Peggio andava nel morale; ed oltre la Polizia, una ciurma ammantavasi di devozione al Governo per trasmodare contro le opinioni opposte. Il papa nol sapeva, chè de’ favoriti suoi era cura non gli si ragionasse di affari, talchè rimanea persuaso che ogni cosa andasse nel meglio possibile. Vollero ribadirgli questa persuasione col fargli intraprendere uno di que’ viaggi (1841), in cui il principe non riceve se non riverenze e trionfi, gli si lasciava solo il tempo di visitar chiese, monumenti, istituti pubblici parati ad inganno, e uomini disposti a staccare i cavalli e tirar la carrozza, e quella turba di cittadini che s’affollano sulle strade o nelle anticamere, applaudendo se vulgo, petizionando se civili. Ne riportò dunque l’idea della beatitudine universale; e intanto lo scontento delle Legazioni, già preveduto dai diplomatici nel 1831, fu portato al colmo dal non averle egli visitate; e massimamente a Bologna preferivasi palesemente la dominazione austriaca[40], perchè forte, di truppe disciplinate, d’incorrotta giustizia, di tutto quel bene che l’odio del proprio fa supporre ne’ Governi altrui. Al fine del 36 i Francesi si erano ritirati da Ancona, i Tedeschi dalle Legazioni, lasciando sentimenti opposti, ma accordantisi nell’avversione al dominio papale.
Anche ai miglioramenti non faceasi buon viso; e quando fu pubblicata la riforma giudiziaria, non solo avvocati e tribunali la combatterono così, che fu duopo sospenderla, ma una stampa clandestina diceva: «È dell’onor nostro il resistere. Niuna transazione con Roma». Anche voti ragionevoli si mormoravano, e tratto tratto si gridavano in tono di rivolta; ma le insurrezioni tentate ripetutamente diedero ragione a repressioni vigorose, tanto più che spesso la causa degli insorgenti confondeasi con quella de’ masnadieri, cronico morbo al paese.
Un Renzi riminese, reduce di Francia dove avea mestato nelle combriccole, mandato o fingendosi dai liberali di Romagna, e affiatatosi con altri ricoverati in Toscana, indusse a fare una protesta armata per sostenere un’altra scritta dal dottore Farini, intestata Libertà civile, Governo secolare, Ordine pubblico. Avuto compagni ed arme, il Renzi sbucò da San Marino, e occupò Rimini; ma poichè nessuna città rispose, i soldati svizzeri gliel’ebbero prontamente ritolta, ed egli con cencinquanta rifuggì in Francia traversando Toscana. Stolto tentativo; eppure se ne fece un gran parlare, e valse a fissare gli occhi d’Europa sopra le domande de’ Papalini, in gran parte sensate ed effettibili. Tolse a sostenerle il piemontese Massimo d’Azeglio, che, nei Casi di Romagna, riprovando risolutamente le congiure, le manifestazioni di piazza, le insurrezioni, insieme mostrava come unica via di evitarli il governar bene, svellere gli abusi, concedere le riforme necessarie.
La Polizia rabbrividì quando non si trovava più a fronte sediziosi da incarcerare, ma ragioni da ribattere; non minacciata la religione, non i possidenti, nè tampoco il Governo, ma gli abusi, le turpi passioni e l’inerzia negativa; non imposte nuove concessioni, ma rammentato voti già espressi nel 1832 dalle Potenze che si chiamano tutrici della servitù, poi dimentichi a segno, da parer adesso novità[41]. Il Governo rispose al manifesto, parte negando o attenuando que’ fatti, parte mostrando o ingiuste o improvvide le domande, parte denigrando i sovvertitori; e sebbene dicesse molte verità, ognun sa quanto poco vagliano le difese, tanto più quelle d’un Governo contro un nome divenuto popolare. Cresceano dunque i fremiti; e come in Lombardia formolavansi nella cacciata degli stranieri, così qui nella parola di secolarizzazione.
Un principe a tempo, scelto per lo più in vecchiaja, tra una classe aliena per istituto dagli affari temporali; scelto, aggiungiamo, a preferenza per le virtù che continuino la serie di tanti virtuosi, e rendano servigi alla Chiesa universale, deve riuscire men proprio a governare il paese quanto più l’istituzione ecclesiastica si rende piamente austera ed esemplare; insomma peggiora per quelle condizioni di moralità, per le quali gli altri Governi unicamente possono perpetuarsi. Di qui la necessità di stabili istituzioni, le quali possano in qualunque caso dirizzare i consigli sovrani. E tanto più che negli interregni l’anarchia diventa regola, sconnettendosi ogni autorità, e riagendosi contro chi era stato potente: sicchè il Governo che sottentra deve ripristinare l’obbedienza, effetto sempre scabrosissimo e viepiù con gente nuova com’è quella messa in posto dal nuovo pontefice, di cui è consuetudine, se non obbligo, il dare lo scambio ai ministri del predecessore.
Roma da un pezzo non ha municipalità, l’amministrazione della città confondendosi collo Stato, e rammentandosi con ribrezzo i tempi quando ancora il Comune di Roma osteggiava i papi, e li cacciava ad Avignone. L’avere il Consalvi concentrato moltissimi affari nella segreteria di Stato, e tutto il potere esecutivo, aveva sminuita la partecipazione dei cardinali alla sovranità.
Il concistoro di questi, eletto fra tutte le nazioni, e dagli uomini più eminenti per scienza ecclesiastica, ha tutt’altra destinazione che la accidentale di reggere lo Stato. Prima della rivoluzione, alla Corte di Roma si formavano buoni amministratori e destri politici, atteso le vive relazioni con tutt’Europa, e l’essere la prelatura riservata ai cadetti delle famiglie nobili, che vi portavano meno l’austerità ecclesiastica, che l’attitudine ereditaria agli affari, l’appoggio delle parentele, la ricchezza, le aderenze. Tutto cambiò nell’eguaglianza sopravvenuta; perì quella scuola di diplomatici; e poichè il riformare richiede genio ed esperienza, qui pure si preferì il non far nulla, o quell’acquistar tempo ch’è reputato guadagno dai poteri egoistici.
CAPITOLO CXC. Pio IX. Le Riforme. Le Costituzioni.
Morto Gregorio XVI (1846 1 giugno), si antivedeva un conclave tumultuoso, e intanto le Romagne e le Marche bollivano; ad Ancona fu assassinato il colonnello Allegrini; dappertutto adunanze, e petizioni; ma prima che s’iniziassero le brighe diplomatiche, il sacro Collegio nominò (16 giugno) Giovanni Mastai Ferretti, nobile di Sinigaglia e vescovo d’Imola. Preso il nome di Pio IX, nell’enciclica ripetè i lamenti del predecessore contro l’indifferenza, il razionalismo, le società bibliche, la stampa sfrenata; poi colse ogni occasione per ripetere che egli era papa cattolico innanzi tutto, padre di tutti i fedeli e non dei soli Italiani, geloso di non menomare gli affidatigli diritti della santa Sede.
Poco dopo (6 luglio) concesse amnistia a chi avea «meritato castigo offendendo l’ordine della società e i sacri diritti del legittimo sovrano»; per ottenerla bisognava riconoscersi in colpa e promettere lealtà di suddito. I menapopolo stettero un istante in bilico; ma poichè, dopo tanto odiare e bestemmiare, se non altro per varietà voleasi assentire ed encomiare, diedero il segno degli applausi: nella limitata amnistia vollero vedere un avviamento a concessioni maggiori; cominciarono a parlarne col miele sulle labbra, indi con ammirazione, infine con adorazione; si ripeteano i detti del papa, se ne inventavano; su ogni atto di lui, presente o passato si diffondevano aneddoti benevoli, arguti, generosi; se ne ammanierò un idolo a capriccio, attribuendogli concetti, atti, parole, divisamenti, alieni dal suo vedere e dal suo volere; e «Viva Pio IX» fu la parola di moda, surrogata a tutti gli applausi, a tutte le speranze.