Con ciò tornava in armonia il sistema papale coll’episcopale, e bersagliò le dottrine giansenistiche e le gallicane, formando della Chiesa una monarchia temperata, giacchè il papa è sovrano, ma son necessarj altri elementi a compirne la potestà; onde, surrogate la pace e l’armonia all’antagonismo, può con tutte le sue forze combattere la filosofia irreligiosa e impolitica. La logica il porta fino all’apoteosi dell’Inquisizione, fin alla sistematica crudeltà; per le quali teorie lo esecrano coloro stessi, che poi ne’ tempi e nella necessità trovano giustificazioni al Comitato di salute pubblica che le avea messe in pratica. E mentendo dissero, e avvezzarono i cialtroni a ripetere epigrammaticamente, ch’egli santificasse il carnefice perchè disse che, nelle società frenate soltanto dalla pena, il carnefice è il gran sacerdote che procura l’espiazione, come le pesti, come la guerra, come gli animali viventi di distruzione. Perocchè, come la vendetta, così egli fa riversibili la preghiera e l’espiazione; donde i sacrifizj antichi, i supplizj, la redenzione divina.

Tutto ciò espose non con teoremi scientifici, ma con discorso conversevole, e con forza sì traboccante, da lasciare dubbio s’egli sia un sofista o un profeta: certo fu grande in mezzo a tanti mediocri. La rivoluzione, il filosofismo non ebbero mai più inesorabile avversario; e mentre quelli adulavano il secolo e l’uomo pure assassinandolo, egli lo sbeffeggia per salvarlo; le nubi da quelli accavallate squarcia colle saette; confuta col recriminare, colpisce coll’esagerare e coll’opporre all’affermazione affermazioni imperterrite. Quando più giganteggiava la Rivoluzione francese la conobbe effimera, nè possibile una grande repubblica, sovrattutto in Francia, perchè non uscita spontaneamente dalla nazione, dai costumi, dalle opinioni; schernì coloro che presumeano guidarla, mentre Dio solo la spingeva in modo d’espiare le colpe della Francia, dei re, della rivoluzione stessa. A Pietroburgo tutelò sempre i suoi re, e predisse la ruina del loro persecutore. Allorchè delle sorti italiane si disputava a Parigi, egli si oppose gagliardo all’ingrandir l’Austria col cedere l’alto Novarese: — Se ciò si fa, non resta più equilibrio, tutti i principi italiani essendo vassalli dell’Austria, che presto gli assorbirà. Il re di Sardegna è il primo minacciato, perchè da gran pezzo l’assoggettamento dell’Italia non ha nemico più costante di lui: la tempesta gittatasi sulla penisola, ivi non si fermerà, e dal mezzogiorno scaglierassi sul settentrione».

E vedendo quel traffico di popoli, — Povera Italia (esclamava), in qual abisso va a cadere! È la moneta con cui pagheranno altre compre. Eppure l’unione e separazione forzata delle nazioni non è soltanto un gran delitto, ma una grande assurdità. Facciasi qualunque sforzo per non essere condannati all’uffizio di satelliti»[163]. Non stancavasi d’insistere presso Nesselrode perchè fosse «data soddisfazione allo spirito italiano»; ma il ministro russo gli rispondeva, questo spirito italiano essere appunto il peggiore ostacolo a un buon assetto dell’Italia. Al Savojardo non restava dunque che lamentarsi all’imperatore Alessandro perchè non si tenesse conto delle nazioni e dei loro sentimenti, affetti, desiderj; che un segretario sopra la carta geografica sconnettesse paesi uniti per lingua, caratteri, abitudini; e gli uomini si contassero e dividessero per testa come gli armenti.

L’instaurazione del passato egli la voleva piuttosto nelle idee e compiuta; domandava che la Santa Alleanza annichilasse i fatti della Rivoluzione; non riconoscesse la compra de’ beni nazionali «latroneccio il più odioso che abbia deturpato la storia», ma fossero ritolti a quelli che gli avevan ottenuti a bassissimo prezzo, e già se n’erano rifatti a josa; non dovendo la compassione riservarsi soltanto a’ ribaldi, nè sol per questi invocare le sante leggi della proprietà. Altre volte scriveva al suo re: — Io propendo alla libertà di commercio per una ragione di teoria ed una di pratica; la prima è ch’io non credo possibile ad una nazione di comperare più che non vende; la seconda, ch’io non ho mai veduto un Governo mischiarsi direttamente del commercio dei grani e proibirne la tratta, senza produrre caro e fame. Lo stesso è di tutte le altre mercatanzie: proibite l’uscita del denaro, e scarseggerà; se il Governo lascerà fare, si farà sempre meglio di lui».

Solo a chi giudica gli uomini e le dottrine da ciò che ne cianciano la piazza e i giornali sapran di strano questi accordi fra i liberali e i teocratici. Dei quali un altro campione fu Carlo Luigi Haller da Berna, che da protestante resosi nostro, nella Restaurazione della scienza politica (1824) combattè accannito il filosofismo e la rivoluzione, condannando i pubblicisti vantati e i re riformatori, fra cui Maria Teresa, Giuseppe II, Leopoldo granduca; e traverso ai secoli indagava con vasta erudizione e arguta logica i semi delle idee liberali, ripudiando gli acquisti di cui si gloria la moderna civiltà. E poichè l’eguaglianza politica viene dall’eguaglianza civile, patrocinava la nobiltà come prodotto della natura, i privilegi come effetto della naturale giustizia; mentre pareagli tirannia l’uniforme generalità delle leggi. Dalla natura (egli insegna) nascono gli Stati, ed ella assegna il comando al potente, al debole l’obbedienza, e porge i mezzi per far rispettare la legge come per impedire gli abusi degl’imperanti. Gli Stati primeggiano quanto più poderosi e liberi, e quanto più indipendente il governante, sia un uomo o un corpo. Il diritto de’ principi deriva dal diritto di proprietà; nè vi ebbe contratto sociale, bensì una moltitudine di convenzioni particolari, spontanee, varie, non per alienare la libertà individuale, ma per conservarla più pacificamente che si può; onde non deve esservi sovranità e indipendenza del popolo, ma sovranità di quello che per potenza e ricchezza è indipendente; non potestà delegata, ma diritto personale del principe; non mandati e statuti, ma doveri di giustizia e d’amore; non governo delle cose pubbliche, ma amministrazione de’ proprj affari; e le leggi non venire dal basso ma dall’alto, siccome in una famiglia, cui in fatto somiglia lo Stato, se non che non ha un potere superiore. Ma anche de’ sudditi il diritto è inviolabile; il principe non può intaccarne la libertà e gli averi, nè essi devono pagare imposte senza consentirle, non servire in guerra di principe; e quando esso li tiranneggi, possono non solo emigrare, ma resistere armata mano.

Ancor più di De Maistre era letto il visconte Bonald perchè meno profondo; il quale la religione faceva politica, uffiziale, principesca, mentre il Savojardo proclamava l’intima unione della Chiesa coll’ordine privato e pubblico, con tutto l’insieme del cuore e dell’ingegno umano, senza riguardo a politica locale o nazionale.

A queste idee non mancarono fautori anche in Italia, e le propugnarono in iscritto il Cavedoni, Monaldo Leopardi, il principe di Canosa; ma il vulgo che le dottrine personifica, volle incarnarle in una setta che intitolò de’ Sanfedisti, e dei Concistoriali, che doveva sostenere i monarchi e i sacerdoti, come la Carboneria propugnava le costituzioni e il pensare indipendente. Diceasi diffusa per tutta Italia con diverse sembianze: e come avviene ne’ partiti, non v’è stranezza che non se ne sia raccontata, nè ancora il tempo vi portò luce. Credeasene istitutore esso De Maistre, e affigliati il duca di Modena, il duca del Genevese, altri principi e prelati, nell’intento di congiungere costituzionalmente Italia tutta sotto la supremazia del pontefice[164]. E fu allora che prima nacque codesto concetto di Neo-Guelfi, deriso dai Liberali come stupida resurrezione d’idee quatriduane, ma venticinque anni più tardi ridesto come unica speranza d’Italia da buoni pensatori e da caldi oratori, ai quali un tratto parve che gli eventi dessero ragione.

Delle costituzioni, la più liberale che siasi veduta fu quella che si diede la Spagna quando respingeva i napoleonici; quella Spagna che dicono infracidita dal cattolicismo come l’Italia. Ratificava essa l’antico diritto delle municipalità, a queste affidando la polizia, l’igiene, la tutela delle persone e delle proprietà, l’educazione e la carità pubblica, le strade e gli edifizj comunali, il dazio consumo, il preparare le ordinanze, che sarebbero sottomesse alle assemblee o cortes dalle deputazioni provinciali. Queste sono una specie di municipalità superiore, eletta dai consigli di città, con diritto di proporre le imposte comunali, chiamare l’attenzione superiore sugli abusi di finanza e sugli intacchi alla costituzione. La sovranità risiede nel popolo; distinte le tre podestà; il re fin nel sanzionare le leggi è subordinato alle assemblee, formate di deputati scelti a tre gradi dagli elettori di parrocchia, di distretto, di provincia; fin ai soldati rimane il diritto di esaminare lo statuto e la giurisdizione.

Ferdinando VII, recuperando il trono spagnuolo, prometteva conservare quella costituzione, poi la abolì (1820 marzo); ma l’esercito sollevatosi lo obbligò a proclamarla. Basta essere vissuto dieci anni per sapere quanto nelle opinioni e negli avvenimenti convenga ascrivere all’imitazione: debolezza della natura umana, che alcuni s’ingegnano di nobilitare col supporre che le circostanze medesime maturino il medesimo seme contemporaneamente in diverse contrade. Allora dunque dappertutto scoppiano rivoluzioni militari e costituzionali, nè tardò a venire la volta dell’Italia.

Ferdinando che già era IV in Napoli e III in Sicilia (1815), e allora s’intitolò I del regno delle Due Sicilie, rimesso in questo dalle armi straniere, prometteva un governo stabile, saggio, religioso; il popolo sarà sovrano, e il principe depositario delle leggi che detterà la più energica e la più desiderabile delle costituzioni». Oltre che nazionale, egli non trovavasi legato all’Austria per parentele o riversibilità, nè per vicinanza; pure strinse alleanza con essa a reciproca difesa, obbligandosi darle venticinquemila uomini in caso di guerra, e non introdurre nel governo innovamenti che discordassero dal sistema adottato dall’Austria nelle sue provincie d’Italia.