Camminando nel solco avito, gli uomini compivano per usanza un’infinità di atti, e veneravano tradizionalmente l’autorità, non tanto rassegnandosi, quanto neppure riflettendo al peso di essa: e le abitudini di dipendenza da una parte, di patronato dall’altra tutelavano la società che aveva l’arbitrio per massima, la libertà per effetto. La rivoluzione richiamò in disputa tutti i principj, tutte le autorità, fin la paterna; e stabilì la naturale indipendenza dell’uomo, che abbandonato agli impulsi della propria natura, userà tutte le sue forze a procacciarsi il maggior numero di sensazioni piacevoli, il che si chiama felicità. A tal uopo egli si elegge dei governanti, e si rassegna ad essere governato: ma se coloro riescano d’impaccio all’incremento di tal sua felicità, egli potrà abbatterli; potrà surrogarsi ad essi quando ne invidii la quantità maggiore di sensazioni gradevoli.
Come ciascuno fu dichiarato uguale all’altro in diritti, pretese esserlo in fatti, sicchè parvero legale ingiustizia le disuguaglianze inerenti alla convivenza; e ciascuno si arrancò a salire, ad acquistare, nessuno più rassegnandosi a quel che prima si chiamava il proprio stato. Ma il livellamento è un fatto puramente materiale, manchevole delle prime condizioni di cuore e di mente; ed ora che non v’è più classi ma soltanto posizioni, sempre sono incerte, sempre minacciate; ciascuno, per mantenersi nella sua o per migliorarla, cerca arricchire; quell’arricchire che altre volte era il piacere di alcuni, ora è fatto passione di tutti.
Lo svincolo dei possessi agevolò i trapassi, crebbe la cura di migliorarli; e i latifondi, testè abbandonati alla patriarcale negligenza di corporazioni e luoghi pii, furono sminuzzati fra particolari, che s’industriarono a trarne il maggior frutto possibile. Così crebbe la ricchezza, e per essa l’industria, e con esse il desiderio de’ godimenti materiali; tanto più che, revocata in dubbio la vita avvenire, non si accettarono i mali di questa come un’espiazione; e posta per iscopo della vita la felicità, la si volle goder alla presta, fin rinnegando il primo ministro di Dio, il tempo.
Adunque mancanza di principj fissi e universalmente accettati, smania di possessi, di godimenti, di miglioramento materiale, obbedienza violenta alla forza piuttosto che alla legge, erano i nuovi spiriti sociali. Internamente non rimanevano più istituzioni tutrici storiche, non corpi rappresentativi, ma quell’eguaglianza che lascia libertà agli arbitrj: i nobili, mero apparato, non formavano un corpo, difesa e limite al trono, alla cui ombra crescevano; i preti non s’affezionavano a un potere che guardavali con gelosia; i borghesi non poteano rivoltarsi che immediatamente contro il principe; i popoli non s’adagiavano nella quiete, perchè d’un nuovo cambiamento erano lusingati dai tanti che già aveano veduti. Cresceva dunque il desiderio d’una intervenzione attiva ed efficace del Governo nel proprio paese. Non lo ignoravano i principi, i quali della rivoluzione aveano conosciuta la potenza a segno, di valersi dei dogmi e degli stromenti di essa per abbattere colui che l’aveva infrenata. E avrebbero presunto di rimetter il mondo qual era prima di essa? Le idee morali erano svanite tra quella serie d’astuzie, d’abusi della forza, di perfidie; era crollata la reciproca confidenza, che è la più difficile a restaurarsi; i re non erano più i padri d’una gran famiglia, ma conquistatori e capi d’eserciti; alle loro corone era venuta meno fin la consacrazione della durata, dacchè per capriccio o per forza erano state tolte, divise, restituite; dacchè essi medesimi voleano riconoscerle soltanto dalla vittoria, che è un fatto non un diritto; tutti si erano prosternati a un soldato per conservarsele; prosternati al popolo per ricuperarle, senza dignità nè buona fede; il congresso medesimo avea conculcato il diritto de’ popoli, ma insieme sconosciuto quello de’ principi, mutandoli, barattandoli. Intanto i Governi neppur possedeano il vigore d’un assolutismo confessato, ond’erano costretti a turpe discordanza fra quel che promettevano e quel che lasciavano fare; e come i poteri egoisti, credeano assai il guadagnar tempo.
Quindi i principi si lamentavano di non trovare più que’ sudditi docili del Settecento; i popoli si dicevano traditi nelle promesse, delusi nell’aspettazione; Governo e governati non procedeano più di conserva ma gli uni attenti a comprimere, gli altri a rialzarsi, e intanto fremere, denigrare, disapprovare. Cessato di credere alla moralità de’ governati, diveniva necessaria la repressione: cessato di credere alla moralità de’ governanti, diveniva necessario un patto, un freno. Si trovò strano che pochi forti dessero assetto a tutt’Europa, ed uno in ciascun paese facesse le leggi, disponesse delle entrate a vantaggio proprio, non dei più: e vagheggiavasi un meglio che pareva più bello quanto meno era determinato. Alcuni principi fuor d’Italia aveano adempiuto le promesse concedendo una costituzione ai loro popoli; costituzione non fondata sulla storia, come la inglese; neppur patto bilaterale fra il regnante e i sudditi, ma donata da essi principi, i quali del passo medesimo poteano ritoglierla. Le più avanzate fra quelle costituzioni portavano l’eguaglianza di tutti in faccia alla legge, libertà della parola e della stampa, più o meno partecipazione de’ rappresentanti del popolo a far le leggi e ad assettare le imposte, inamovibilità de’ giudici, responsalità dei ministri. Tale l’avea ottenuta la Francia; e messa come è nel centro dell’Europa, e mirata come il tipo della civiltà, e con una lingua a nessuno ignota, traeva l’attenzione sulle quistioni costituzionali che alla sua tribuna pareva si agitassero in nome di tutto il mondo; e di colà erompeva quella pubblicità che altrove teneasi repressa.
I Governi eransi data aria di mecenati coll’estendere gl’insegnamenti classici; aumentando la folla de’ saputi, che più presuntuosi nelle aspirazioni quanto meno atti all’opere, colla parola audace insieme e inesperta sovvertono le indisputabili verità, e tirano l’opinione in balìa di chi meno ha senno di guidarla[156]. Aperta che fu l’Italia, affluirono forestieri a venerarne le ruine, ammirarne il cielo, goder le bellezze che vi nascono dal bacio immortale dell’arte e della natura, diffondervi il denaro e insieme le idee. Memorabile fra questi fu la principessa di Galles, che menò pompa di libidini principalmente in Romagna e sul lago di Como, poi non voluta ricevere dal marito divenuto re d’Inghilterra, diede origine ad un processo scandaloso, dove i nostri accorreano a testimoniare in difesa di quell’indegna, o perchè pagati o perchè perseguitata. Il francese Beyle col nome di Stendhal, scettico e volteriano ancora, ma già piegato ai concetti romantici e fino al misticismo sentimentale, viaggiò l’Italia, panegirista di essa e della passione, legandosi col meglio della società e della letteratura, e carezzandovi l’amore delle novità. Lord Byron, l’Alcibiade britannico, che non soddisfatto della sua patria, ne esulò volontario, e invece delle assodate libertà di quella, fomentava le avventurose dei rivoluzionarj, venne coll’esempio a sparger gusti strani e falsi sentimenti di raffinato egoismo e voluttuosa misantropia fra i nostri giovani, e contaminare le nostre donne, finchè diede un nobile scopo alla sua vita andando a combattere per la risorta Grecia[157]. Questi e tanti altri ci metteano sott’occhio passioni, sentimenti, atti, lettere, che distoglievano più sempre dalle abitudini nazionali, e invogliavano delle innovazioni, dell’operosità.
Speciali malcontentezze aveva l’Italia. Chiamata all’unità dalla sua ben distinta postura e dalla religione che qui tiene suo centro, è tratta all’isolamento di ciascuna provincia dalla bellezza di tutte, dalla conformazione geografica, e dal non esservi predominato verun conquistatore, quanto i Franchi nelle Gallie, i Normanni in Inghilterra. Non che da ciò le derivasse pregiudizio, ebbe l’età più splendida quando ciascuna città ricca d’ubertà, di commercio, di dottrina, sentiva bastarle intelligenza, coraggio, mezzi di divenir capitale. La nazionalità fermavasi dunque alle frontiere di ciascun dominio: Genova non provava bisogno d’unirsi a Napoli; nulla chiedeva Milano a Firenze; le guerre da Venezia a Romagna, da Toscana a Sicilia non guardavansi come fratricide, nulla più di quelle tra Francia e Borgogna, tra Castiglia ed Aragona.
Ma come il pressojo connette materie scomposte, così rimpetto all’oppressione straniera l’Italia sentì d’esser una; lo sentì nella lingua, nelle arti, nella letteratura, supremamente nazionale già fin da Dante, e nella quale il nome di lei visse anche quando lo cancellavano le spade e la diplomazia. Tale sentimento però restringevasi nelle classi colte; e queste pure non facea repugnanti alla dominazione forestiera, contro la quale appena trovereste un lamento negli scrittori del secolo passato. Merito della natura dei Governi d’allora che, non ancora ossessi dal demone regolamentare, usavano riverenza alle forme storiche, e qualunque fosse il dominio, conservavansi nazionali, moltissima azione lasciando a’ rappresentanti de’ municipj e delle provincie; sicchè molti partecipavano in qualche porzione all’autorità, colla nobile compiacenza d’affaticarsi pel proprio paese.
Buonaparte proclamò non saremmo nè tedeschi nè francesi, ma italiani; poi ci divise, ci barattò, ci vendette; costituì un regno d’Italia, ma sconnettendone importanti porzioni, e col pomo della sciabola foggiandolo alla francese. Al cader suo, dagli Alleati che aveano trionfato in nome della libertà e dell’indipendenza, sperò vita l’Italia: ma essi la spartirono fra signori, quali antichi, quali nuovi, quali perfino a tempo, e tutti patriarcali. Il Governo intermedio aveva cassato le antiche rappresentanze tutorie, sicchè non rimase che l’assolutismo amministrativo, infelicità nuova. Le tante dogane impacciavano il commercio, e que’ cambj da cui i comodi e la ricchezza. Leggi discusse, giudizj pubblici e di gradi determinati, sicurezza del debito pubblico, moderazione d’imposte, franchezza del pensiero, pubblicità d’amministrazione, larghezza di censura, erano bisogni che il progresso facea sentire tanto più, quanto che se n’era già fatto il saggio. Ma ad ottenerli il maggior ostacolo pareva il Governo straniero, che a tutti gli altri sovrastava; e poichè l’Austria avea professato sosterrebbe i Governi patriarcali d’Italia, in essa concentravasi l’avversione dei liberali.
Si aggiunsero fortuite disgrazie; e a Napoli, oltre l’incendio del gran teatro, la peste s’introdusse nella terra di Bari: la carestia desolò tutta la penisola il 1816 e 17, sicchè dagli Appennini calavano i poveri a torme, a guisa di zingari vagando di terra in terra, e rubando o accattando, or in cupo silenzio, or con grida minacciose: e fin nella pingue Lombardia le radici e le erbe erano pascolo disputato. I Governi vi opposero provvedimenti dispotici insieme ed insulsi, che aggravavano il male[158]; lo temperava la carità, operosissima: ma il tristo nutrimento predispose i corpi a un contagio di petecchie che moltissimi uccise: la Toscana perdette innumere vite, mentre della fame si imputavano furiosamente i fornaj. Intanto i medici o credendole asteniche con Brown, o steniche con Rasori, applicavano a quelle malattie rimedj opposti; e tutte in favor proprio allegavano le statistiche, le quali forse non provano se non l’impotenza dell’uomo contro questi flagelli, di cui non è insolito che i popoli dieno colpa al Governo, e dicano anche qui, — Oh al tempo de’ Francesi! — Oh sotto l’altro Governo!»