E chi ci dirà che la precipua causa del poco bene scriver nostro e del non farci leggere sia lo scarso studio della filosofia, ci parrà uomo che nell’arte sa elevarsi dai canoni consueti della scuola.
Dalle meschinità di Francesco Soave uffizialmente adottate, l’Italia era stata buttata nel sensismo vulgare di Condillac, benchè serj filosofi il combattessero; come il Gerdil, che sostenne non poter l’idea dell’ente derivare dai sensi, eppure essere idea formata; il Falletti, che al canone della sensazione surrogò il leibniziano della ragione sufficiente e la generale idea dell’essere, dedotta dal me pensante; il Draghetti, che divisò una più compiuta dottrina sulle facoltà dell’anima, fondandola sopra l’istinto morale e sopra la ragione; il Miceli che, ripulsando l’Ontologia di Wolf, prevenne Schelling nel divisamento di un nuovo sistema delle scienze. Il padre Pino (1779-1823), nella Protologia, il principio e il fondamento d’una scienza universale trova nella natura divina, sorgente della ragione umana, ch’è distinta dai sensi; è una e identica in tutti gli atti del pensiero: ma a malgrado di quest’unità, noi siamo il soggetto e l’oggetto dell’intelligenza, e lo spirito intelligente che in Dio cerca la causa e il modello. Ogni luce e verità proviene da Dio; e la natura divina, cioè il dogma della Trinità, si riflette necessariamente in tutti gli oggetti che noi conosciamo, e diviene la base di tutte le scienze e della morale. Con ciò opponevasi all’incredulità irruente e alle inezie condiliachiane, e preveniva De Maistre e Donald nel professare che la parola non potè che essere rivelata. Al tempo stesso Palmieri e Carli combattevano le conseguenze del sensismo nella religione e nel diritto pubblico. Anche Pietro Tamburini bresciano (1737-1827), ripudiando il sensismo e la morale dell’interesse, traeva l’obbligazione morale dal bisogno della perfezione, pur confutando il progresso indefinito di Condorcet. Meno ascoltati, non impedirono che a braccia aperte si accettasse da noi la gretta ideologia del Tracy, cui il traduttore Compagnoni aggiunse un catechismo morale, prettamente empirico.
Così il sensismo si diffuse: e la sensazione essere l’idea fu sostenuto dal pseudo Lalebasque (Pasquale Borelli) nella Genealogia del pensiero. Pasquale Galuppi di Tropea (1770-1846), pur tenendosi alla filosofia sperimentale, diverge dai puri sensisti in quanto, cogli elementi objettivi della cognizione ammette anche lo spirito umano, che meditando ascende dal condizionale all’assoluto in forza dell’intuizione mediata del raziocinio stabilito sulle nozioni. Scrittore scorrettissimo e tutto infranciosato, pure chiaro, senza formalismo nè pedanterie, senza abbaruffamenti, e con aria di una persuasione dabbene e il tono d’amichevole maestro, si fece leggere più d’altri che di gran lunga il superavano; divulgò l’analisi psicologica della scuola scozzese; diede a conoscere la tedesca, poco conoscendola egli stesso; alle empiriche formole condiliachiane surrogò il linguaggio della scienza moderna, impastandola fra Locke e Reid. Ammette verità primitive di sperienza interna; non procedenti da mero empirismo o dai principj a priori di Kant, bensì dalla subjettività stessa dello spirito, come sue leggi originali. L’ontologia confonde colla psicologia: mal procede nella logica; della filosofia, «scienza del pensiero umano», non scorge le attinenze colla morale, colla politica, coll’economia pubblica. Nell’estetica è affatto gretto: nella dottrina morale ammette giudizj pratici a priori, qual sarebbe l’imperativo Fa il dovere; e colloca la legge morale nella retta ragione che dirige la volontà al nostro ben essere, indicandoci quali atti possono produrre o impedire la felicità. Nel suo paese Mancini e Tedeschi vacillarono nell’eclettismo; Winspeare giureconsulto espose le teoriche di Kant, ma serbando venerazione per Reid, e in lontananza per Leibniz; De Grazia (Sulla realtà della scienza umana) sta fedele a Locke, pur attento ad ovviare le conseguenze del sensismo, e lasciava all’intimo senso il giudicare inappellabilmente la verità del metodo sperimentale, svincolata dal razionalismo.
Le teorie che Giuseppe De Maistre oppose alla filosofia sensista e alla storia enciclopedistica, parvero eccessive, e si tentò conciliare l’esperienza colla ragione, quasi soltanto dal loro accordo possa venire un accettabile sistema[264]. Con questo si scivolò in un eclettismo, pel quale Cousin non trovava ne’ nostri che un gretto raccogliere di ciò che i Francesi hanno già repudiato[265]; mentre Baldassare Poli volle rionorare la scuola italiana, seguendone le traccie attraverso ai secoli fino a noi, e correggendo l’eclettismo in modo che non si limiti a scernere ciò che v’ha di vero nei discordanti sistemi, ma metta in relazione fra loro i due supremi principj dell’empirismo e del razionalismo.
Per Terenzio Mamiani pesarese, sbrigliatosi dalle tradizioni religiose e dal formalismo scolastico, Filosofia è storia naturale dell’intelletto, e suo uffizio lo studio de’ metodi antichi; attesochè il metodo sia tutto, e ogni riforma nasca dal suo cangiamento; la scienza non sia che la verità metodica, e ogni discussione filosofica possa ridursi a quistione di metodo. Il tempo, cioè lo spirito umano, fa sempre una scelta; e di ciò che v’ha di vero in ciascuno accresce le proprie ricchezze; il resto porta via. Gli antichi Italiani conobbero il metodo vero, e chi lo rinnovasse integrerebbe la scienza, da cui si dedurrebbe che le estreme conclusioni della filosofia razionale devono coincidere coi dettami del senso comune: e col titolo di filosofia italiana blandisce la boria patriotica: ma avvi nazionalità nella filosofia, cioè nella ricerca del vero?
In questo ristauramento del passato il padre Gioachino Ventura siciliano (-1861), all’opposto resuscita la scolastica per innestare la filosofia sulla rivelazione; mostra il valore del sillogismo e i meriti di san Tommaso, al quale s’appoggia per sostenere che la ragione abbandonata a sè è bensì dimostrativa, ma non inventiva, e nessuna verità può trovare, neppure l’esistenza di Dio. Nè però nega all’uomo la ragione, ma ne fa un’esistenza sostanziale, che ogni verità trae dalla ragione di Dio; sicchè, ammettendo un principio solo di conoscenza e per ciò una sola sostanza, cadrebbe nel panteismo se la fede nol rattenesse. Perocchè la filosofia cristiana sempre ammise due principj di conoscimento, la rivelazione e la ragione, essendo necessario discernere essenzialmente lo spirito dalla materia, l’individuo dalla specie, la specie da Dio.
Posto il qual canone, fa stupore come la taccia di panteismo si lancino a vicenda i due grandi filosofi cattolici. L’abate Antonio Rosmini di Rovereto (1797-1835) con logica irresistibile abbatte i sistemi dei precedenti, i quali, nel ricercare l’origine delle nozioni che sono indispensabili per formare un giudizio, o troppo negano o troppo suppongono; e dimostra che non è necessario ammettere d’innato se non l’idea della possibilità dell’ente, la quale, unita alla sensazione, basta a produrre le altre, e l’intelletto è quel lume della ragione pel cui mezzo arriva a conoscere. Pensare è sentire, dicevano i sensisti: pensare è giudicare, dice Rosmini; e comincia a distinguere nella conoscenza umana il materiale dal formale. Materia della cognizione sono soltanto gl’individui sussistenti d’una specie: ma la sussistenza non è conoscibile per sè, non entra nell’intelletto; mentre oggetto di questo non è che l’idea, la specie. La sussistenza viene percepita con un atto essenzialmente diverso da quello onde s’intuisce la specie; con un atto che per sè non è cognizione, attesochè un’azione dei corpi sopra di noi produce impressione ma non cognizione. Se poi alla percezione degli oggetti esterni noi applichiamo l’intuizione dell’idea che è in noi, diciamo che quella è la realizzazione di questa; e per tal modo la percezione diviene intellettiva. Quest’atto non è una semplice intuizione dell’idea; bensì un giudizio, un’affermazione che ci fa persuasi della realtà d’un ente, il quale corrisponde all’oggetto intellettivo da noi intuito. Tutte le qualità delle cose hanno la loro idea, e perciò appartengono alla cognizione pura e formale; solo la sussistenza è estrania alla conoscenza, e ne costituisce la materia.
Così ridotta la cognizione alle pure idee, ai possibili, alle essenze, egli paragona le idee fra loro, e vede che le più determinate rientrano sempre nelle meno determinate, sicchè, distribuendo le più particolari e molteplici prima, poi le meno particolari e meno numerose, via via si giunge a un’idea prima, che vale per tutte, e che in tutte si moltiplica mediante differenti determinazioni.
A tal modo coglie l’idea dell’essere possibile indeterminato, come fonte pura di tutto lo scibile; idea che esiste indipendente dall’uomo e da ogni realtà. Se l’uomo consideri tutte le cose sussistenti e da lui conosciute, s’accorge che in esse non trovasi nulla di ciò che si chiama la conoscenza. Eppure la conoscenza vi è, perocchè egli conosce. Quest’è segno che sono cose affatto distinte la conoscenza e la sussistenza; e la prima è una forma di essere, in opposizione alla sussistenza. Non può dunque formarsi da nessuna delle sussistenze cognite, nè dal mondo materiale, nè dall’anima, ma procede da qualche altro principio, la cui essenza mantiene tale opposizione a tutto ciò che esiste. Tale principio, che non è sostanza reale nè accidente, è l’ente intelligibile, la possibilità delle cose, l’idea; principio che si raggiunge ancora più col contemplare che col ragionare.
Questa prima percezione dell’ente, intuíto in universale, non possono neppure gli scettici dubitarla illusione; onde è fondamento della certezza, e genera la cognizione dei corpi, di noi, di Dio, della legge morale, il nesso del mondo ideale col reale, della vita teoretica e speculativa colla pratica. Sommo teorico del pensiero, sebbene usi una lingua pulitamente stentata, e più prolissa che non converrebbe a quell’irrepugnabile argomentare; e sebbene l’insistente dialettica, specialmente nella confutazione, sappia di cavillo, nuovo movimento impresse al pensiero filosofico, tolto dalle angustie dell’empirismo, e diretto ad abbattere il mondo della sofistica e dell’errore, per elevare il mondo della scienza e della verità. Indipendente di atti e di pensare, coerente nelle opere come nei principj, il ricco patrimonio erogava in opere pie e nel sorreggere i Sacerdoti della Carità (-1854), da lui istituiti per formare buoni ministri dell’altare.