palazzo; dappertutto capi violenti raccolgono bande feroci; Caltanisetta, assalita dai Palermitani e con molto sangue presa e mandata a macello e vituperio, sgomenta le piccole città, inviperisce le maggiori; tutta l’isola è infetta di sangue; i Palermitani mandano a Napoli a chiedere l’indipendenza e re distinto, e avuto il niego gridano Indipendenza o morte, e aggiungono ai quattro colori un nastro con quelle parole e col teschio.

Napoli, uditi quegli orrori colle esagerazioni dei fuggiaschi, grida morte ai Siciliani; si vuole cacciarli d’impiego, tenere ostaggi quanti se ne colgono; a un atto non men giuridico che quello de’ Napoletani, si dà il titolo di ribellione, e mandasi un esercito col generale Florestano Pepe per mettere l’isola all’obbedienza. Come al solito, fu attribuita alla Corte la ribellione della Sicilia; averla fomentata per contraffare alla napoletana, ora volerla rendere irreconciliabile colle armi. I rivoltosi, da Pepe ridotti in Palermo, dove pure fra loro si trucidavano, patteggiano (1820 3 8bre), assicurati d’un Parlamento distinto: ma il Governo napoletano dichiara viltà questo cedere a fronte di poca bordaglia colpevole, e concedere a città vinta quanto avea chiesto ancora intatta: Messina se ne duole, i Napoletani ne urlano, il Parlamento cassa la capitolazione pur lodando Pepe, il quale le lodi e la decorazione repudiò, e viene spedito Pietro Colletta a frenar col rigore, cioè ad esacerbare.

Fra tali scogli navigava il Governo costituzionale mentre si facevano le elezioni del Parlamento[169], aprendo il quale (20 8bre) nella chiesa dello Spirito Santo, il re dichiara «considerar la nazione come una famiglia, di cui conosceva i bisogni e desiderava soddisfare i voti». Ma il Parlamento, nel bisogno di secondare gl’impulsi esterni, spinge a novità incondite, disputa se fosse costituto o costituente, muta i nomi delle provincie coi classici, e trovasi eliso dall’assemblea generale della Carboneria, composta dei deputati delle vendite provinciali, più gagliarda del Governo stesso, il quale dovè più volte invocarla per levar milizie, rivocare congedati, arrestare disertori, esigere tributi. Terzo potere sorgeva la guardia nazionale, massime da che vi fu posto a capo Guglielmo Pepe.

In dicerie e in decasillabi applaudivasi a una rivoluzione senza sangue nè sturbi, ove concordi popolo e re, ove questo non fece che estendere la propria famiglia: ma la setta vincitrice impaccia, decreta infamia o lodi, molesta per alti passati e per opinioni, unica libertà concede il pensare e parlare com’essa, unica legge il proprio senno. Quei tanti che sparnazzano coraggio finchè il pericolo è remoto, vantavano formato un terribile esercito, disposte fortezze insuperabili, coraggio spartano: ma realmente gli uffiziali, esposti agli attacchi delle congreghe settarie, indignavansi e rompeano la spada: Pasquale Borelli, direttore della Polizia, non osando reprimere, fingeva secondare; e intanto spargeva terrore di congiure e d’assassinj per ottenere lode d’averli scoperti e prevenuti: e i trionfi e le baruffe distraevano dall’avvisare al crescente pericolo[170].

Ciascun ministro presentò al Parlamento un ragguaglio, donde raccogliamo la statistica di quel tempo. La popolazione sommava a 5,034,000; nati in otto anni 1,872,000, di cui soli 280,000 vaccinati; 15,000 i trovatelli, di cui nove decimi perivano nei primi giorni dell’esposizione. A’ luoghi pii nelle provincie soccorreva l’assegno annuo di 1,080,000 ducati; 438,000 ai ricoveri di malati e poveri della città, fra cui 5100 erano mantenuti nell’Albergo dei poveri: 560,000 ducati destinavansi all’istruzione pubblica, 80,000 al teatro di San Carlo, ove una coppia di ballerini costò 14,000 ducati. L’introito dell’erario valutavasi 19,580,000 ducati, in cui la Sicilia figurava per soli 2,190,000 assegnatile come quarta parte delle spese di diplomazia, guerra, marina; chè pel resto teneva conti distinti. Il debito, consolidato nel 1815 in annui ducati 940,000, or ascendeva a 1,420,000; il debito vitalizio a 1,382,000. Dal 1683 in poi la zecca avea coniato 25,000,000 di ducati in oro, 69,741,000 in argento, 320,000 persone traevano sussistenza direttamente dal mare, sul quale era necessario tenere una forza per respingere i Barbareschi, che in altri tempi aveano ridotte deserte le coste, e in conseguenza ingorgati i fiumi e peggiorata l’aria. Si aveano di qua dal Faro 3127 bastimenti da traffico, 1047 barche da pesca; di là 438, con 1431 legni da traffico; e il crescente commercio marittimo porterebbe a decuplicarli. Di 242 navi da guerra non erano atte al servizio che un vascello, due fregate, una corvetta, tre pacchetti con settantatre legni minori. L’esercito di 40,000 uomini sentivasi la necessità di crescerlo e rifornirlo.

Perocchè i liberali di tutta Europa fissavano gli occhi sull’Italia, bollente di speranze; chi offre denari, chi la persona e soldati; si fanno prestiti al Governo nuovo; s’insegna a difendersi, a fare la guerra di bande, se mai l’Austria ponesse ad effetto le cupe minaccie che le poteano tornare in capo: ma da nessuna potenza venivano conforti[171], anzi si udì che il principe di Cariati, ambasciatore costituzionale, non fu voluto ricevere alla Corte di Vienna, la quale all’Europa dichiarò voler intervenire armata mano, ed assicurare ai principi italiani l’integrità e indipendenza de’ loro Stati. Ferdinando trasmette alle Corti una nota del suo operato (1 xbre); «libero nel suo palazzo, in mezzo al consiglio composto de’ suoi antichi ministri, aver determinato di soddisfare al voto generale de’ suoi popoli: vorrebbero i gabinetti mettere in problema se i troni siano meglio garantiti dall’arbitrio o dal sistema costituzionale? All’articolo segreto della convenzione coll’Austria nel tempo della restaurazione egli s’attenne fin qua: ora egli re e la nazione erano risoluti a proteggere fino all’estremo l’indipendenza del regno e la costituzione»[172].

L’alleanza perpetua delle quattro Potenze costituiva una specie d’autorità suprema per gli affari internazionali d’Europa, attenta che nessun cambiamento degli Stati attenuasse le istituzioni monarchiche. Or dunque che novità erano minacciate in tutte le tre penisole meridionali, i principi alleati si raccolsero a Troppau. Alessandro czar, che erasi sempre mostrato propenso alla libertà, che in nome di essa guerreggiò nel 1814, che nella pace avversò ai calcoli freddi ed egoistici, che fece dare la Carta alla Francia, ispirato anche dal ministro Capodistria, trovava che i Napoletani erano nel loro diritto, e repugnava dal violentarli. Ma alla politica di sentimento ne opposero una positiva Metternich ministro dell’Austria, e Francesco IV di Modena[173], i quali, mostrandogli in pericolo la pace d’Europa, e sgomentandolo delle rivoluzioni militari, lo resero ostile alle costituzioni, e persuaso d’essere dalla Provvidenza chiamato a difendere la civiltà dall’anarchia, come già l’avea salvata dal despotismo.

A quel congresso pertanto si stabilì il diritto d’intervenire armati negli affari interni di qualunque paese, ogni rivoluzione considerando come attentato contro i Governi legittimi. Metternich dichiarò all’ambasciatore napoletano, unico scampo pel Regno sarebbe il rimettere lo stato antico; gli uomini meglio pensanti andassero al re, e lo supplicassero d’annullare quanto avea fatto; se occorresse, centomila Austriaci li sosterrebbero nel comprimere la rivolta. Russia e Prussia secondano quel dire: ma l’Inghilterra vedea d’occhio geloso l’intervenimento austriaco in un paese che tanto le fa gola; Francia sentiva spegnersi l’influenza che la parentela le dava, onde s’interpose, promettendo che gli Alleati soffrirebbero la rivoluzione, se, invece della spagnuola, si accettasse la costituzione francese. I Napoletani persistettero per la Camera unica, la deputazione permanente e la sanzione forzata del re: ma avessero anche ceduto, la loro sorte era decisa, in nulla volendo prescindere i sovrani del Nord[174]. Da questi invitato (7 xbre), Ferdinando chiese al Parlamento di andare per «far gradire anche alle Potenze estere le modificazioni alla costituzione, che senza detrarre ai diritti della nazione, rimuovessero ogni ragione di guerra». I Carbonari proruppero in tutto il regno per impedire quest’andata, esclamando contro il re che fin allora aveano glorificato; alle proposizioni non si rispondea se non, La costituzione di Spagna o morte; d’ogni parte venivano armi, e d’armi si muniva la reggia. Questa è opportunissimamente situata sul mare: in rada stavano la flotta napoletana e legni francesi e inglesi per impedire ogni violenza, sicchè il re trovavasi pienamente arbitro della sua volontà: e i giuramenti che, con espansione di sincerità, egli ripetè alla costituzione, e di volere, se non potesse altrimenti, venir a sostenerla in armi a capo del suo popolo, gli ottennero di partire fra benedizioni e speranze, lasciando vicario il figliuolo (14 xbre), al quale scriveva in sensi di padre più che di re.

Trovava egli il congresso trasferito a Lubiana, dove erano stati invitati i ministri degli Stati italiani per discutere sulle pretensioni dei popoli. Ogni concessione si sapeva «diverrebbe pretesto a domandare innovazioni, e ogni esempio un motivo d’agitazione negli spiriti»[175]; una novità introdotta in un paese sarebbesi desiderata in tutti, poi voluta: onde parve più spediente il negar tutto; escludere ogni partecipazione del popolo al governo, e ogni confederazione di Stati italiani, che seminerebbe gelosie fra essi; nessun principe d’Italia innovi le forme di governo senz’avvertirne gli altri acciocchè provvedano alla loro sicurezza; i turbolenti sieno deportati in America; intanto si assalga Napoli senza aspettare i centomila Russi, che muoveano un’altra volta dal Nord per rassettare il freno all’Italia[176].

Castlereagh, ministro inglese, non vuole s’intervenga a nome di tutti gli Alleati; però lascia libera azione all’Austria[177]. La quale, malgrado l’unico dissenso di monsignor Spada inviato pontifizio, annunzia che, d’accordo colla Russia e Prussia, manderà un esercito di 50 mila uomini capitanati dal generale Frimont ad appoggiare il voto de’ buoni Napoletani, qual era il ristabilimento dell’ordine primitivo; e se trovasse ostacolo, poco la Russia tarderebbe. Re Ferdinando, cambiato tenore, scrive minaccie eguali (1821 9 febb.); volere svellere un Governo imposto con mezzi criminosi, dare stabili istituzioni al regno, ma quali a lui pajano e piacciano; e rimesso nella pienezza de’ suoi diritti, fonderà per l’avvenire la forza e stabilità del proprio Governo, conformemente agl’interessi de’ due popoli uniti sotto il suo scettro.