In vent’anni di tante rivoluzioni, nell’avvicendarsi di vincitori e vinti, il paese avea fatto miserabile tesoro di rancori e vendette; pure Ferdinando non veniva anelando sangue come l’altra volta, ma aborriva ciò che appartenesse al decennio, fino a non camminare nelle strade aperte da’ Francesi; considerava come occupazione militare un regno sì lungo, come ribellione ogni atto di quella; aboliva le cose, o almeno i nomi. Divise il regno continentale in quindici provincie, organandone l’amministrazione di provincia, di distretto, di municipio; l’accademia già Ercolanense poi Reale trasformò in Borbonica, con tre sezioni di archeologia, di scienze, di belle arti; fece trattati coi Barbareschi, coll’Inghilterra, la Francia, la Spagna. Nuovi codici a cura del Tommasi ministro, poco mutarono del francese quanto al commercio e alla procedura; il civile tornava indissolubile il matrimonio, e ingagliardiva l’autorità paterna; nel penale si tolsero la pena del marchio e le confische, ma anche i giurati, facendo giudici del processo i giudici dell’accusa; s’introdussero i delitti di lesa maestà divina, e quattro gradazioni nella pena di morte, secondo che il reo mandasi al patibolo vestito di giallo o di nero, calzato o scalzo: pure tutti i cittadini restavano sottoposti alle leggi medesime, alle medesime taglie. Di titoli abbondava la nobiltà, ma non portavano privilegi; nè degli antichi bracci e seggi sussisteva più che la memoria; onde il re operava affatto indipendente co’ suoi ministri. L’esercito fissò in sessantamila uomini sotto all’irlandese Nugent, generale al servizio dell’Austria: non guardò a spesa nel fabbricare il tempio votivo di San Francesco di Paola, nè il teatro di San Carlo, e ventiquattromila ducati l’anno spendeva in limosine e in arricchir chiese: sistemò gli archivj, e stabilì che delle carte e diplomi si pubblicasse un catalogo, e sopra le memorie raccolte dalla giunta diplomatica si tessesse una storia del regno. Oltre il debito pubblico, pesavano i ventisei milioni di franchi dovuti all’Austria, e i cinque al principe Eugenio; ma vendendo le proprietà dello Stato e de’ pubblici stabilimenti, e obbligando questi a ricevere iscrizioni di rendite sul gran libro, legava l’avvenire di essi alle finanze dello Stato; e poichè il ministro Medici ebbe cura che puntualissimi si facessero i pagamenti, rinacque la fiducia.
È noto come, dopo che dalla peste nel XIV secolo fu spopolato un estesissimo paese di Puglia, i re se l’appropriarono col nome di Tavoliere, lasciando che, col pagamento d’una fida, vi pascolassero alla libera gli armenti sotto la guardia di pastori, nomadi e quasi selvaggi, senza legami di casa o di famiglia, e obbedienti a capi proprj, anzichè al Governo. Tra siffatti nella rivoluzione del 1799 eransi reclutate le bande assassine, poi molte parti se ne diedero a censo; infine il dominio francese emancipò il Tavoliere, sicchè rendeva cinquecentomila ducati, distribuito fra piccoli possessori, i quali per interesse divenivano fautori di quel Governo. Ferdinando lo restituì a possesso comune, talchè una quantità di spropriati ne concepirono malevolenza.
Il re, quando stava ricoverato in Sicilia, domandò forti sussidj a quel Parlamento per recuperare la terraferma; e perchè i baroni glieli stiticarono, egli, loro malgrado, vendette i beni comunali, e gravò di tasse i contratti. Il Parlamento protestò, e il re incarcerò i capi; ma gl’Inglesi l’obbligarono a dare una costituzione (1812), secondo la quale, la rappresentanza nazionale divideasi fra due Camere, che poteano pregare il re a proporre una legge, cui esse non aveano che a discutere; il re, inviolabile, potea sciogliere il Parlamento, i cui atti non valeano senza la sanzione di lui; responsali i ministri, piena libertà civile e di stampa e d’opinioni, inamovibili i giudici. La legge elettorale favoriva ai minuti possidenti; dalla rappresentanza restavano esclusi i funzionarj pubblici, eccetto i ministri; largo l’ordinamento comunale.
Rinforzatosi nel 1815, il re s’invoglia a recuperare intera la potestà e uniformar l’isola al continente. Gl’Inglesi più non aveano interesse a favorirvi la libertà; all’Austria sgradiva quest’esempio di Governo rappresentativo, sicchè la costituzione siciliana fu abolita (1818 agosto), allegando che il re non l’avesse giurata. Ed era così; ma avea spedito a giurarla in suo nome il figlio duca di Calabria, vicario del regno. Istanze e proteste non valsero; carceri ed esiglj punirono i reluttanti[165]; solo rimase scritto che le cariche non si darebbero che a Siciliani, le cause dei Siciliani si deciderebbero nell’isola, le taglie sarebbero fissate in 1,847,687 onze, non potendo accrescerle senza il consenso del Parlamento.
Questo dunque sussisteva di diritto; e Guglielmo A’ Court, succeduto al Bentinck come ambasciatore d’Inghilterra, congratulavasi d’avere con quella parola assicurato la rappresentanza siciliana; Castlereagh felicitava il re d’aver sì bene composte le cose: ma erano parole, senza modo di darvi sostanza. L’amministrazione della Sicilia fu uniformata a quella di qua del Faro, dividendola non più in tre, ma in sette valli, di cui erano capi Palermo, Messina, Catania, Girgenti, Siracusa, Trapani, Caltanisetta; abolita la feudalità, accomunatovi il codice napoletano. Era certo un gran miglioramento, ma guasto per avventura dai modi: cessato lo spendio ingente dell’esercito inglese e quel della nobiltà che voleva emulare la Corte, il denaro parve scomparire: se alcuni signori andarono a brigar favori a Napoli, altri sequestraronsi in dispettosa astinenza: e l’invidia contro la nuova capitale prorompea in quell’ultimo ristoro del parlar male sempre e di tutto, e d’ogni danno recar la colpa alla tolta indipendenza.
Nè i sudditi di Terraferma s’adagiavano alla ripristinata condizione, i servi di Murat guardavano con disprezzo i servi di Ferdinando, e questi quelli con isdegno; a molti furono ritolti i doni di Gioachino; si ridestarono liti già risolte, si concessero favori contro la legge, mentre contro i patti di Casa Lanza si degradò qualche uffiziale: si esacerbavano nell’esercito le gelosie fra i così detti Siciliani, improvvidamente distinti con medaglia, e i Muratisti, ne’ quali sopravviveano l’entusiasrno della gloria e il sentimento dell’indipendenza italiana; la coscrizione rinnovata aumentò i briganti, mal frenati da un rigore insolito fin nel decennio[166].
Crescevano dunque i malcontenti e le trame, e la Carboneria nel 1819 contava seicenquarantaduemila adepti: anche persone d’alta levatura, sgomentate dall’impotenza del Governo o desiderose di prepararsi una nicchia nelle novità che ormai vedeano sovrastare, le diedero il proprio nome, aggiungendo la forza morale a quella del numero; e sperando che con istituzioni fisse si sottrarrebbe il paese alle rivoluzioni, che in breve tempo l’aveano sovvertito sì spesso, e due volte sottoposto a giogo straniero. Il re, ascoltando solo ad uomini del passato, non volle condiscendere in nulla; e il principe di Canosa, ministro di polizia, credette bell’artifizio l’opporre ai Carbonari la società segreta de’ Calderari, cospiranti coi famosi Sanfedisti a sostenere il potere dispotico: ma poichè i suoi eccedeano fino ad assassinj, egli fu congedato con lauti doni, e i Carbonari parvero tutori della vita e della proprietà[167].
Allora cominciarono nel Regno (1820) le persecuzioni contro di questi, ma le prigioni si tramutavano in vendite; ben presto ai moti di Spagna si scuote anche il nostro paese, parendo che la somiglianza d’indole e l’antica comunanza di dominio chiedessero conformità d’innovazioni: gli applausi dati da tutta Europa a Riego e Quiroga, generali voltatisi contro il proprio re, lentano la disciplina degli eserciti, e fanno parer facile una rivoluzione militare. Era la prima volta che si vedesse un esercito insorgere per la libertà, e l’assolutismo parve ferito nel cuore dacchè contro lui si torceva l’unico suo sostegno: i ministri che fin allora aveano inneggiata la felicità de’ sudditi e riso della setta, allora ne ravvisano l’importanza (1820); diffidano de’ buoni soldati, e col sospetto gli esacerbano; conoscono inetti quelli in cui confidano, ma non osano nè secondare i desiderj, nè comprimerli chiamando i Tedeschi. Fra tali esitanze la setta procede; a Nola e ad Avellino (2 luglio), istigati dal tenente Morelli e dal prete Minichini, alcuni soldati e Carbonari gridano, Viva Dio, il re e la costituzione, e senza violenze nè sperpero, ma tra gl’inni e i bicchieri e le danze tutto l’esercito diserta dalla bandiera regia; e il re, «vedendo il voto generale, di piena sua volontà promette dare la costituzione fra otto giorni, e intanto nomina vicario il duca di Calabria» (7 luglio).
Come la Spagna avea preferito quella del 1812, solo perchè riconosciuta dalle Potenze, così ai Napoletani sarebbe stata a scegliere la carta siciliana, già sanzionata dall’Inghilterra, e che avrebbe prevenuto ogni dissenso coll’isola sorella: ma ai liberali parve assurdo un Parlamento fondato sull’aristocrazia, e per seguire la moda proclamarono la costituzione di Spagna, sebbene non se n’avesse tampoco una copia per ristamparla. Allora applausi e feste alla follia; Guglielmo Pepe, gridato generale dell’esercito insorto, entra in città trionfante coi colori carbonari, rosso, nero, turchino, seguito da migliaja di settarj stranissimamente divisati e condotti dal Minichini; sfilato sotto il palazzo, si presenta al re, che gli dice: — Hai reso un gran servigio alla nazione e a me; adopra l’autorità suprema per compiere l’opera santa dell’unione del re col popolo: avrei dato la costituzione anche prima, se l’avessi creduta utile e desiderata; ringrazio Dio d’avere serbato alla mia vecchiezza di fare un tanto bene al mio regno». Con solennità cittadina e religiosa Ferdinando giura la costituzione (13 lugl.), e dopo la formola scritta aggiunge spontaneo: — Dio onnipotente, il cui occhio legge ne’ cuori e nell’avvenire, se presto questo giuramento di mala fede, o se debbo violarlo, lanciate sulla mia testa i fulmini della vostra vendetta».
Fare una rivoluzione in Italia è tanto facile, quanto difficile il sistemarla. Subito irrompono i mali umori; alcuni non intendono la libertà che alla giacobina; altri vogliano scomporre il paese in una federazione di provincie; chi domanda la legge agraria quale gliel’aveano spiegata in collegio; i soldati muratiani pretendono i primi onori; quelli del campo di Monforte non soffrono essere posposti; tutti voleano essere Carbonari quando ciò portava sicurezza e gradi, e settantacinque vendite si eressero nella sola capitale, di cui una contava ventottomila cugini; tutti i militari v’erano ascritti, con gradi che pretendeano conservare nell’esercito; molta gente onesta per far quello che faceano tutti; molte donne col nome di giardiniere; e accusando, investigando, promettendo impacciavano il Governo, che non poteva abbattere le scale per le quali era montato. Così tutto scomponeasi, nulla s’instaurava; disordinavasi e Governo ed esercito e pubblica sicurezza, e si diffondeano reciproci sospetti.