Chi non osava afferrar le armi e sparger sangue, spargeva odj, calunnie, rancori. A differenza dei vecchi Frammassoni e Carbonari, le società segrete odierne si valsero molto della stampa; e da Londra, da Parigi, da Lugano, da Losanna diffondevansi scritti, che, parlando della libertà colla stizza di carcerati, e predicando l’intervento diretto del senso comune nelle cause politiche, tenevansi per lo più nel vago, nell’utopia, nel sentimentale, quand’era mestieri di principj, di notizie, d’azione. Quel mistero e il solletico della proibizione faceanli ricercati quanto un romanzo satanico: eppure esercitarono efficienza scarsissima, nonchè sugli eventi, neppure sullo spirito pubblico, non arrivando al popolo, ma solo a quella classe per non avere la fatica del pensare, e fra cui interpolava un guizzo galvanico che mal simulava la vita[23]. Non avendo cognizione immediata degli avvenimenti italiani, stavano a detta di un corrispondente, che parlava intrepido perchè nascosto e fuori del pericolo d’essere contraddetto; e così esaltava sè ed i suoi, deprimeva i personali avversarj, scaraventava le più strane baje: e i lettori, invece di ripudiarlo come bugiardo, diceano, — È meglio informato che noi concittadini». V’avea degli zoili semplici, di cui i furbi si valeano per eludere l’influenza degli scrittori onesti: ve ne avea di malvagi, che per la stessa loro ribalderia imponevano al pubblico, il quale in segreto n’ha schifo, eppure in palese li loda ed approva. La sciagurata abitudine del censurare, del detrarre ad ogni atto dei proprj cittadini, oltre amareggiare le vite più benefiche, rapiva al popolo quella confidenza nei migliori, la quale li avrebbe trasformati in potenze tutelari se si fossero sentiti appoggiati dalla patria; mentre invece scassinati, derisi per la loro superiorità, costretti a guardarsi le spalle dagli amici, vedevano dai proprj concittadini tolta all’amico comune la verecondia del perseguitarli, tolta a se stessi, se non la costanza, l’efficacia del resistere.

Così, invece di studiare ed ammannire i rimedj possibili, e il più efficace di tutti, la concordia, sbuffavasi contro i nostri che per poco si elevassero dalla folla, o ambissero le simpatie nazionali, o sdegnassero per naturale orgoglio di giustificarsi in piazza, o, troppo sinceri per esser mobili, dissentissero da loro in qualche punto solo; o che, invece di precipitarsi a capofitto, preferissero giungere per anfratti legali là dov’essi volevano di sbalzo. Gelosie di paese, di condizione, d’ingegno, concittadini livori, adipose insofferenze appiattavansi dietro quella siepe onde avventare accuse reciproche, contraddittorie, irreparabili, e così abjette, che sariasi dovuto conchiuderne, essere cattivi i tiranni, ma pessimi noi, e perciò o immeritevoli di libertà, o incapaci d’acquistarla. Qual meraviglia se alcuni cadeano in quegli scoramenti che al genio detraggono l’autorità, se non lo splendore? se dalla calunnia o dalla paura dell’impopolarità erano spinti all’esagerazione quei buoni che non sanno rassegnarsi all’ingiustizia dei fratelli? E intanto formavasi un’opinione fittizia, da cui martiri ed apoteosi allorchè i pochi encomj e i prodigati vituperj si tradussero in urli di piazza e fino in coltelli.

Questa denigrazione sistematica è micidiale della libertà e delle buone istituzioni, perocchè non crea se non la lotta, logora le forze degli uni nell’abbattere gli altri cittadini, men cerca elevar sè che deprimere gli altri; riduce i buoni non a volere dignità, elevatezza, gloria, ma a farsi perdonare la scienza e la virtù e dimenticare; e così lasciare ai nemici il monopolio dell’amministrazione e delle reputazioni. Volesse anche scusarsi come arma da guerra, o come infamia de’ corrispondenti, quali ebbero il coraggio di discredersi quando i fatti le smentirono? e rettamente Mazzini pronunziava, che prima causa dei disastri del 1848 era «l’aver dimenticato che le nazioni non si rigenerano colla menzogna»[24].

Ai nemici dava eccellente salvaguardia la nostra discordia calunniatrice, e non poteano risparmiarsi di mantenere spie quando i nostri ci persuadevano che, ogni tre fratelli, spia era l’uno, vigliacco, traditore. Talmente delira l’opinione quando, dismesso l’uso di ragionare, i sentimenti si accettano dalla moda, dall’abitudine, dal caffè, dai giornali. Chiesti in che consistesse il liberalismo, i più avrebbero risposto «nell’odiare lo straniero». Ma oltrechè una negazione non basta a determinare l’attività, essa sviava dall’educarsi nella libertà vera, lasciando contenti della beffa, abituando a vilipendere ed illudere la legge, credendo generoso del pari chiunque facesse opposizione al Governo, fosse col subire venti anni di ferri o col fischiare ad una ballerina.

Tanto maggior lode meritano coloro che, in tempi così funesti alla virtù delle anime, alla forza de’ caratteri, all’elevazione degl’ingegni, e mentre un patriotismo cieco, addormentandosi nelle memorie e adulando se stesso, adontavasi della verità, ovvero l’impazienza del giogo oppressivo rendeva insofferenti anche dei poteri tutelari, lavoravano solinghi, sconosciuti, oltraggiati anche, ma perseveranti. Singolarmente negli ultimi anni, quando altrove maturavano i frutti della pace nelle grandi imprese di commercio, nelle leghe doganali, nelle esposizioni d’industria, qui l’attività si spiegò in ricerche storiche ed esercitazioni letterarie e statistiche, dove, sotto fatti antichi, adombravansi gli odierni; si chiamava l’attenzione sui problemi politici e sociali; ripeteansi in cento toni il nome d’Italia e le sue speranze; e la censura poteva bene cancellare parole e frasi, non lo spirito dei libri cautamente robusti. Persino dal rancidume delle accademie si trasse pretesto di ravvicinare gl’Italiani, dare le abitudini della parola, dell’ordine, della legalità. Tali furono i Congressi scientifici, cominciati a Pisa nel 1839, poi a Torino, Firenze, Padova, Napoli, Lucca, Milano, Genova, Venezia. Dapprima ristretti nelle scienze naturali, presto vi si innestarono anche gli studj economici e morali: nel Congresso di Firenze si propose la riforma carceraria, nesso della medicina colla scienza penale: in quel di Genova le traccie della grande strada ferrata[25], che implicava la quistione nazionale. E se erano campo ai ciarlatani, i quali di qualunque idea si fanno un trespolo, se facevano scambiare l’uomo di rumore per uomo di talento, già pareva assai il vedere Comizj italiani accumulare il frutto delle solitarie ricerche, ed applaudirvisi ad altri che a mime e cantatrici.

Eppure fin quelli che la libertà esaminavano come cosa sacra e ne ponderavano gli elementi, dissentivano fra loro; e vulgarmente venivano classati sotto le antiche bandiere di Guelfi e Ghibellini. I Ghibellini, consoni nel bene a Dante, a Machiavelli, ai Giacobini, vedevano la necessità di Governi robusti, qualunque si fossero; e rammentando come Napoleone avesse colla spada troncato tanti modi italici, sicchè stette da lui il farci nazione, avrebbe voluto qualcuno de’ principi d’Italia metter capo di tutta, fosse Carlalberto di Savoja, o Francesco di Modena, o fino l’imperatore d’Austria: primo bisogno d’una nazione diceano l’unità; il resto terrà dietro. Gli altri zelavano la libertà innanzi tutto, e ne vedevano appoggio e fonte la religione.

La moda degli scherni volteriani avea ceduto a quella d’un cristianesimo vaporoso e sentimentale, figliazione di quello di Chateaubriand, che aveva non dischiuso il tempio, ma ornata di tappeti la via che vi conduce; e che vagheggiandolo come un’anticaglia scoperta, confessava in piedi un Ente supremo, ch’era poco più del dio de’ galantuomini di Voltaire, o del dio delle anime sensibili di Rousseau e Lamartine, anzichè inginocchiarsi al Dio vivente, personale, crocifisso; coltivava il sentimento negligendo il dogma; la fede limitando a una speculazione, che nè regolava le azioni, nè repudiava necessariamente qualunque altro culto o dogma morale. Che se taluno degenerò in ascetismo monacale o in gergo teosofistico, nè migliorò lo spirito religioso, molti altri spingeva ad opportunissime beneficenze, e negli scrittori aveva prodotto (a tacere altri) i due libri che quasi soli divennero popolari anche oltr’Alpe, e dove alle nequizie degli uomini e alle sofferenze della vita si opponevano quelle miti virtù che trionfano del mondo.

I migliorati studj e l’annobilito sentimento religioso cambiarono il modo vulgare di considerare la dominazione dei papi, e mostrarono come la libertà fosse tutelata da essi, i quali, coll’opporre la Chiesa universale all’universale impero, aveano creata, anche politicamente la vasta unità cattolica, e sottratta l’Italia dall’eccidio totale della civiltà; essi impedito che prevalesse nessun Barbaro; in loro nome eransi fatti i tentativi di indipendenza e di federazione italica, sia nella Lega Lombarda e nella Toscana, sia in quella contro Ezelino, poi da Giulio II, e fin da Pio VI. Pure, riversando sul pontefice l’odio che meritava la cattiva amministrazione, molti per politica aborrivano l’organizzazione cattolica, benchè fosse la sola che conservò all’Italia un primato nell’età moderna[26].

Altri invece propugnarono la primazia papale perchè la vedeano repulsata dai Governi e principalmente dall’austriaco, ossesso dalle gelosie giuseppine; e nel Lombardo-Veneto era quasi una moda, massime fra il giovane clero, il mostrarsi papale, autorizzandosi dei nomi patrj di Manzoni, di Cantù, Vitadini, e degli esotici di La Mennais finchè non precipitò, e de’ suoi collaboratori nell’Avenir, Ratisbonne, Lacordaire, Montalembert, i quali, saldi al cattolicismo, lo associarono colla libertà e colla scienza. E a noi pure sembrava che, ad elevare le plebi, il miglior modo fosse elevare i pastori; rinfiancavamo la primazia spirituale, come adatta a ristabilire il concetto dell’autorità, così necessario per reggimenti liberi, cioè frenati solo dalla morale. Temerne le esorbitanze come poteasi quando ai Governi stavano in mano la forza, e agli scrittori l’opinione? Ricorrendo alla storia, si divisava adunque una lega di popoli italiani, a cui capo il pontefice, che così facesse rivivere l’Italia, non nell’unità del principato, ma nell’unione di interessi, di sentimenti, di bandiera, di pesi, misure, dogane, di militari esercizj, di palestre dottrinali, di diplomazia[27].

Ma l’Austria vorrebb’ella entrarvi, isolando le sue provincie italiche dalle transalpine? o la sua potenza non ve la farebbe preponderare a scapito dell’indipendenza? Gravissima difficoltà! e, come troppi sogliono, credeasi eluderla col non tenerne conto.