Pure la vita eragli stata amareggiata da contrarietà, non solo per parte de’ materialisti ch’egli bersagliò in Gioja, Foscolo, Romagnosi, ma anche de’ religiosi, dai quali fu promosso avanti al pubblico un attacco d’inverecondi improperj, e avanti alla Congregazione dell’Indice un’accusa di errori teologici, ma la suprema autorità lo mandò irreprovato.

Suo antagonista il torinese Gioberti (1801-52) asseriva «che al dì d’oggi in Europa non v’ha più filosofi», colpa del metodo psicologico, al quale vuol sostituire l’ontologico di Leibniz, Malebranche, Vico; ultimi filosofi, la cui via fu guasta da Cartesio, «nuovo Lutero, che all’autorità cattolica surrogò il libero esame». Poichè questa ricerca dell’ente mena difilato al panteismo, sia l’ontologico che confonde il reale infinito col possibile, sia il cosmologico che immedesima Iddio col creato, Rosmini avea voluto garantirsene coll’asserire che l’intelletto non intuisce l’ente reale ma il possibile; Gioberti accetta l’idea dell’ente come primo psicologico, ma crede repugni il dedurre il concetto di realtà da quello di possibilità, e che precipita nel panteismo il supporre che questo esista senza di quello. Li distingue dunque per mezzo dell’atto creativo, mediante la formola L’ente crea l’esistente.

Questa formola è il primo filosofico, che comprende il primo psicologico e il primo ontologico, vale a dire la prima idea e il primo ente. Toglie dunque, nell’intuizione dell’assoluto, ogni intermedio fra lo spirito creato e l’ente in cui stanno objettivamente tutte le idee, e vuole che l’intuizione dello spirito umano sia nell’ente divino, ideale, reale, creante; mentre Rosmini fa l’intuizione per sua natura ideale, e il reale colloca come scopo del sentimento: laonde lo spirito nostro non intuisce direttamente Dio; l’idea dell’ente, rappresentandogli l’essere come possibile e universale, non gli discerne il necessario dal contingente, mentre il sentimento della realità divina appartiene ad uno stato soprannaturale. Se in Rosmini l’ente è possibile e indeterminato, in Gioberti è reale e creante; perocchè, in quella sua proposizione egli avvisa nel primo membro una realità assoluta e necessaria, nell’ultimo una contingente, e vincolo tra essi la creazione, atto positivo e reale, ma libero. Ecco tre realtà indipendenti dallo spirito nostro; ecco affermati il principio di sostanza, quel di causa, l’origine delle nozioni trascendenti, e la realtà objettiva del mondo esterno. Da quella deduce egli l’intera enciclopedia, divisa in tre rami; filosofia o conoscenza dell’intelligibile, fisica e matematica. La prima appartiene all’essere, la seconda all’esistenza, la terza alla copula, cioè al creato. Viene poi la teologia rivelata, dov’è l’ente che redime l’esistente.

È un tentativo di ricondurre all’ontologia gli spiriti, traviati dall’analisi psicologica, ripristinando la scienza in opposizione alle scuole tedesche, vergenti al panteismo. Ma Gioberti, declamando incessante contro i psicologi, ingombrò la dottrina con metafore e tono oratorio, con parole artificiosamente inintelligibili e sinonimi in mancanza d’idea precisa; con neologismi inutili e formole nuove indossate a idee anche comuni, mentre gli studj speculativi vogliono elocuzione chiara, precisa. Il razionalismo combattendo in Lutero che scosse l’autorità della Chiesa, in Cartesio che sconficcò l’infallibilità della Bibbia, in Kant che annichilò la validità della metafisica cristiana, ripone l’essenza del cattolicismo nel riconoscere l’assoluta sovranità della Chiesa nel definire il vero morale e religioso: sovranità che si annichila col negarne anche una minima parte. Lo avesse egli ricordato anche tra l’ardore della polemica, dove, fatto del vero un mezzo, non un fine, si prostrò davanti ai proprj equivoci, secondando l’opportunità.

Attorno a Rosmini e Gioberti si dibatterono le capitali quistioni dell’ontologia, della psicologia, dello scetticismo, del panteismo, dell’origine ed autenticità delle cognizioni, del valor logico della dialettica nel conciliare i contrarj, della natura dell’assoluto, dell’ideale, del reale, degli universali, del primo enciclopedico che spiega l’universo. Conciliava i due sistemi onde raggiungere la sintesi che meglio giovi alla vita individuale in relazione coll’universale civiltà. Tentarono Tommaso Mora e Francesco Lavarino nell’Enciclopedia scientifica (1856), associando l’intuito dell’ente creato e quel dell’ente possibile non sequestrato dal reale, in modo che l’ontologia sia reale, ideale, mista, e il filosofo deva contemplarne tutte le parti, ma non gli sia possibile impossessarsene senza l’autorità della Chiesa, la quale è l’ontologia stessa fatta sensibile, e la sola che possa insegnare la realtà oggettiva delle cose; è il vero principio del mondo scientifico, dove la filosofia non è che il mezzo. I criterj filosofici usitati sono sempre arbitrarj e gratuiti, destituiti di valore enciclopedico, il cui supremo valore è quello della contraddizione: ed essi con logica serrata lo riscontrano attuato in tutte le cose, da Dio sino all’atomo.

V’ha altri cui viene paura che gli studj dell’ente e quelli dell’idea non conducano dalle universalità dell’essere alle universalità della sostanza, dall’unità ideale alla sostanziale, cioè dalla semplice unità ideale alla negazione delle realtà estrinseche. A tal pericolo si oppongono gagliardamente i filosofi religiosi, fra’ quali segnaliamo il gesuita Pianciani (-1876), che dopo avere colla molta sua scienza fisica commentati i sei giorni della creazione, volle con quella scienza stessa illustrare la metafisica.

Altri credono che la filosofia abbia fondamento in san Tommaso, giovata dalle ricerche de’ moderni; e tale è l’opinione del Liberatore, che i Gesuiti oppongono al Rosmini. Con quest’ultimo accampano Pestalozza, Curti, Sciolla, Manzoni...; con Gioberti stanno Bertinaria, Vittorio Mazzini e molti piemontesi. V’ha chi risale a Kant, pur declinandone gli errori, come Baroli; chi tiensi agli scozzesi, come Ravizza; Bertini nella Filosofia della vita, deriva la morale dall’amore disinteressato della bellezza morale degli atti virtuosi: il Centofanti con vigoria ed ardimento fino nell’erudizione tesse la storia de’ sistemi filosofici.

L’ontologia e le aspirazioni alla scienza assoluta sono combattute da Giuseppe Ferrari, il quale asserisce che con ciò non si fa che duplicare i misteri, trasportando la verità prima fuor della certezza descrittiva; e poichè non è data all’uomo che la descrizione, facile riesce abbattere i sistemi ontologici e, confutati questi, sembrano distrutti anche i fatti che essi spiegavano. Passaggio matematico non v’ha dall’ente ai fenomeni, dall’uno al vario, dalla sostanza alla creazione; sicchè fra tali ricerche la ragione isterilisce nel dubbio, mentre dovrebbe limitarsi alla descrizione de’ fenomeni, ripudiando come impossibile ogni dimostrazione di là dai limiti della certezza vulgare. Neppur alla morale dà fondamento l’ontologia, avvegnachè la virtù è una poesia, la morale un irresistibile impulso del cuore, la libertà e la responsabilità un fatto di coscienza, inseparabile dalla moralità e inesplicabile come questa[266]. Con Ausonio Franchi proclama i diritti della ragion pura, e che sol dopo ottenuta la libertà del pensiero potrà conseguirsi la libertà degli atti; sicchè è mestieri distruggere dogmi se vogliasi arrivare al riscatto politico della nazione.

Queste divergenze accertano il bisogno di dare un fondamento alla filosofia, la quale più non s’isfrivolisce coll’acquisto individuale di idee e di cognizioni, ma ricorre all’universalità, o chiamisi senso comune, o idea innata, o forme universali, o spontaneità della ragione, o indaghi nel linguaggio i depositi della comune, la sintesi dell’umanità; certo però collo spirito negativo non risolverà i grandi problemi della natura e della civiltà, nè ripristinerà nell’uomo l’immagine divina.

La filosofia sensista aveva avuto rinfianco da Melchior Gioja prete piacentino (1767-1829), che buttatosi alla repubblica, parve eccessivo fino ai demagoghi; poi dal Governo italiano fu destinato a coordinare le statistiche. «Cercare i fatti, vedere quel che ne risulti, ecco la filosofia», diceva egli: «le scienze non sono che risultanze di fatti, concatenati in modo che facile ne sia l’intelligenza, e tenace la ricordanza»; umile uffizio per una scienza! Conseguente al quale, raccolse fatti sconnessi e neppur provati, e fenomeni disgiunti dalla propria causa; e pretendeva dedurne verità generali. Così diede una filosofia e una scienza sociale affatto vulgare, dove spesso sagrifica la verità al sistematico spirito di contraddizione, al gusto di celiare e diffondere il dubbio. Per rendere quasi visibili le teorie, e offrire simultaneo ciò che nel discorso è successivo, moltiplicava i quadri sinottici, solo metodo, secondo lui, per «provare qualche cosa in morale ed in economia, rinvigorire le idee col mezzo della sensazione, e avere un esatto confronto dei diversi elementi». Ma questo formolare stanca l’attenzione, e aggrava la memoria di particolari, a scapito degli universali.