In realtà, egli era un pio sacerdote, che d’ogni giorno molte ore riservava alla preghiera; che nei dubbj del pensiero gettavasi a’ piè della Madonna; che il bene volea lealmente, ma, se non ampliare, neppure sminuire la podestà trasmessagli. Preso però dalla più cara delle seduzioni, quella del favor popolare, credette farsene appoggio alle rette intenzioni, e sorrise a quella pioggia di fiori da cui resterebbe soffogato. Roma cominciò un non più interrotto carnevale; ogni giorno corso, inni, serenate, battimani; tripudio quando il papa usciva, quando villeggiava, quando tornava, applausi altrettanti a chiunque diceasi suo amico, suo servo, suo ammiratore. Di tali entusiasmi, come sempre, era difficile assegnare le cause; nei più era un seguir l’andazzo; in molti una sincerità irriflessiva; quei che s’accorgeano dell’allucinamento, compiacevansi che tale cospirazione d’assensi iniziasse un moto, il quale, moderato dal nome augusto, rimarrebbe sacro al popolo, rispettato ai re. Noi Italiani soprattutto vi vedemmo un lampo di care speranze: quei che «aspettavano il rigeneramento dalla santa libertà e dalla robusta moderazione, anzichè dall’ira declamatrice, dalla denigrazione folliculare, dal despotismo rivoluzionario»[42], credeano mostrerebbe quanto vaglia un principe che, risoluto al bene, s’affidi al suo popolo, ed osi resistere a’ suoi proprj amici; laonde inneggiammo Pio IX quasi a lezione degli altri regnanti.

Le Romagne ferveano, non più di rivolta, ma di riforma, chiedendo il memorandum del 1831; iteravano petizioni, dimostrazioni, indirizzi coperti da migliaja di firme, partecipazione al vanto quando più non recava pericolo: e Pio IX pareva inanimarli coll’accoglierli (1847 12 marzo); furono scelte commissioni per maturar riforme; invitati i municipj e le persone meglio credute a proporne; e concessa libertà di trattare dell’amministrazione e di cose politiche sui giornali. Se ne esaltò il sentimento individuale, e mentre questo vagellava nelle proposte più dissenzienti, le speranze sconobbero ogni limite di opportunità, di tempo, di luogo: un papa di ferrea volontà bastava volesse il bene, foss’anche contro la natura del principato ecclesiastico; Pio IX nol facea, dunque la colpa era di cardinali e Gesuiti.

Aspettate un pezzo, apparvero le riforme (14 aprile), cioè una consulta di Stato, formata da un cittadino per provincia, scelto dal sovrano sopra triplice proposta dei legati e preseduta da un cardinale. Più tardi si decretò un consiglio municipale di cento, dai quali il papa scerrebbe un senato di nove; restituendo così alla città di Roma la rappresentanza civica.

Erasi ripetuto a sazietà che il papato era avverso per essenza ad ogni innovamento e alle istituzioni liberali, e necessario alleato dell’Austria e dell’assolutismo. Or ecco Pio IX secondare i voti dei buoni, i quali si presumeva non potessero volere se non l’indipendenza italiana. Spiritavasi dunque d’applausi, che si propagarono dalle Romagne al resto d’Italia, e di là al mondo; Europei come Americani, Protestanti come Cattolici ripeteano «Viva Pio IX»; in ogni casa il suo busto; sue medaglie, battute a migliaja di migliaja in ogni metallo, fregiavano ogni petto; sui fazzoletti, sui mobili, sui giocattoli il ritratto e i colori suoi; il nome su tutte le pareti, in tutte le bocche, in tutte le favelle; tutti voleano aver veduto l’uomo del secolo; tutti almeno parlarne, lodarlo; il Turco stesso mandò offrendogli omaggi, amicizia, promessa di ben trattare i Cristiani; i figli di Voltaire riconciliavansi a un papa che sarebbe piaciuto al loro patriarca; i liberali incarnavano in esso quanto di meglio potessero chiedere i popoli o fare i principi; Mazzini stesso gli dirigeva mistiche esortazioni a farsi capo della grande impresa: oh, la generazione che la vide, non potrà più dimenticare quelle dimostrazioni.

Un Angelo Brunetti, per soprannome Ciciruacchio, bello, robusto, di facile loquela, d’esultanti canzoni, ardito e generoso come que’ popolani, tutta cosa di bettolieri, mercatini, vetturali, vinaj, a’ quali mediava contratti, prestava servigi e, occorrendo denari e braccio, si fece il rappresentante della plebe presso Pio IX; egli sistemare le feste, egli disporre i baccani o i silenzj, egli buttar nelle piazze la parola imboccatagli d’encomio o disapprovazione, che ripetuta da ventimila lingue, sembrava parola di popolo. E Ciciruacchio da quell’ora divise i trionfi e la celebrità con Pio IX, e col principe di Canino l’appalto delle dimostrazioni.

Chi si ricordava d’aver visto anni fa la serva di Royer-Collard portata in trionfo dalle ortolane di Parigi, sorrideva e compassionava. Chi conosce che la popolarità vuole schiavi coloro che sceglie per idoli, si sgomentava d’incensi sotto cui fiutava il sito rivoluzionario; e non potendo parlare in quei momenti in cui non è consentita che l’ammirazione, diede indietro, lasciando soletto il papa, e compiangendolo d’aver preso le vertigini. Adunque egli si trovò solo (1847), e obbligato a valersi degli esuli richiamati o di inesperti, contro cui strepitavano coloro i quali non osavano adoprarsi, e pur si dolevano di non vedersi adoprati. Il siciliano padre Ventura, buon filosofo, e che dagli Scolastici avea dedotto il concetto della riverenza all’autorità e dei diritti del popolo, lo incoraggiava a procedimenti, da cui credea dipendere il bene della religione; ma mancava d’esperienza. Agli infervorati parea che il papa avanzasse più lento dei desiderj; sicchè per rinfocolarlo buccinarono d’una gran congiura (16 luglio), dove al popolo radunato a festa correrebbesi addosso, indistintamente trucidandolo con pugnali impressi del Viva Pio IX, si troncherebbero le redini de’ cavalli, si getterebbe fuoco nei fenili, i soldati uscirebbero fingendo di calmare la sedizione e invece aizzandola, e fra le stragi e le fiamme si costringerebbe Pio a fuggire e abdicare, mentre gli Austriaci sopraggiunti col pretesto di mettere ordine ripristinerebbero la tirannide. Indicavansi i luoghi, le persone, i mezzi; e in tutto ciò non eravi di vero se non che voleasi farlo credere, e valersene per domandare l’armamento di tutto il popolo a difesa del suo Pio, quasi questo avesse nemici. Era riproduzione d’un noto incidente della rivoluzione di Francia, e il buon papa mise fuori un ordine per dissipare quegli artefatti terrori: ma dopo l’emozione de’ tripudj voleasi l’emozione della paura; e Italia ed Europa credettero alla gran congiura, all’orribile attentato della lega austro-gesuitica.

Tutti i paesi d’Italia scotevansi alle scosse di Roma, neppure s’accorgendo che cominciasse qualcosa più che una festa; da tutto prendeasi occasione di dimostrazioni: l’anniversario dell’uccisione dei Bandiera, della cacciata dei Tedeschi da Genova, della battaglia di Gavinana, dell’assunzione del papa, la morte di O’ Connel a Genova, quella di Federico Confalonieri a Milano, la sconfitta del Sunderbund a Lucerna, offrivano titolo a parate, a canti, soprattutto a pranzi, la esternazione allora più usitata del giubilo. Ricardo Cobden, industriale di Manchester, aveva proposto il libero commercio dei grani in Inghilterra, e sostenutolo con tutti gli artifizj legali che offre il suo paese, tanto che lo vide trionfare, a dispetto de’ possidenti, i quali per prosperare le proprie terre, aveano durato enormi spese nella fiducia di rifarsene coll’alto prezzo delle derrate. La quistione era affatto estrania all’Italia, ma il qui comparire di lui fu un trionfo; a Torino, a Genova, a Roma, a Napoli, a Firenze, a Milano, ebbe festeggiamenti nelle accademie, a cui davano aria di adunanze parlamentari i calorosi discorsi che la stampa divulgava; e celebravasi la libertà universale di commercio come necessario fondamento della scienza economica, come santa alleanza de’ popoli.

L’importanza stava non in quel che si diceva, bensì nel potere e nel voler dirlo; giacchè da una parte si imparava che noi pure abbiamo il dono della favella, dall’altra cominciava ad atteggiarsi qualche dicitore, qualche capobanchetto. Al vulgo de’ caffè intanto davasi a credere che Cobden fosse inviato dall’Inghilterra a tastar il polso del nostro paese e riferirne: altrettanto si disse di Cormenin, capitato pure di Francia in quei giorni, e che poi pubblicò un libretto ove mostravasi ignaro non solo di quel che si pensava, ma fin di quello che si diceva. Non imputiamolo troppo, giacchè nella scialacquata eloquenza di quei giorni noi pure mostravamo una deplorabile ignoranza di principj e legali e politici; la colposa trascuranza de’ fatti positivi e dei mali veri suggeriva rimedj o folli o insulsi, e rivelava esorbitanti dissensi fra quelli che sin allora eransi creduti in perfetto accordo perchè d’accordo nel fremere o piangere; che eransi creduti amatori della libertà perchè unanimi in un odio.

Nella placida Toscana, il vecchio Fossombroni continuò a dar la parola al sostituitogli don Neri Corsini: morto questo, fu messo a capo del ministero Francesco Cempini, e consigliere intimo il Baldasseroni, sgradito al popolo siccome sogliono essere i finanzieri. Il primo dissenso tra il popolo e il principe si manifestò quando il Renzi, ribelle papale (pag. 77), fuggendo da Rimini, fu lasciato passare per la Toscana, con promessa che non più vi tornerebbe. Ma egli di Francia vi ricomparve, e arrestato (1846 gennajo) come violatore della parola, fu consegnato al suo principe. Sembrò un rinunziare alla propria indipendenza; si sublimò come un eroe il Renzi, il quale poi nelle carceri romane mostrossi ben altro.

Nuova debolezza parve il mandar via Massimo d’Azeglio, a cui tale persecuzione, accompagnata da ovazioni, attribuì inaspettata importanza politica. La opposizione allora s’ingagliardì; e poichè il Gioberti avea messo di moda l’odio de’ Gesuiti, essendosi voluto porre a Pisa una casa di Suore del Sacro Cuore, si fece una dimostrazione chiassosa (febbrajo), e una supplica firmata dai professori e da quei tanti che non vogliono mancar di figurare in una lista.