La tirannide amministrativa non ebbe campione più risoluto di lui, che domanda una direzione dispotica sopra l’esercizio delle arti e le professioni, e privilegi, tariffe, corporazioni; si scandalizza di Smith che disse, le passioni private abbandonate a se stesse tendere al pubblico bene; riduce tutta la grandezza nello Stato, tutte le cure allo sviluppare la forza amministrativa[267]; all’esperienza, alla libertà, alla dignità umana surroga decreti che guidino o frenino questo pazzo imbecille che è l’uomo, non esitando a introdurre l’occhio della Polizia fin nel sacrario domestico per valutare il merito e le ricompense, le ingiurie e i danni. Ma nel cercare le soddisfazioni dell’ingiuria cambia spesso di criterio; spesso lo desume dagli accidenti della natura umana, anzichè dalle sue leggi costanti e universali, o dal risentimento che nell’uomo nasce da passioni disordinate. Non crede la moneta possa servire di misura ai valori, nè che convenga al solo argento conservare la funzione di moneta[268]; combatte i Fisiocratici dove prendono la terra per unica sorgente della ricchezza, ma sconobbe l’ampiezza della dottrina di Beccaria e di Smith che la fanno nascere dal lavoro; delle politiche istituzioni non si diè briga, nè del nesso fra l’economia e la legislazione, nè delle finanze. Oltre la produzione e la distribuzione delle ricchezze, tratta anche della consumazione: ma volge il dorso alle moltitudini, della poveraglia non tratta, antepone i grossi manifatturieri ai minuti, i grandi possessi ai frazionati; si sgomentò della libertà di commercio e dell’aprirsi del porto di Odessa che svilirebbe le mercedi e porterebbe il pane a buon mercato, e loda l’Inghilterra che proibiva l’introduzione dei grani, cioè condannava molti a morire di fame[269]; le tariffe considerava come «mezzo di difesa dell’industria nazionale contro una concorrenza più potente»[270], ed esclama: — La libera importazione equivale a diminuzione de’ prezzi; diminuzione de’ prezzi equivale a diminuzione dei capitali della classe agricola; diminuzione di capitale in quella equivale a scarsezza o mancanza di mercedi; scarsezza o mancanza di mercedi equivale ad impotenza a comprare il pane a basso prezzo».

Abbiatelo a saggio del formulario matematico che indossava alle sue idee, per cui la felicità definiva il numero delle sensazioni gradevoli, sottrattone quello delle spiacevoli: e nel Merito e Ricompense e nell’Ingiuria e Danni riduceva a cifre e valore persino i fatti morali; e con Bentham asseriva che «leggi, diritti, doveri, contratti, delitti, virtù, non sono che addizioni, sottrazioni, moltipliche, divisioni di piaceri e dolori, e la legislazione civile e penale non è che l’aritmetica della sensibilità»[271].

«I mezzi primarj per accrescere la civilizzazione consistono nell’accrescere l’intensità e il numero de’ bisogni, e la cognizione degli effetti che li soddisfano[272]. I discorsi al pari delle azioni sono subordinati alla legge generale del maggior utile e del minor danno[273]; e una buona digestione val cento anni d’immortalità»[274]. La speranza di procurarsi i piaceri del lusso è pungolo potentissimo pel basso popolo, senza del quale egli si avvicina allo stato d’inerzia, e al vizio che l’accompagna[275]: per quello la donna si vende; ma l’uomo onde comprarla lavora, e così sviluppa l’industria, talchè il lusso conduce alla morale. E morale per lui è la scienza della felicità; la società è un mercato generale, in cui ciascuno vende le cose sue e i suoi servigi per ricevere gli altrui; anche quando si rendono servigi in apparenza gratuiti, gli è per procurarsi un piacere vivissimo, come chi spende per procurarsi un fuoco d’artifizio[276]. Vuole il divorzio, giacchè l’uomo non può rispondere de’ suoi affetti futuri; la prostituta ottenga onore qual ministra di felicità: impudenze che non han tampoco il merito dell’originalità, essendo levate di pianta da Bentham, dietro al quale poneva fra i delitti punibili il digiunare, il celibato, il mortificare la carne; fra le superstizioni il battesimo de’ bambini, la festa degli ulivi, il sonar le campane ne’ temporali.

Vanto di lui fu la statistica, scienza de’ fatti primarj e attuali, che si manifestano nei differenti dominj della vita sociale, e che servono di lume alla pubblica amministrazione, e di computo dei mezzi nazionali. Accentrati i Governi, dovette diventare importantissima questa scienza, che però molti riducono ad arte; mentre il suo creatore Schlözer voleva fosse l’applicazione del proverbio La pubblicità è il polso della libertà. Il Gioja, col definirla «descrizione economica delle nazioni», dispensa dal tener calcolo complessivo di tutte le forze politiche, mediante le quali misurare la vera potenza intima della società.

Nel Prospetto delle scienze economiche, il quale insomma è raccolta non di scienza ma di materiali, radunò «sopra ciascun oggetto d’economia pubblica e privata quanto pensarono gli scrittori, sancirono i Governi, costumarono i popoli». Poi nella Filosofia della statistica insegnò a coordinare gli oggetti e i fatti sociali sotto sette categorie: ma è possibile mai ridurre tutto a numero e misura? è desiderabile una società, dove si tenga conto d’ogni uovo e d’ogni pensiero che nasce? Su quel modello molti secondarono la materialità dell’amministrazione, ove l’uomo non è considerato come un essere intelligente, ma come macchina da produr denaro.

In fatto ai grandiosi e inquietanti sobbalzi della Rivoluzione sostituivasi una nuova dottrina, il soddisfacimento degl’interessi, e a ciò mira l’economia pubblica; ma essa «riveste un’aria di gretta e tirannica sensualità, nella quale la parte più preziosa della carità e dignità della specie umana viene dimenticata». Così lamentava Gian Domenico Romagnosi piacentino (1771-1835), il quale pertanto non volle considerarla come puro studio della produzione, distribuzione e consumazione delle ricchezze, ma come l’ordine sociale di queste; e porla sotto al diritto pubblico, come questo sotto al diritto naturale. S’accorge egli che «ciò che rende sociale la ricchezza è il commercio», e disgrada l’inutile ingerenza de’ Governi; ma a ciò lo conduce piuttosto il buon senso pratico, che una logica deduzione dalle sue teorie, giacchè anch’egli inciampa allo scoglio comune, e nel mentre ripete «Lasciate fare, lasciate passare», all’autorità attribuisce poteri che assorbono la libertà dell’individuo; quasi fossero necessarj per dare unità, concordia, efficacia alle azioni e ai voleri singoli: insomma al posto del naturale surroga l’ordine artifiziale.

Da Wolf, testo filosofico nel collegio Alberoni dov’egli fu educato, trasse l’unità, la vastità, la concatenazione sistematica, la precisa distinzione delle idee, la ben determinata terminologia, ma anche un formalismo faticoso tra il procedimento matematico e l’argomentazione scolastica. Testa geometrica, faticò tutta la vita ad armonizzare principj in apparenza repugnanti, l’equità romana e il formalismo britannico, la virtù di Platone e l’utilità di Bentham, la giustizia metafisica di Vico e la necessità di Hobbes, l’amministrativa e l’attività privata, la stabilità e il progresso; coordinamenti troppo difficili. Romagnosi ripudia francamente il contratto sociale come base dei diritti e doveri, ma vi surroga una ragione presuntiva, una volontà generale e sovrana, una legge che tutta la forza deduce da legge anteriore, qual è il bisogno assoluto del viver sociale; e il diritto umano e pubblico fonda sulla necessaria tendenza dell’uomo a cercar il piacere ed evitare il dolore (§ 97) e sulla conseguente necessità del viver sociale (§ 415); di modo che il diritto deriva dal complesso degli attributi essenziali dell’uomo e delle relazioni co’ suoi simili, raccolti e tutelati nella convivenza civile, la quale è lo stato naturale dell’umanità. Ma fuori e prima della società non v’è nulla; «non esiste una potenza esterna superiore, illuminante l’uomo sull’ordine dei beni e dei mali, sui beni e i diritti. Dunque ha dovuto precedere un lungo periodo, nel quale, a forza di milioni di sperimenti, d’errori, di vicende, l’uomo grezzo e ignorante è passato bel bello allo stato di ragionevolezza e di lumi. Questo corso si può considerare come una legge di fatto della di lui natura»[277].

L’uomo dunque senza la società non sarebbe che un bruto, lo che riconduce alla primitiva bestialità di Rousseau, e a sagrificare l’individuo alla società, l’uomo non avendo che un valor sociale; e l’attribuirlo al maggior numero dei conviventi è lo scopo della scienza e dell’arte. Male non è che il nuocere alla società, «tanto che un uomo il quale per tutta la sua vita pensasse ed amasse il male, e operasse giusta l’ordine, non potrebbe essere chiamato ingiusto; anzi giusto sarebbe ad ogni modo»[278]: esclusione del concetto morale che genererebbe l’ipocrisia. Il suo confondere sempre il desiderio di sentire aggradevolmente coll’amor del bene, cioè il piacere coll’ordine, esclude ogni concetto morale superiore; nè vi rimedia col porre fine ultimo della società la pace, l’equità, la sicurezza, poichè ciascuna di queste importa una moralità, cioè pace nell’ordine, equità ma con giusta proporzione, sicurezza ma per la sola virtù. Costituito il diritto di proprietà sopra il diritto di sussistere, dovette dar in fallo discorrendo dell’eredità.

Fra i diritti della società è quello di punire; la necessità, come ne è la fonte, così ne è il limite. Sebbene nella pena introduca un elemento morale, facendo che colla colpa l’uomo decada dal diritto che aveva alla vita e sicurezza propria; non per questo si eleva sino all’espiazione, portata da tutt’altro ordine di idee, e si arresta alla difesa indiretta. Questa non è più necessaria quando il delitto è consumato; ma poichè alla società sovrasta la minaccia di rinnovata offesa, ella ha diritto di prevenirla punendo. Qui manca il nesso, giacchè pel nome medesimo, una punizione non può concernere che il passato; il padre punisce il figlio che percosse un altro, sebben nulla abbia a temere per sè; e Dio punisce anche quando l’essere misto cessò di poter delinquere. Scolaro degli Enciclopedisti, il Romagnosi trae da quelli molti pregiudizj, sebbene non ne accetti il gretto materialismo; da gran legista ripudia molte conseguenze, pure distingue le leggi come sono dalle leggi come devono essere; se ne’ particolari è spesso utilitario, nel complesso investiga il principio razionale: insomma ha il merito di mostrare gli sbagli del sistema vecchio, ma non ne erige un nuovo; e se anche se ne rifiutano i canoni, la mente è giovata dal suo metodo.

Nell’Introduzione allo studio del diritto pubblico universale vuol congiungere l’ordine dottrinale coll’operativo, la scienza della ragione con quella della volontà, troppo dimentica dai pubblicisti; la quale scienza si collega nel tempo col diritto d’opportunità, ch’è spiegazione della storia. Cercando dunque ajutare il triplice perfezionamento economico, morale, politico, formò una filosofia ch’egli intitolava civile, media fra la razionale e la scienza della legislazione. E come suo carattere udiamo attribuirgli l’insistere sulla fusione della giurisprudenza coll’economia, la quale altrimenti è scienza sbranata e disastrosa; sebbene non precisano la natura di questa relazione fra l’economia, la morale, la giurisprudenza, la politica. Anche quel suo ampliare l’oggetto dell’economia politica, nelle ricchezze comprendendo e il giusto e l’onesto, l’utile dell’individuo e della società, è un eccesso che, se impiacevolisce la scienza e corregge l’egoismo, scema però la precisione.