Di tutti questi elementi formossi quel che fu nominato liberalismo. Che sovrano sia il popolo, in modo che la generalità rimanga sempre autorità suprema, e i magistrati esercitino i poteri soltanto per trasmissione fattane loro dal popolo, il quale può anche privarneli, e a cui sono sempre obbligati a render conto; che tale massa collettiva eserciti il potere supremo realmente e direttamente, nel che consiste la democrazia; che il cittadino nell’uso della propria libertà non sia limitato da riflessi al ben pubblico, alla costumatezza, alla fede, ma soltanto dalla libertà altrui, sicchè non v’abbia restrizioni nello spartimento dei beni, nell’esercizio de’ mestieri, nel domicilio, nella predicazione, negli atti comunque scandalosi, nel che consiste la libertà; che in tutte le relazioni pubbliche nessuna diversità di diritti nasca dalle condizioni reali, cioè dai possessi, nè dalle professionali o dal ceto e dalla corporazione, nel che consiste l’uguaglianza; che le istituzioni riconosciute ragionevoli dalla maggiorità vengano tosto attuate, senza riflesso a condizioni storiche o morali nè a diritti acquisiti, nel che consiste il trionfo della ragione; infine che, abolita la religione dello Stato, non si badi a professione di fede, a culto, a sanzione di atti civili; sono questi postulati che la Rivoluzione erasi proposto di ridurre ad atto, e sono i medesimi che il liberalismo caldeggiava. Ma poi, o per illogica transazione o per forza, rispettava le autorità esistenti, le naturali condizioni della vita e gl’interessi materiali; e se alcuni vagheggiavano l’America, prosperante senza re nè nobili nè clero, i più accontentavansi di sollecitare lo sviluppo delle condizioni sociali com’erano. Ne veniva una specie di dottrinale compromesso tra la verità e la menzogna, il quale bisogna ben distinguere dalla vera libertà, che porterebbe il massimo del potere privato col minimo del governativo, il più ampio uso delle facoltà individuali coll’esercizio del diritto universale. La perpetua tutela, l’accettare i magistrati invece di sceglierli, la volontà sottomessa a irragionati comandi, la niuna garanzia dei diritti, l’autorità incondizionata possono conciliarsi colla materiale felicità; non colla dignità d’uomo che ha bisogno d’aver fiducia nel proprio diritto e sicurezza contro l’abusata potestà e contro vessazioni arbitrarie, di poter ritenere o spendere a modo suo il frutto del suo lavoro, di partecipare alle ordinanze dalle quali penderà il suo ben essere, insomma d’un governo intelligente e probo.

Di tal passo, alla consuetudine e alla fede perdute surrogavansi negli animi l’opinione e l’individualità, cioè il vacillamento e l’egoismo; l’assoluta eguaglianza portava alla sovranità del popolo, e per conseguenza alla preponderanza del numero, il che riesce ancora alla superiorità della forza e alla perpetua mobilità; un’immedicabile scontentezza del presente, qualunque esso sia; un attribuire merito alla opposizione ragionevole o no, dissolvente o restauratrice; un credere all’onnipotenza della parola, scritta o declamata, e che con essa e con decreti si possa cambiare il mondo, nulla riguardando alla storia nè alle idee e alle abitudini del popolo; un volere che certe dottrine di pochi, e per lo più negative, vagliano come dogmi, e siano accettate anche dal popolo che non le intende, e per cui non hanno importanza. Come tutti i partiti, questo considerava traditore il pensante che conservasse l’indipendenza morale, e degradava il popolo facendogli maledire o adorare feticci, a volontà degli ambiziosi e de’ viziati, invece di adoprarsi nel surrogare la riflessione alla passione.

Da Napoleone aveano imparato i re a ledere i possedimenti privati con imposte e contribuzioni illimitate, e il possedimento più sacro, la nazionalità: i liberali ne appresero a non calcolar mai la possibilità, proporsi un fine senza misurarlo ai mezzi, e scordarsi che, nella lotta delle idee contro le cose era soccombuto anche il gigante. Molti erano fior del paese, generosi e d’integra fede: ma come accade, vi si aggregavano i malcontenti di diverso merito e colore; que’ nobili e quel clero che aveano sognato recuperare i vecchi privilegi, e svogliavansi di Governi che gli aveano ripristinati soltanto per sè; que’ letterati cui tardava l’occasione di metter in piazza le proprie abilità; quei tanti che, sentendosi capacità od ambizione per governare, non si vedevano adoperati[159].

Le società secrete, durante l’Impero, avevano ritemprato il sentimento nazionale contro l’invasione delle idee e della dominazione forestiera; conservato la memoria e il desiderio di quella libertà che lo stivale ferrato conculcava. I re n’avevano profittato contro i loro nemici: ma le perseguitarono, dacchè, cangiando non direzione ma oggetto, si rannodavano contro le nuove oppressioni.

I Carbonari, costituitisi nelle montagne calabresi dominando Murat, si attenevano in gran parte ai riti massonici; se non che in questi proponevansi la vendetta dell’ucciso Iram e i godimenti d’un deismo confacente colla filosofia del secolo passato, mentre la forza melanconica dei Carbonari assumeva di vendicare la morte di Cristo, e ristabilirne il regno. Vi si aggregarono anche magistrati e lo stesso re dopo che ruminò l’indipendenza: e l’esercito di lui nell’ultima incursione lasciò numerose vendite nelle Legazioni, donde si diffusero alla Lombardia, e massime a Bologna, Milano, Alessandria. Nel costoro ordinamento, una vendita particolare non comprende più di venti buoni cugini, in relazione fra sè ma isolati dalle altre vendite: i deputati di venti parziali vendite ne formano una centrale, che per via d’un deputato comunica coll’alta vendita; e questa per un emissario riceve gli ordini dalla vendita suprema e da un comitato d’azione. Tale gerarchia favorisce il segreto, la diffusione, i ritrovi, senza togliere l’unità. Nulla scrivere ma partecipare a voce, riconoscersi per mezzo di carte tagliate e delle parole speranza e fede, alternare le sillabe ca-ri-tà, stringendosi la mano fare col pollice il c e la n, erano i segnali e il regolamento, il rivelare i quali ai pagani o lo spergiurare punivansi di morte, inflitta di fatto ad alcuni avversarj o disertori. Dovea ciascuno procacciarsi un fucile e venticinque cartuccie; versare alla cassa comune una lira per mese, e cinque all’ammissione; giurare di «far trionfare i dogmi di libertà, d’eguaglianza, d’odio alla tirannia; e se non fosse possibile senza combattere, combattere fino alla morte».

Da questo tronco erano usciti moltissimi rami; dei Protettori repubblicani, degli Adelfi, della Spilla nera, e via là. Più franca l’Ausonia, giurava formare una repubblica italiana, divisa in ventuno Stati, ciascuno dei quali manderebbe un deputato all’assemblea sovrana, di cui uno ogni anno farebbe posto ad un altro; assemblee provinciali nominerebbero le corti di cassazione, i consigli di dipartimento, distretto e cantone, il capo della guardia nazionale, l’arcivescovo, i superiori dei seminarj e licei; il potere esecutivo affidavasi a un re del mare e un della terra, eletti per ventun anno dalla assemblea sovrana, senza distinzioni ereditarie; imposta progressiva a proporzione dell’agiatezza, il più povero pagando un settimo di sua rendita, il più ricco sei settimi; il papa sarebbe pregato a divenire patriarca della repubblica, risarcendolo dei possessi temporali toltigli; il Collegio de’ cardinali non risiederebbe nella repubblica, e se eleggesse un nuovo papa, questo dovrebbe trasferire altrove la sua sede; conservati i soli frati Mendicanti, ma libero l’uscirne chi vuole, e non vi si ascriva alcuno se non abbia servito come militare.

In questo segretume tramestavano sempre i Buonaparte, e Luciano ebbe il grado supremo di Gran Luce. Nel 1817 giovandosi della fame e d’una malattia del papa, si tentò una sollevazione in Macerata col proposito di ridurre tutta Italia sotto il consolato di un Cesare Gallo d’Osimo; ma scoperti, e processati da monsignor Pacca, tredici capi ebbero condanna di morte, e grazia dal papa. Anche l’imperatore d’Austria ne processò alquanti del Polesine, e tredici condannò a morte, commutata in carcere.

Le società segrete variavano natura o forma secondo i paesi: e parvero loro opera le turbolenze scoppiate in molte parti; in Inghilterra una congiura per trucidare i ministri; in Germania l’assassinio del comico Kotzebue per mano dello studente Sand; in Francia quello del duca di Berry, presunto erede della Corona, pel coltello di Louvel; in Russia la rivolta d’un reggimento; e quella che ebbe maggiori conseguenze, l’insurrezione della Grecia contro i Turchi, nella quale si trattava di compiere l’antico voto dell’Europa col riscattare i Cristiani dal giogo musulmano. Molti Greci venivano a studiare nelle Università di Padova e Pavia, fra cui Coletti e Capodistria; molti adottarono la nostra lingua, come Foscolo, Mario Pieri, Petrettini, Mustoxidi; e fin dai tempi napoleonici erasi formata in Italia una eteria o società per ricostruire l’impero greco; lusingata di promesse dall’imperatore, avea disposto armi per tentare dalle Jonie uno sbarco che le popolazioni seconderebbero; ma la caduta del regno d’Italia sparse ogni cosa al vento. Dappoi fidando nella Russia, fu ritessuta un’eteria, frutto della quale fu la sollevazione della Grecia. Benchè fosse la croce che lottava contro la mezzaluna, la civiltà cristiana contro la barbarie musulmana, le Potenze sfavorirono quel tentativo, sol perchè avea aspetto di rivolta o sentore di liberalismo: l’Austria facea vituperarlo ne’ suoi giornali, e tenne prigionieri i capi di quella che potè cogliere.

La Carboneria era stata trapiantata in Francia, massime dal fiorentino Buonarroti, già apostolo di Babœuf, e vi abbracciò studenti, negozianti, soldati. Gli ambiziosi e gl’inquieti che vi trescavano, ammantavansi coi nomi di La Fayette, di Dupont de l’Eure, di più onorevoli; asserivano loro corrispondenti principali Napoleone e Luigi Buonaparte figli del re d’Olanda; e intendeansi soprattutto coi vecchi e coi nuovi militari. Ma se i cospiratori convenivano nel concetto di distruggere ciò che sussisteva, non bene risolveano che cosa sostituirvi; e chi era fido alla repubblica, chi mirava al figlio di Napoleone, chi a Luigi Filippo d’Orléans. Si stabilì a Parigi un comitato, che fomentasse le rivoluzioni dappertutto e principalmente in Ispagna e in Italia, fantasticando una lega latina da opporre alla lega nordica, per ridurre l’Europa ad un assetto differente da quello impostole dai trattati del 1815.

I sovrani alleati, accortisi dell’ampliarsi del liberalismo e dell’operosità delle società secrete, si congregarono ad Aquisgrana (1818), e rinserrarono la loro unione non più coi soli intenti evangelici della Santa Alleanza, ma collo scopo espresso d’impedire i Governi costituzionali, e di reprimere ogni rivoluzione. Allora si tolse a perseguitare non solo gli atti, ma l’opinione, la quale in tali casi trasformasi in sentimento, e il sentimento elevandosi all’entusiasmo, si propaga, offusca il raziocinio, fa ammirare i perseguitati, aborrire chiunque resista, tremare gl’indifferenti, e gli stessi avversarj piegarsi al vento che spira o alla paura. Allora prendono coraggio que’ ribaldi, che di proposito inimicano al popolo il sovrano, fomentando i sospetti; per rendersi necessarj fingono cospirazioni ove non sono che aspirazioni; e inducono il bisogno di castigare l’opinione o il desiderio di premiare la delazione, di rimuovere dai posti i meritevoli, di cercare dalle carceri o dalla gendarmeria una sicurezza che più non s’ha nella docile benevolenza. Il poliziotto che riferì formicolare il paese di Giacobini e Carbonari, è impegnato a mostrarsi veritiero col fiutare e origliare e moltiplicare processi; nei quali l’accusa essendo d’opinione, è quasi impossibile scagionarsi; se non si trova da condannare, se ne imputano la furberia degli accusati, il talento, le relazioni loro.