L’elezione di Pio IX e le sue riforme aggiunsero stimoli e coraggio. Bettino Ricasoli in una petizione esponeva lo scontento del paese, accagionandone l’immoralità del clero, l’istruzione non incoraggita, l’inettitudine degl’impiegati, la mancanza di buoni ordini nel comunitativo e nell’economico, la censura che confondeva il parere dell’uom savio colla suggestione del turbolento; e chiedeasi una buona costituzione. Servì di rincalzo un discorso del Salvagnoli, poi altri ed altri come quando entra la moda: gli stessi capi liberali non cadevano però d’accordo; il che è ovvio quando molteplici oggetti vengono abbracciati; ma i remoranti ne traevano una potente objezione.
Su que’ primordj s’andava poco più innanzi che nel secolo passato, insistendo perchè si ridonasse lena alle istituzioni municipali: ma i buoni vollero applicare un motore, presto abbrancato dai diversi, la stampa clandestina[43]. Giravano alla macchia informazioni, conforti, ed una petizione di radicali trascendenze, che rifiuta le migliorie parziali per chiedere il bene di tutta Italia, e che sia unita in nazione. Cominciarono di qui le consuete satire e declamazioni, che toglieano credito ai buoni pensamenti, e ne elidevano l’efficacia; gli uni esclamavano contro i settarj, gli altri contro gli stipendiati dall’Austria; parole di partito su cui fabbricano i loro libri gli scrittori che li compongono come i giornali.
Anche l’arcadica Toscana covava dunque i suoi vulcani. Leoli e Bici nel 1846 aveano fondata a Livorno la società segreta de’ Progressisti italiani, coll’aspetto di migliorare l’educazione, ma coll’intento di cacciare gli Austriaci e unire Italia sotto Carlalberto; e fecero proseliti nelle infime classi. Scoperti, processati, il granduca li compatì come traviati di buona intenzione. A Modigliana pure si tumultuò contro la forza, e il granduca perdonò ai cinquanta imputati: si tumultuò a Pescia, a Pistoja, con danno d’oneste persone, e con rapine a titolo di carestia, e il duca perdonava. Più che altre riottava la plebe livornese, mista d’ogni nazione; animosi giovani la istigavano, e il Guerrazzi, che ripetendo sempre concordia e fraternità, causava l’opposto.
Udite le riforme di Pio IX, Leopoldo (1847 maggio) le concede anch’esso, e una Consulta di Stato, e gran larghezza di stampa, dove è notabile che n’erano eccettuate le pastorali dei vescovi. Gli studenti di Pisa le solennizzarono processionalmente, gridando «Viva Leopoldo e la stampa»; ma dalla folla usci un «Viva la grascia, viva il pane a buon mercato»; e il grido popolare fu secondato, e ne derivò rissa e capiglia. Anche a Siena i carabinieri urtansi coi giovani, e ne uccidono uno; il popolo pretende siano chiusi in quartiere i soldati, e il Governo consente.
Nell’Università di Pisa insinuavasi quell’indisciplina che non tollera superiori, impedivasi di castigare i cattivi, i professori austeri venivano presi a fischi: uno tra le baruffe restò ferito, uno scolaro ucciso, e, fosse Rinaldo o Martano, ebbe esequie spettacolose ripetute in ogni parte, fra imprecazioni ai carabinieri, dianzi portati a cielo perchè sottentrati alla sbirraglia, ora accusati d’aver fatto affilare le sciabole per dare addosso agli studenti.
Comandava le poche forze toscane il Laugier, militare napoleonico, fin allora vantato per la sua Storia militare degli Italiani, e proponeva di reprimere quei tumulti colla forza; ma negatogli dal Governo, dovette scendere a parlamentare col Lilla, ch’era il Ciciruacchio di Livorno; e da quel punto restò bersaglio all’odio e alle imprecazioni de’ liberali, mentre gli smodati sentironsi sicuri dell’impunità. Anzi alcuni Fiorentini mandarono una spada di fino magistero a Giuseppe Garibaldi nizzardo, che profugo nel 1834, condottosi in America, invece di struggere la vita a ribramare la patria, si era messo soldato di ventura; a capo d’una banda d’Italiani servì ai cittadini di Montevideo contro Oribe; scarso d’intelligenza, semplice anzi rozzo di modi, disinteressato, assoluto, abbondante del valore di cui era tanta scarsezza; onde i Mazziniani lo inneggiarono, come possibile spada dell’insurrezione italica.
E già il fremito di questa era espresso ne’ giornali, che, appena trovata qualche larghezza, trascesero di numero e di modi: la Patria proclamava l’accordo dei principi colla libertà; l’Italia sperava il risorgimento dal papa, al quale avversava l’Alba, missionando l’unità nazionale e repubblicana. Mentre l’alzarsi della marea mette a galla le persone abili e credute dal popolo, gli inetti smaniosi sentono di non poterlo se non cambiandola in burrasca, dando sul capo di chi si eleva, guastando le previdenze, corrompendo i consigli, proponendo cose che farebbero se fossero in potere; e inefficaci di operare nello Stato e nelle città, s’arrabattano nei caffè e sui giornali, i due perni di questa rivoluzione; e sorretti dalla turba che ascolta sempre a chi più grida e in frasi più rimbombanti, acquistano apparenza di partito, mentre erano pochi egoisti immolanti la causa pubblica all’ambizione personale. Le concessioni del granduca pareano o tarde o inevitabili, onde, invece di riconoscenza, gli si sporgeano domande sempre nuove; flagellavasi l’autorità quando più pareva disposta ad emendarsi; diffondeansi insinuazioni maligne, crudi sospetti, coll’arte di Giuda stillando il biasimo nella lode, e ciò mentre non si parlava che di fratellanza. Altri invece ostentavano liberalità col proporre collette onde erigere monumenti a Pio IX e Leopoldo, al Ferruccio e al Savonarola, e convegni, gite, mascherate, conviti solennizzavano gli eventi giornalieri o le ricorrenze.
E memorabile fu l’anniversario (10 8bre) della morte del Ferruccio, quando innumera gente raccolta a Gavinana, udì un discorso del Guerrazzi, ritraente a colori biblici la possa d’un popoletto che potè resistere a Carlo V padrone di due mondi; e mostrando come le discordie fraterne avessero tutto mandato a ruina, invitava a giurare eterna concordia. E concordia, risorgimento, Italia, èra nuova, ripeteansi dappertutto; quasi le stesse persone dappertutto ricomparivano; abbondando e declamazioni e tutto ciò che in politica è inutile, nulla di ciò ch’è necessario ad una ricostruzione.
Appena a Roma fu concessa la guardia civica, i Toscani la domandarono anch’essi, parendo, in quella tal fratellanza, male assicurata la quiete e la proprietà da poche truppe e frolle. Il granduca asserì non la darebbe mai, e presto dovette darla: nell’editto rammemorava che «tutti gl’interessi sono impegnati nell’ordine e nell’osservanza delle leggi; che le agitazioni anzichè portare al progresso civile, cagionano discordie, ristagno dell’industria e del commercio, perturbazione degl’interessi particolari e generali, inducendo diffidenza e timore». Parole al vento: più di ventimila persone andarono a ringraziare il principe fra canti e viva chiassosissimi; dappertutto processioni, Tedeum, allocuzioni, bandiere biancherosse, corone ai simulacri d’illustri antichi, ovazioni al Niccolini pel suo Arnaldo da Brescia; i pezzi della catena rapita a Porto Pisano e sospesa in trionfo a Firenze, sono staccati e rimessi a Pisa.
In questa città si rinnova e maggiore il frastuono: Mayer economista, Montanelli poeta, Centofanti filosofo fanno iscrizioni, arringhe, canti; tra gli accorsi della provincia si ricambiano le bandiere, e preti e frati a benedirle. A Livorno molto di più; donne vestite d’amazzoni palleggiano le spade, vecchi gravi discorrono da collegiali, e fra i mille cinquecento vessilli che quel giorno (8 7bre) sventolarono sopra cinquantamila accorsi, grandeggiò il tricolore.