Con siffatte arti cercavasi e combattevasi la libertà; e frutto immediato n’era uno scontento indeterminato, quel mal umore che è proprio di persone dotate d’intelligenza e non di genio. E certamente la libertà nobilita l’individuo come la nazione: ma bisogna esserne degni e usarla convenientemente; ed al fanciullo non ancora provvisto di ragione, o al mentecatto che la perdè, o al vizioso che ne abusa, legalmente vien tolta. Ora fra l’autorità che, non conoscendo misura, precipita al despotismo, e la libertà che, rifiutando ogni freno, degenera in licenza, se ponete unicamente la forza per comprimere o per abbattere, arriverete o all’eccesso dell’assolutezza che giustifica le rivoluzioni, o all’abuso delle rivoluzioni che scusa l’assolutezza. Le costituzioni, che erano l’espressione del liberalismo d’allora, eliminavano dalla scienza politica la morale, sistemando il mondo con pure combinazioni d’interessi, nessun uffizio nei rapporti politici riservando alla sincerità, all’onoratezza, tutto riducendo allo spiarsi reciproco e soperchiarsi dei due poteri, contrastantisi anzichè cooperanti, fino a dire che il re non deve governare, cioè la monarchia riducendo ad istituzione meccanica e giuridica, non già organica ed etica. Così destituiti di fondamenti sodi, qual meraviglia se dal 1789 al 1830 ben cencinquantadue costituzioni si pubblicarono?

Perchè cessi d’essere necessaria la coazione, il freno dev’essere morale; nè altro migliore v’avrebbe che la religione, la quale insegna a chinarsi all’autorità e insieme l’autorità raffrena. Or la religione avea sofferto tali scosse vuoi nel fondo vuoi nell’esterna attuazione, che tempo, longanimità, prudenza voleasi per rimetterla ne’ cuori, non meno che nell’ordine civile. Intanto, quasi una protesta contro il passato, Pio VII annuendo «alle pressanti suppliche d’arcivescovi, vescovi e personaggi altissimi», ripristinò i Gesuiti (1814) che, per volontà di altri altissimi, un suo predecessore aveva aboliti, e che rinascevano gravati dei rancori dell’antica società, non della sua sapienza e robustezza.

L’arbitrario mescolamento di nazioni, fatto dal congresso di Vienna, riuscì a vantaggio della tolleranza, ponendo il papa in corrispondenza colla Russia, coll’Olanda, con altri eretici o scismatici, dai quali otteneva miglioramenti pe’ loro sudditi cattolici. Ma fra i cattolici gran fatica gli costò il combinare coll’inveterata disciplina le nuove pretensioni giansenistiche e filosofiche dei principi che, mentre avrebbero dovuto consolidare il dogma dell’autorità, lo scassinavano coll’ingelosirsi del papa[160]; vantavano come libertà l’abbattere qualche ostacolo che i privilegi clericali mettessero all’onnipotenza amministrativa; il proibirne o sorvegliarne l’istruzione, le adunanze, le comunicazioni col capo supremo; il sottoporre a revisione le encicliche de’ vescovi, le nomine de’ parroci, i brevi di Roma.

Fin il piissimo Vittorio Emanuele, spinto da consiglieri zelanti l’indipendenza della civile dall’ecclesiastica giurisdizione, voleva assettar a sua voglia le diocesi, e in quelle di fresco acquistate del Genovesato operare non altrimenti che nelle antiche; poter dare il consenso alla nomina de’ cardinali delle altre Corti, e averne un suo; ricusava come anticaglie l’invio che Roma facea delle fasce pei principi neonati, dello stocco benedetto, della rosa d’oro; non voleva ripristinare la nunziatura; muovea lagni che l’Austria condiscendesse troppo col papa, quasi per averlo stromento alle sue ambizioni. Il cardinale Consalvi ministro di Pio VII, avendo conosciuto le Corti e la sventura, inclinava ad annuire fin dove fosse compatibile colla dignità, sebbene lo disapprovassero gli zelanti; e disfacendo il concordato di Buonaparte, ne stipulò un nuovo col Piemonte, circoscrivendo altrimenti le diocesi, sotto i metropoliti di Torino, Genova, Ciamberì, Vercelli; alla Corte risederebbe un nunzio di primo grado, il quale non ne partirà che decorato dalla porpora. Poi in quel regno furono chiamati i Gesuiti a educare la gioventù; a Pinerolo s’istituirono gli Oblati della Beata Vergine, preti secolari, con voto speciale d’obbedienza al pontefice; altrove i Sacerdoti della Carità del Rosmini; oltre gli Ordini antichi.

L’Austria, fedele alle tradizioni giuseppine, non solo nella Lombardia nominava i vescovi ed esercitava poteri già competenti a Roma, ma lo voleva anche nei nuovi acquisti di Ragusi e Venezia; del che ottenne poi privilegio dal papa (1817).

Allorchè Ferdinando assunse il titolo di re del regno delle Due Sicilie, il papa fece riserva degli antichi suoi diritti, ma il re non gli riconobbe altra supremazia se non di capo della Chiesa. L’omaggio della chinea che nel 1806 aveva egli giurato prestare, adesso negò come uno di que’ pesi feudali che nei recenti trattati s’erano aboliti; donde una disputa, esacerbata da molte scritture e dall’avere il papa ricusato cedere per denaro Benevento e Pontecorvo, reciproco ingombro. Finalmente Consalvi e il ministro Medici in Terracina (1818) convennero fosse conceduto al re di nominare alle sedi del suo regno, da cenquarantasette ridotte a novantadue; non s’inquieterebbero i possessori di beni ecclesiastici; gl’invenduti sarebbero divisi fra i ripristinati conventi, senza guardare di chi fossero prima; i corpi religiosi dipenderanno da proprj generali; i vescovi, liberi nel pastorale ministero a norma dei canoni, potranno convocare sinodi, visitare le soglie degli apostoli, pubblicare istruzioni su materie ecclesiastiche, intimar preghiere pubbliche o altre pie pratiche; al loro fôro le cause ecclesiastiche, le matrimoniali, e la censura dottrinale sui libri che s’introducono; la santa Sede sopra le rendite de’ vescovadi si riservava dodicimila ducati l’anno, da disporre a favore di proprj sudditi. Restava in arbitrio di ciascuno l’appellare al papa; ma il re dichiarò, con questo non derogavansi i privilegi del tribunale della monarchia di Sicilia. Non erasi stipulata veruna immunità personale per gli ecclesiastici; ma nel 1834 fu convenuto che i vescovi potessero esaminare i processi di quelli condannati a morte, prima di disacrarli.

Questi ed altri concordati essendo parziali, non toglieano le varietà disciplinari; in molti paesi restava colpa pe’ dignitarj ecclesiastici il comunicare direttamente con Roma; in nessuno si ripristinarono intere le immunità reali, personali e locali; nè illimitato il diritto d’acquisto delle manimorte; la più parte delle prelature restò di nomina, o almeno di proposizione governativa; erano sorvegliati i possessi ecclesiastici, voluto l’exequatur ai decreti di Roma. La Chiesa perdette inoltre gli Ordini militari, e que’ feudi che erano di rinforzo al potere ecclesiastico, mentre al civile recavano debolezza i feudi laici; e nella sola Germania le erano state tolte duemila leghe quadrate di dominio con tre milioni di sudditi. Il clero, sentendosi indebolito dalla Rivoluzione, s’appoggiò sui re, ai quali sin allora facea contrappeso; e i re quando videro ampliarsi il liberalismo, oltre i modi giuridici e le chiassate dei giornali e i freni alla stampa, ricorsero alle repressioni morali, e da Pio VII fecero condannare le società secrete (Ecclesiam a J. C), imputandole d’insinuare l’indifferenza col «lasciare che ciascuno foggi a voglia una religione, pur affettando rispetto e mirabile preferenza per la cattolica, e per la persona e la dottrina di Gesù Cristo, che chiamano rettore e gran maestro della società».

I principi mostravansi ombrosi d’un’autorità affatto morale, nel tempo stesso che sentivano il bisogno di instaurarla. Quando Leone XII proclamò il giubileo, da gran tempo impedito, la bolla fu mal gradita da essi; in Francia non si permise di pubblicarla; l’Austria ne accettò le disposizioni solo in quanto fossero compatibili colle leggi e cogl’interessi dello Stato[161]. Al qual giubileo vennero a Roma da quattrocentomila pellegrini; a novantaseimila diede tridua ospitalità l’arciconfraternita della Santissima Trinità, de’ quali però ventimila sudditi pontifizj, quarantacinquemila del Napoletano, giacchè ai lontani mancava o lo stimolo della fede o la licenza de’ superiori.

Dei misfatti della Rivoluzione, accagionandosi le dottrine che la precedettero, ed una filosofia che vuole dedurre tutto dalla ragione e secondo la ragione, se ne eressero altre che possiam dire della controrivoluzione, opponendo alla sovranità del popolo la legittimità, ossia il potere costituito sovra la propria autorità; al patto sociale, l’unità primitiva dello Stato; la costituzione organica di elementi naturali, alla democrazia astratta e ai meccanici statuti; la conservazione tradizionale, alla smania innovatrice. Insomma ricercavano ciò che si deve mantenere del passato, mentre la rivoluzione proclamava ciò che dell’avvenire può desiderarsi; e poichè invece d’un astratto concetto, guardavano a ciò che fu, alla storia specialmente della propria nazione, assumevano colore distinto secondo i paesi, migliori qualora lo spirito della storia nazionale riproducessero senz’alterarlo con concetti personali. Questa scuola ebbe anch’essa adepti e apostoli, e superiore a tutti Giuseppe De Maistre da Ciamberì (1753-1821), sul quale è dovere di trattenerci, non tanto come savojardo, che come la più elevata espressione del ritorno del mondo verso le idee religiose e patriarcali.

Combattuto nelle prime guerre del Piemonte, egli andò a Pietroburgo ambasciatore del suo re, al quale conservò fede anche dopo scoronato. Venuto da paese che diede alla Francia insigni scrittori[162], la sdulcinata lingua rinvigorì facendola parlare d’altro che di passioni, di materia, di tornaconto, con uno stile fatto pittoresco dalla collera, dagli ardimenti del genio, da animatissima convinzione; e definiva lo stile l’alleanza del sentimento col gusto. Il problema fondamentale della filosofia spiega egli col supporre una primitiva rivelazione della parola, e delle idee con essa, offuscata poi dal peccato originale. Il governo visibile della Provvidenza, l’esistenza del male, l’origine divina dell’autorità regia, l’origine regia di tutti i privilegi nazionali, l’universale fiducia delle nazioni nell’efficacia de’ sacrifizj cruenti per redimere i delitti, dispone egli con logica irrefrenabile in un sistema teosofico, dove son pareggiati i dogmi della rivelazione cogli acquisti della semplice ragione naturale, e ridotta la scienza a fede. Assimila il mondo a un immenso altare, dove ogni cosa dev’essere immolata in perpetua espiazione del male causato dalla libertà dell’uomo. Che altro rivela la storia se non fra i selvaggi l’abbrutimento, fra i civili la strage continua? Anche il giusto n’è vittima, perchè nella stabilita solidarietà egli sconta pel colpevole, e perchè altrimenti occorrerebbe un miracolo ad eccettuarlo, e conseguirebbe quaggiù la sua mercede. E con forza di sentimento e fantasia mostrando dappertutto la mano di Dio e l’ordine provvidenziale, considera la storia terrena come un regno di Dio immediato e visibile: e per rimbalzo contro lo spirito rivoluzionario corre più in là del medioevo, fondando sulla sanzione di Dio non solo l’autorità suprema, ma anche la interna condizione sociale e il segregamento delle classi. Di Dio son opera i re, gli Stati, le costituzioni; e quando l’uomo presume stabilirli da sè, necessariamente s’appiglia al peggio, e fa non fabbriche ma ruine. La razza umana è così perversa, che vuolsi gagliardamente infrenarla. Tra le costituzioni quella che Dio vuole è la monarchia ereditaria. Necessario elemento di questa è la nobiltà, e Dio stesso la scevera dalle altre classi, e discerne le schiatte. Difendersi contro l’arbitrio e l’ingiustizia, garantirsi un governo legale che promova la felicità de’ sudditi, è ben giusto: ma «il credere a promesse di re è un mettersi a dormire sull’ale d’un mulino». Chi li reprimerà e correggerà? Le bajonette, le tribune, le parodie della sovranità popolare? barriere inefficaci! Elevare la plebe sopra i re è un sovvertire la logica; il contrappeso del potere dev’essere in alto, non in basso. Il papa che nel medioevo tutelava i popoli e fulminava i tiranni, deve anche adesso francheggiare la giustizia e la libertà; a lui si curvino l’intelligenza e le spade, la libertà e i despoti. Alla corruzione dello stato morale provveda l’infallibilità della Chiesa, fondata sulla supremazia del romano pontefice; supremazia estesa anche ai vescovi ed ai concilj in modo, che nè esso decida senza i vescovi, nè i vescovi senza di lui.