Queste idee, volte in motteggio dai molti che, senza discernere gli accidenti dalla sostanza, l’abuso dalla regola, le persone dai principj, il papa dal papato, riguardano come unico impaccio alle fortune italiane i pontefici, erano con pazienza coltivate da buoni ingegni e retti cuori, l’esempio e la voce de’ quali professò seguire l’abate Gioberti. Esigliato dal Piemonte, senza relazioni nè libri viveva a Brusselle[28] la vita dell’infelice esule, di fare il maestro, e di una pensione conflatagli da quei che in esso ammiravano un sommo filosofo e un eloquentissimo letterato. Di là appunto inviò il Primato civile e morale degl’Italiani (1843 giugno), cui assunto politico è «l’Italia essere la sopra nazione, il capo-popolo, la sintesi e lo specchio dell’Europa, la creatrice e redentrice per eccellenza», e ciò perchè capitale religiosa dei popoli ortodossi. Ma poi, in contraddizione di questo asserto, cerca le guise di migliorarla e riordinarla, e lo crede impossibile senza il concorso delle idee religiose. La penisola non può essere una, libera, forte, se Roma, sua metropoli civile e morale, non risorge civilmente; finora i tentativi politici fallirono perchè non si tenne conto della classe clericale, delle comuni credenze, della religione ch’è la base del genio nazionale. Però ridurre l’Italia in unità è follia, bensì varrà una confederazione di cui il pontefice sia capo e presidente, monarchico e aristocratico il Governo. I principi prevengano le rivoluzioni col fare riforme animosamente: ma le ecclesiastiche non possono venire che dall’autorità legittima; altrimenti il bene che ne deriva non compensa il male cagionato dalla natura dei mezzi. Fortunati i principi d’Italia che possedono il gran bene d’essere assoluti, perchè ciò dà loro il privilegio veramente invidiabile di essere onnipossenti per salvare l’Italia (tom. I, p. 181).
Tutto ciò affogava in un mar di parole e fra un implacabile panegirico dell’Italia e di tutti, dei re e del popolo, dei nobili e del vulgo, dei dotti e degli ignoranti, di Pellico e d’Alfieri, de’ preti secolari e de’ Gesuiti, principalmente di Roma, «ai dì nostri asilo inviolabile di civile tolleranza, e ricetto ospiziale aperto a tutti gli uomini onorati, specialmente se infelici, qualunque sia la setta a cui appartengano»: del papa, gloria perpetua, antica tutela, nuova speranza della nazione; di Carlalberto, acciocchè si facesse centro al restauramento italiano, ma sconsigliavalo dal dare libera stampa[29] nè assemblee legislative, bastando un consiglio di Stato e la libertà di supplicare. Quanto all’Austria, non ne facea parola.
Sì poco erano coltivati tali concetti, che, quantunque tanto vi fosse di che eccitare la fantasia d’un popolo artista, e stuzzicare l’amor proprio d’un popolo umiliato, quei due grossi volumi furono conosciuti da ben pochi, fin quando non ne divulgò le dottrine Cesare Balbo (1789-1853), uomo che merita essere studiato come tipo di quelli che, o per lode o per biasimo, s’intitolarono moderati. Ogni suo scritto è pieno di lui, sicchè non riesce difficile il ritrarlo. Giovanissimo spinto negli affari dall’essere figlio del ministro Prospero Balbo, assistette ai consigli di Stato di Napoleone, fu aggiunto alla commissione francese nel Governo di Roma, dove apprese a stimare il debole che protesta, più del forte che sopraffà. Tornati i reali a Torino, egli non ne fu ben visto, pure tenuto negli affari o nella milizia. Nel 1821 dissentì dai cospiratori, pose anzi la sua spada a servigio del re; ma questo, non che gradirlo, il rimosse da sè e dagli affari. Bisognoso d’azione e d’influenza acquistata con onestà e decoro, si buttò allo scrivere come un’occupazione in mancanza d’altra; e moltissimi lavori intraprese, suggeriti dalla lettura e dalla critica, sbozzati con impeto, abbandonati a mezzo, od esposti con stile di brevità scabra ed oscura, misto di francese e d’arcaico. La storia divenne suo campo prediletto, ma gli mancava la pazienza di verificare fatti, e d’accertare se corrispondessero al suo preconcetto. Cominciò una storia d’Italia; ma la severa critica dell’Antologia, giornale allora il più accreditato, gliela fece interrompere, e soffrì della situazione dell’uomo che, non volendo chinarsi alle prepotenze giornalistiche e liberali, scostasi del pari dai due estremi. «Sovente (scriveva) gli uomini calunniati per invidia dai concittadini, sono per le prove fatte ammirati dai nemici. Qualunque volte soggiaccia la patria a qualche durevole calamità, è naturale a molti, o per forza o per dispetto, il ritirarsi nelle solitudini. Ma è bella solamente la solitudine austera, occupata, religiosa, come se la fecero i monaci antichi; non quella non curante, oziosa, viziosa, dispregiatrice e schernitrice di tanti uomini di secoli più colti... Una delle disgrazie più accoranti è l’essere rigettato dal proprio partito; ma è una di quelle a cui più frequentemente soggiacciono gli uomini virtuosi e forti, perchè non volendo adattarsi alle esagerazioni e stoltezze del partito, lo offendono, e se ne fanno prendere in sospetto finchè durano le difficoltà, e cacciare dopo la vittoria... Per dire un uomo civilmente coraggioso, non basta che egli abbia resistito una volta ad una parte, una volta all’altra: bisogna che egli abbia resistito alle due insieme, alle due ogni volta, in tutte le occasioni importanti... Nei paesi assoluti, ineducati alla politica, si vuol troppo riprovare ogni ambizione; non vedendosene altra che dei posti, dei titoli o del denaro, è antica e santa massima di non cercare, di aspettare i posti. A me parve sempre più santa la massima di prendere ed anche cercare legittimamente i posti per promovere la propria opinione; santa e buona l’ambizione dell’opera, che si dee dunque distinguere dall’ambizione dei posti, che li prende per mezzo non per fine».
Pertanto si duole d’essersi talvolta rattenuto dal domandare più alti posti per riguardo ai concittadini, «chè le invidiucce dei paesani non si vincono rispettandole ma opprimendole»; ripetutamente offerse i suoi servigi a Carlalberto, e del vedersi scelto solo a bassi incarichi prendea sdegno; lamentavasi de’ lunghi e amari disprezzi prodigatigli da chi governa il suo paese: «Fui e sono costantemente rigettato dal Governo,... sono o mi credo (chè monta al medesimo qui) offeso e disprezzato. Non sarei uomo se non cadessi talora per un istante involontariamente nel desiderio di vedere mutato un tal Governo, di vederne sorgere uno dove mi si aprisse campo, una volta almeno prima di morire, di sfogare, di mostrare la mia vecchia ma non spenta operosità per la patria. E tanto più che anche per la patria sento un desiderio di mutazione, diciam la parola, rivoluzione. Il pensiero delle sventure e dei delitti stessi che accompagnano tali eventi, non valgono a distrarre in me tal mio desiderio primo»[30].
Carlalberto l’invitò poi qualche volta a pranzo, del che scandolezzavansi i liberali; ma egli non opinava che la dignità restasse svilita da atti urbani. E la condizione degli scrittori moderati ben dipinse dicendo: «Nei paesi dove le parti latenti si esagerano in quel segretume che diventa loro necessità e natura, sorgono di qua di là quelle, come che si chiamino, leghe difensive ed offensive, ma principalmente esclusive, che si rivolgono poi con ardore contro a chiunque parla chiaro e pubblicamente; sorgono quelle purificazioni, sempre stolte anche quando sono fatte dalle parti vittoriose, più stolte quando dalle parti ancora combattenti, stoltissime quando non è instaurato nemmeno un aperto combattimento. Qui ogni anima sdegnosa, respingendo i segretumi, riman respinta da quasi tutti; rimane non solamente, come altrove, poco accompagnata, ma quasi solitaria; non ha per difendersi in suo modo aperto nè le opere che le sono vietate, sia che soverchi l’una o l’altra parte estrema, nè le parole che non vi sono pubbliche mai; se scrive, ella ha contro sè non una ma due censure, quella pubblica della parte soverchiante e quella segreta della parte compressa; quella che sembra voler conservare tutto, anche gli stranieri, e quella che tutto mutare, anche gli strumenti da cacciare gli stranieri; volendo serbarsi pura secondo la propria coscienza, riman dichiarata impura di qua e di là; rimane quasi ex-lege, fuor delle Caste onnipotenti, senza speranza di vincere vivendo la doppia guerra arditamente bandita, senza speranza di niuna giustizia di posteri vicini»[31].
Ispirato dunque dal libro di Gioberti, ne compose uno più semplice e breve, col titolo di Speranze d’Italia (1845). Era il primo che di politica italiana ragionasse non fuoruscito, e sotto un principe che non l’avrebbe molestato, ma forse neppure difeso. E divenne il programma sopra il quale si esercitarono i ragionamenti de’ pochi che pensano, e i discorsi de’ molti che ripetono. Mentre Gioberti non erasi dato briga dello straniero, Balbo mette l’indipendenza innanzi tutto, Porro unum est necessarium, fin a sagrificarle le forme della libertà[32]; rifugge dalle sollevazioni e come ree e come pregiudicevoli; non crede possibile la formazione «d’un regno d’Italia in tante varietà d’opinioni, di disegni, di province», bensì una confederazione, ove il Piemonte sia spada e cuore Roma, e nella quale si concedano tanti beni ai popoli, che il dominatore straniero perda ogni nerbo, sinchè la Provvidenza non conduca il tempo di fargli abbandonare l’Italia, compensandolo con acquisti sulla Turchia. L’effettuazione di queste idee rimetteva di là dal 1860, dopo finite le strade ferrate e caduto l’impero Ottomano. Tutto ciò con una sincerità senza violenza, un’onestà senz’illusioni.
I gran savj da caffè lo definivano il libro contro le speranze d’Italia; ma intanto diffondeansi la discussione e l’idea del riconciliamento, e formavasi un’opinione nazionale, meglio che non si fosse ottenuto colle esorbitanze declamatorie. Questi svolgimenti indigeni erano, al solito, modificati dagli esterni, massime dalla Francia, paese che l’irremissibile bisogno di movimento sospinge continuamente a nuove esperienze, e a non accettare altro pilota che la tempesta. La carta costituzionale, ristampata sanguinosamente con correzioni nel 1830, avea assicurata la maggiore libertà possibile a quella nazione; la pace avea fatto prosperare gl’interessi: ma infuse un’improvvida sicurezza, ebrietà di lusso, di felicità, d’ingegno, di quei godimenti che favoriscono gl’istinti corrotti, sopreccitano le facoltà pericolose, e ogni limitazione rendono intollerabile a gente che, di tutto divertendosi, lascia addormentare le facoltà serie, che avvertono e moderano. Surrogato così al regno delle idee il regno degli appetiti, la libertà non volle riconoscersi che sotto forma d’opposizione, sempre ammirando chi contraffaceva o almeno contraddiceva al Governo; tema per verità più opportuno alla declamazione che non alla difesa dell’ordine e allo svolgimento della legge. Dai Parlamenti quell’abitudine passava nella letteratura, e gl’ingegni bellissimi, il limpido discorso, la colorita descrizione volsero Thiers, Luigi Blanc e Lamartine a divinizzare la forza, sia manigolda con Robespierre e Marat, sia radiante con Napoleone; Béranger colle canzoni, Vernet col pennello, ridestavano il culto di Napoleone, sol per fare onta alle dinastie; Lamennais, stizzito con Roma dacchè questa ripudiò le idee di lui, torse la logica potente e lo stile incomparabile a scassinare quell’autorità, sulla quale avea dianzi posato l’edifizio della società e della cognizione; Hugo professava che il «poeta può credere a Dio o agli Dei, a Plutone o a Satana o a nulla». I giornalisti, echeggiando tutti una stessa voce, la faceano somigliare ad opinione pubblica, e perciò acquisirono la presunzione di esserne non organi, ma dettatori, e in conseguenza poter imporre ai Governi. Molti speculanti sull’immaginazione, fomentavano alla rivolta del cuore, della fantasia, dei sensi, divinizzando i godimenti sensuali, togliendo ogni idea d’abnegazione, ogni riguardo di carità; dalle cattedre sbertavasi quanto v’ha di venerato; e resuscitavansi i rancori contro il papa e i preti, demonj della società e della morale. Romanzi, schifosi al buon senso come al buon gusto, per farsi leggere si sminuzzavano in appendice alle gazzette, portando ogni giorno un grano d’arsenico nelle famiglie, nelle botteghe, alla campagna; blandivano la doviziosa lascivia colle azzimate laidezze, la stizza de’ proletarj coll’esagerare la corruttela gaudente, gl’istinti col mostrare le donne inevitabilmente soccombenti alla tentazione, gli uomini operanti solo per interesse e passione; prendendo per ideale le eccezionali sconcezze della natura o della società, iniziavano i cuori vergini a turpitudini col rivelarle, e attizzavano il popolo contro i ricchi, come usurpatori del patrimonio comune.
Dove la stampa, il disegno, il teatro, la declamazione baldanzeggiavano senza rispetto e senza pudore contro al Governo, alla famiglia, all’ordine sociale, si concepì spettacolosa paura di alcuni preti che, all’ombra della libertà, aveano creduto poter riunirsi a pregare, a insegnare, ad apostolare. Libri, stampe, canzoni, romanzi aizzarono fin al parossismo contro i Gesuiti, sfogando su questo nome il bisogno di ire, che nei volghi è insito come il bisogno d’ammirazione[33]. E dico nome, perchè il buon senso non crederà mai il mondo così rimbambolito, da capovoltarsi per alcuni preti, i quali cacciò a budelli ogniqualvolta lo volle. Vero è che ogni volta tornarono.
Quei libri correano anche in Italia, ai Governi giovando che l’attenzione si storni sulle sacristie; e coll’impeto d’una moda e colla comodità di un nome, nel secolo della Polizia e della legge marziale, in un paese che avea reali nemici a combattere, fu sparso l’odio contro i Gesuiti, designando così non le reliquie degli antichi Lojolani, ma chiunque mettesse zelo nell’ecclesiastico ministero, poi chiunque asserisse la primizia papale, infine chiunque si volesse screditare con un titolo che non ammetteva discolpe, che nella sua vaghezza abbracciava qualsifosse gradazione di merito e d’infamia.
E perchè la peggiore infamia era il parteggiare collo straniero, si dissero i Gesuiti turcimanni di quell’Austria, che nel suo dominio gli ammise tardi e scarsi e ammusolati. Onnipotevano invece in Piemonte, se crediamo al Gioberti, il quale, sbigottito dal sentirsene affiggere il titolo per averli encomiati nel Primato, e indispettito della fredda accoglienza fatta a questo, «da acqua tepida si convertì in lava» nei Prolegomini, disdicendo la più parte del detto nel Primato, spiegando quell’odio contro i Gesuiti, che divenne d’allora il suo carattere, e professando che ogni bene consisterebbe nell’abolirli. Vi rispose poche pagine il gesuita Curci; e l’abate avventogli in cinque grossi volumi la requisitoria più estesa che mai se ne fosse formata. Stile manierato, qualche valore d’analisi e impotenza della sintesi, blandizie cortigiane, menzogna sistematica, spionaggio, odio contro chiunque ha valore, morale lassa, erano le colpe che ad essi apponeva il Gioberti: poi ragguagliavali ai Mazziniani per la cieca obbedienza a un capo, l’indifferenza nella scelta de’ mezzi, la giustificazione del regicidio: infine li gravava di quante nefandigie mai possono commettersi o escogitarsi. Che se Eugenio Sue avea finto avventure e nomi per divertire e ingannare, il Gioberti altrettanto assoluto e intrepido metteva alla gogna e senza discussione persone vive[34]; asseriva, sempre a detta altrui, che nelle scuole gesuitiche «si predica una morale ribalda che non ha di cristiano che le sembianze, un costume di cui gli onesti gentili si vergognerebbero, una giustizia che contraddice alle leggi pubbliche e non può avere altra sanzione che quella degli scherani». Il secolo critico avrebbe osato revocarlo in dubbio?