Quella che il Brofferio qualifica «ignobile invettiva, rabbiosa rapsodia, prolissa declamazione, di tratto in tratto splendente d’impeti sublimi»[35]; e il Pellico «profluvio inesausto di bene e di male, di carità e di odio»[36], fu letta da pochi nei passi dottrinali, da tutti nei virulenti; chi dissentiva dal Primato, applaudiva al Gesuita moderno, che molte persone espose allo scherno concittadino, e presto alle violenze.

Ma perchè aveali tanto carezzati? Rispondea, per correggerli. N’avesse anche lasciato ad essi il tempo, però mostravasi incerto o sleale nei giudizj; chiamava gesuitico non tutto quello che nella Chiesa apparivagli guasto, ma quel che a lui non piaceva; e, pur volendo venerata la Chiesa, acquistava aria di sofista. I Gesuiti non conobbero nè la dignità del silenzio, nè quella della risposta; e sputacchievoli accapigliamenti sconnetteano in sè e disonoravano in faccia altrui la parte guelfa; mentre i non guelfi le movevano opposte battaglie, incolpando essa di repubblicana, e il papa d’aver rovinato l’Italia.

In tal senso Giacomo Durando (Della nazionalità italiana) impugnava i neoguelfi[37]; al papa volea si conservasse Roma e qualche isola, il resto d’Italia dividendo tra Casa di Savoja e i Borboni di Sicilia; non toccar l’Austria fin che essa non provocasse; aversi a sperar meglio nella Russia che nell’Inghilterra, questa amica, quella nemica naturale dell’Austria; del resto l’unità d’Italia non poter venire che dal principato, la sua reviviscenza dalla libertà.

Leopoldo Galeotti (Della sovranità temporale dei papi) era d’avviso che a riformare gli Stati Pontifizj bastasse il richiamar le antiche leggi, e principalmente i Capitoli di Eugenio IV. Gino Capponi (Attuali condizioni della Romagna) dicea che tutti consentono nella necessità del dominio temporale, sol doversi cambiare ministro, istituzioni, leggi, e consigliava i papi a farlo e rendere così venerabile la tiara prima che qualche evento europeo obbligasse a bruttarla di sangue per lasciarla cadere nel fango; un papa che regni senza governare è l’unica soluzione del nodo; Roma ha più bisogno del papa che il papa di Roma. Altre idee e partigioni diverse propugnava un Lombardo nei Pensieri sull’Italia, considerando come impedimento quel dominio papale, che pel Gioberti era la salute, per Durando la ruina d’Italia.

Della reviviscenza guelfa indispettì il poeta Giambattista Niccolini, e nell’Arnaldo da Brescia pose una bella poesia e un’imperfettissima erudizione a servigio delle passioni. Anche il Giusti berteggiava «quest’Apollo tonsurato che dall’Alpi a Palermo insegna il cantofermo», e il tuffare la penna nell’acqua benedetta.

In verità l’assunto dei neoguelfi pareva ognor meno accettabile in grazia della speciale condizione dello Stato Ponlifizio, portato da lunghi eventi allo sconcio eccezionale di concentrare nella stessa persona la sovranità temporale e l’impero sulle coscienze, come nella società pagana; talchè sul papa ricadeano anche le colpe o i difetti del principe. Gregorio XVI, ancora monaco, avea scritto il Trionfo della santa Sede, dove, zelando la primazia pontifizia, in nome del cristianesimo proclama il diritto delle nazionalità. Un ingiusto conquistatore, con tutta la sua potenza, non può mai spogliare dei suoi diritti la nazione, ingiustamente conquistata. Potrà con la forza ridurla schiava, rovesciare i suoi tribunali, uccidere i suoi rappresentanti; ma non potrà giammai indipendentemente dal suo consenso o tacito o espresso, privarla de’ suoi originali diritti relativamente a quei magistrati, a que’ tribunali, a quella forza cioè che la costituiva imperante (pag. 37).

Fervoroso per la causa di Dio e la santa maestà del dogma, secondò le reviviscenze gerarchiche, infervorò i parroci ne’ doveri religiosi, e cercò opporsi alle ripullulanti eresie; santificò Alfonso Liguori, Francesco di Geronimo gesuita, Giuseppe della Croce minorita, Pacifico da San Severino minor osservante, Veronica Giuliani cappuccina; altri italiani beatificò; accelerò la ricostruzione dell’incendiato San Paolo[38]; conchiuse concordati col re di Sardegna, per cui lasciavasi al fòro secolare la cognizione dei crimini di ecclesiastici, mentre i delitti, eccetto quei di finanza, restavano di competenza curiale, e nei casi capitali fosse comunicato il processo al vescovo che deve degradare il condannato. Anche al duca di Modena consentì che le cause meramente civili fra ecclesiastici e laici si portassero al fôro secolare, e così i delitti di lesa maestà, sedizioni o contrabbando, intervenendovi però un deputato del clero; e per le pene capitali deve il vescovo conoscere il processo originale: del resto integrava i pieni diritti pontifizj e vescovili, ed aboliva le restrizioni ai possessi di manomorta. Ebbe a lottare colla Spagna che tolse i beni al clero e la nunziatura, col Portogallo a proposito dell’istituzione canonica dei vescovi, colla Svizzera per la soppressione dei conventi d’Argovia, e così coll’America meridionale: e mentre da un secolo i papi non avean mostrato vigore che col soffrire, Gregorio uscì dalla posizione meramente passiva per mostrare la fronte ai persecutori subdoli o prepotenti. Animato dalla coscienza cosmopolitica del supremo sacerdozio, scomunicò i fautori della tratta dei Negri. A proposito de’ matrimonj misti parlò alto al re di Prussia; e avendo questo incarcerato l’arcivescovo di Colonia, esso il denunziò a tutta la cristianità per modo che il persecutore dovette chinarsi. Approvò la rivoluzione dei Belgi perchè eccitata da persecuzione religiosa; ma allorchè alla Polonia sollevata contro la Russia scismatica rammentò l’obbligo d’obbedire, parve insultare a un cadavere. Al tempo stesso egli ricorse al czar perchè trattasse meglio i Cattolici, e adempisse le promesse fatte loro: ma il czar non che badarvi, adoprò seduzione e persecuzioni per unificare l’impero anche nelle credenze. Corse anche voce, e un opuscolo pubblicato da persona a lui vicina parve confermarlo, che l’imperator Nicolò si credesse il vero rappresentante dell’impero romano, e in conseguenza il capo di tutta la cristianità nel religioso come nel politico. La sua forza già gli attribuiva predominio sui re; rimaneva di ridurre a una sola le due Chiese, latina e greca; ossia, considerando questa come l’unica vera, e la latina come scismatica, questa richiamare all’unità sotto di lui, unico papa. A tal fine erano dirette le persecuzioni ai Cattolici, mediante le quali molti preti e intere provincie fece apostatare, di orride persecuzioni punendo chi reluttasse. Il papa le espose in una relazione (1842), che fece inorridire il mondo. Essendo poi il czar passato per Roma nel visitare sua moglie che miglior salute cercava a Palermo, Gregorio, invece delle blandizie profusegli dai principi, gli fece severi raffacci delle sevizie usate ai Cattolici, intimandogli: — Fra breve noi compariremo al tribunale di Dio; e non oserei sostener la vista del mio giudice se non difendessi la religione, della quale io sono il tutore, voi l’oppressore». Quelle minaccie non uscirono vane, e provarono quanto un pontefice possa ancora sul mondo allorchè tuteli la verità e l’innocenza, scevro da interessi mondani e da grette paure.

Chi conobbe Gregorio nell’intima vita, lo trovò di consuetudini semplici, e gusti fin vulgari; facile alle udienze, studioso anche sui libri nuovi che gli si lasciassero arrivare; ai parenti non diede nè ricchezze nè cariche, mentre debolmente condiscendeva al cameriere Gaetano Moroni, che blandito con titoli e decorazioni dai re e fin con applausi letterarj, subì la responsalità di quanti errori allora si fecero. Piovvero epigrammi su quest’amicizia, e sull’ubriacarsi del papa e su altre baje, dove non era di vero se non la debolezza di un vecchio e frate.

Di costituzione, di bilancio, degli altri arzigogoli estranei alla teologia ed esotici nel regno di Dio, nulla intendeva, sicchè bisognava lasciasse fare ai ministri e alle circostanze, per cui colpa le riforme promesse nel 1831 riuscirono a nulla o a male. Quelle imperfette concessioni guardava il Governo come estorte, e voleva eliderle; impacciava le amministrazioni comunali coll’intervento governativo; gl’impieghi conferiti a laici nelle Legazioni furono ritolti; il regolamento del 1835 metteva norma ai giudizj il diritto comune, moderato dal canonico, e senz’abolire gli statuti locali. La giustizia era corruttibile non solo, ma esposta agli arbitrj de’ superiori, e alle interminabili restituzioni in intero. Commissioni militari erigevansi ad ogni attentato contro la sicurezza pubblica, sinchè non vi venne sostituita la Consulta, che, con norme eccezionali anch’essa, dava il difensore, ma scelto fra quattro proposti dal Governo, e vincolato al secreto; testimonj e giudici lasciava ignoti al reo.

Le riforme amministrative si riduceano a una maggior regolarità di protocolli, insegnata da un magistrato austriaco (Sebregondi), a tal uopo deputatovi; e al crescere gl’impiegati, parassita aggiunta alle altre: crebbero fuor modo le ruberie e le venalità, l’onnipotenza degl’intriganti, l’assolutezza moltiplicata quanti erano i potenti, quanti i domestici del papa. Il debito, lasciato o causato dalla rivoluzione del 31, era ben lungi dall’essere spento dalle tasse nuove e da altri compensi; tanto più che tutti dilapidavano, e il lusso governativo cresceva, e il cardinal Tosti tesoriere non sapeva asciugar pozza che col farne un’altra, tanto da non fallire[39]. Le opere pubbliche volgeansi al fasto, più che all’utile: e il viaggiatore, gemente su quelle incomparabili ruine, domandava perchè piantagioni e coltura non tornassero sane e ubertose le circostanze di Roma, perchè vaporiere non risalissero il Tevere, perchè strade ferrate non congiungessero coi due mari la metropoli della cristianità.