CAPITOLO CLXXXIII. La restaurazione. Il liberalismo. Rivoluzioni del 1820 e 21.

Italia è dunque rimessa sul piede antico, almeno all’intendere di coloro che nelle paci si appagano della firma dei sovrani, anzichè cercare l’unico stabile fondamento, il rassetto delle idee. Le comuni sventure aveano avvertito i re che, separati dai popoli, restavano preda della prima bufera: i popoli da tante sciagurate prove aveano attinto un vivissimo desiderio della quiete, fino ad immolarle parte della dignità; sicchè con esultanza i principi furono accolti dappertutto. Nessun di loro accompagnò il ristabilimento colle vendette che la disonorarono quindici anni prima: sentivano d’aver fallato ed essi e popoli; e in tal caso nulla s’ha meglio a desiderare che la reciproca dimenticanza. Ma nell’improvvida loro bontà i principi si davano a credere bastasse il dimenticare: quindi, dopo aver tutti fomentato le idee liberali, e riconosciuta la sovranità dei popoli coll’invitarli a ribellarsi, pretesero ridurli alla passiva obbedienza, ad affidarsi nel cuor loro paterno. E poichè è natura di tutte le riazioni di spingersi colle speranze più in là che non possano giungere i fatti, non s’accorgeano che il tempo fa ruine cui nessuno può ripristinare, e sciagurato chi vi si ostina invece di profittarne per erigere edifizj nuovi. Se dunque i primi effetti della pace arrisero, se la pace stessa rallentava l’oppressione togliendo o pretesto od occasione agli arbitrj, ben presto rivisse l’attività della repressa ma non tolta rivoluzione, e apparve quanto cambiati fossero i governanti non meno che i governati.

Napoleone, coll’abbattere a voglia i re o tenerseli vassalli, ne offuscò l’aureola; rotta la storia, ruppe anche la patria e la famiglia col render l’uomo cosmopolita, cioè soldato e mero elemento di forza; alla religiosa venerazione pel passato surrogò l’entusiasmo politico, alla fraternità una comunanza di obbedienza che mentre annichilava i sudditi, rendeva più facile ad abbattere l’autorità.

Vent’anni di guerra aveano rinvigorito gli ordigni dell’amministrazione, abituato i Governi agli arbitrj dei tempi eccezionali, quando lo Stato è tutto, nulla l’individuo[153]. Quest’assolutezza parve un acquisto, nè i principi vollero rinunziarvi nella pace; tutto regolarono per decreti; guardarono come concessione l’esercizio delle naturali libertà; non viaggiare senza passaporti, non tener armi senza licenza, non istampare senza censura, non istudiare che nelle scuole regie; necessaria la regia approvazione per istituire compagnie, per esercitare la beneficenza, per divertirsi, per le spese e pei magistrati comunali, per l’elezione dei vescovi e de’ parroci; affidata ogni cosa alla parassita turba degl’impiegati: insomma si fecero dipendere dal beneplacito del Governo mille atti, di cui prima della rivoluzione godeasi e non prezzavasi la libertà. Lo spirito di famiglia, di corpo, di città, di patria, di religione, insomma quello spirito pubblico che è vita e forza della società, soccombeva alla simmetria d’un’amministrazione centrale e all’oculatezza della Polizia, la quale sempre acquista importanza primaria dopo una rivoluzione[154].

Dacchè i Governi vollero concentrata in sè tutta la vita, restò ad essi tutta la responsalità; ucciso lo spirito di sagrifizio, tolto il dovere o l’impulso dell’attività individuale, gli uomini non furono che cifre, e il dirigerli un atto di forza; talchè non rimase a scegliere che tra una dipendenza cieca o una forsennata anarchia. I Governi trovavansi per avversario non un uomo o una classe, ma il libero arbitrio, il quale ricalcitrando da quella meccanica classificazione, obbediva solo in quanto costretto; e così agevolavasi l’opera del despotismo, cioè delle rivoluzioni, dove una piccola minorità o un prepotente o un esercito cambiano le istituzioni d’un popolo per darvene altre non meno dispotiche.

Realmente la libertà, come altrove, così in Italia era antica, e nuovo il despotismo, giacchè solo la rivoluzione francese annichilò que’ privilegi municipali e provinciali che sono la forma del diritto prima che diventi comune[155]. I principi accettarono la restaurazione in quanto ripristinava la loro potestà, non in quanto rifletteva ai popoli; e così si fecero rivoluzionarj sia calpestando gli antichi diritti storici de’ sudditi, e con ciò traendo questi a chiederne di nuovi e radicali, sia accettando i doni della vittoria, cioè consacrando la forza, e riducendo il diritto al fatto, la ragione alla riuscita.

Tutti quegli ordigni gli aveva introdotti Napoleone, e ne ritrasse odio e debolezza; i succeduti faceano altrettanto, ascrivendone ad esso la colpa. Ma il popolo diceva: — Siam servi come prima, paghiamo quanto allora, diamo ancora i nostri figli a marcire nelle guarnigioni o su terre straniere, e non ci restano tampoco il fragor della gloria, il compenso delle apparenze». Le divise militari, l’apparato teatrale delle magistrature, le rassegne, le pompe lasciarono il barbaglio dopo cessate le fitte; e poichè il passaggio dalla vita militare alla civile è naturalmente prosastico, que’ Governi positivi, misurati, paterni sentivano di meschinità a fronte della preceduta carnevalesca splendidezza, della rapidità di eseguire o almeno comandare tante opere pubbliche, incompatibile con amministrazioni ponderate e massaje. Impiegati tolto di posto o sminuiti di grado e di potenza, arrangiavano continue lodi del passato; speculatori cui erano mancate le occasioni d’improvvisi guadagni, moltiplicate in tempi turbinosi; militari avvezzi a rapidamente acquistar gradi e sperarne di sempre maggiori, e che coll’occasione d’uccidere e farsi uccidere vedeansi tolta quella di diventar generali, e che, tutti fede nell’onnipotenza delle armi, si persuadevano che un pugno di veterani d’Austerlitz o di Catalogna basterebbe a sgominare un esercito di costoro che parean nani a confronto del gigante di Marengo e di Jena, ridestavano il culto di Napoleone, inneggiato non per i beni che recò o rappresentò, ma per izza ai dominanti nuovi, che ne proscriveano i ritratti e il nome.

Perocchè Napoleone, mentre in Francia per tiranno, fuori passava per liberale, avendo diffuso qui alla cheta ciò che per la furia erasi guasto colà, ed operato assai più che i principi del secolo precedente, non limitandosi a riforme amministrative, e dando statuti e leggi fondamentali ch’erano una scuola politica iniziatrice. Il regno d’Italia e quegli altri alla francese erano costati sangue e tesori e servitù, ma in effetto aveano surrogato codici metodici e brevi alla farragine di decreti e di pratiche, risultanti da molti secoli e da eterogenee dominazioni; la procedura semplificata ed evidente sottraeva ai lacciuoli de’ mozzorecchi e alle ambagi dei legulej; l’inestricabile varietà dei tributi erasi ristretta in pochi e chiari; pubblici il debito e le ipoteche; garantiti con queste e coll’intavolazione le proprietà e i contratti; distinta la potestà civile dalla militare, l’amministrativa dalla giudiziale; sistemati i municipj, parificato il diritto di tutti in faccia alla legge. Questi erano benefizj effettivi; e quantunque già fossero qui predisposti e in parte attuati, se ne ascriveva il merito a que’ Governi. Ora molti de’ principi ristabiliti credettero vantaggio del popolo il derogarli, per tornare ai vecchi di cui era cessata la ragione, cioè l’abitudine; e coll’astiare il passato più che affidar nell’avvenire, favorirono l’inclinazione ingenita nei popoli di rimpianger l’ordine caduto per raffaccio del presente.

Mentre abolivasi il buono, conservavasi il peggio. In quello stato violento e di guerra, i principi aveano dismesso i primitivi comporti paterni, a fronte di nemici che bisognava combattere, di popoli che aveano esultato ai loro disastri. La lebbra napoleonica degli eserciti numerosi non guariva perchè non se n’erano tolte le cause; e si continuò a sagrificarvi la quiete, gli affetti, la moralità, le famiglie: in conseguenza bisognò mantenere le imposizioni come in tempo di guerra rotta, eppure deteriorare le finanze, acciocchè la forza armata desse ai Governi il sentimento di poter ogni cosa senza far mente alle inclinazioni o ai bisogni de’ popoli.

Ma l’operosità, distolta dalla gloria militare, avea preso un indirizzo nuovo, occupandosi di trattati, di miglioramenti, di lotte parlamentari, e insieme dell’industria e del credito pubblico, di statistica e politica; e tornossi a ragionare di diritti e libertà. Gli Stati prima della rivoluzione poggiavano sul privilegio e la gerarchia delle classi, e sull’unione di queste tra loro in modo, che il clero, la nobiltà, le maestranze delle arti, le municipalità, protette da concessioni o da consuetudini, impedivano ai Governi d’essere assoluti, e sminuzzavano fra moltissimi corpi l’azione amministrativa. Altrettanta disuguaglianza sussisteva nei beni, alcuni legati indeclinabilmente in manimorte, altri tenuti a certe servitù di livelli e prestazioni, altri ristretti in fedecommessi, godibili non alienabili, che dovevano trasmettersi intatti di generazione in generazione.