Ed ecco (giacchè ogni frivolezza era appiccagnolo) al domani comparire due dei più vivi nelle dimostrazioni romane, il principe di Canino e il suo segretario Masi improvvisatore, vestiti da guardia nazionale romana; accolti spettacolosamente e tra infiammati applausi del Guerrazzi al nipote di Napoleone, essi snudano e incrociano le spade, invitando tutti a giurare la santa causa italiana. Voleasi costringervi a fischi anche il Laugier, che sovrappose in fatti la sua spada gridando «Viva Leopoldo II».

A Pisa ebbero nuovi trionfi, e la loro carrozza fu tirata da una schiera di preti (12 7bre). Più misurati a Firenze: ma quivi si rinnovò la festa, venendovi deputati da tutti i Comuni, e ventiquattromila guardie civiche, e cinquanta bande musicali, e senza numero bandiere, sciorinanti i Viva di moda. Sei milioni costò allo Stato il montare la guardia civica, oltre lo speso dai particolari, che si pavoneggiavano in quella, ed esercitavansi a cantar gl’inni, imparare la marcia e la carica in dodici tempi; mentre nessuno arrolavasi alla milizia, per quanto il Ministero vi esortasse; non che mantenere quiete, in ogni villaggio istituivansi botteghe ove leggere giornali e spoliticare; i tumulti cresceano, gli sgomenti ingrandivano, i capitali si ritiravano dalla cassa di risparmio, ch’ebbe bisogno di sussidj del granduca; la feccia montava su; la proprietà non era rispettata, nè la sicurezza delle persone; «dall’umile castello di Castagneto nella maremma pisana ascendendo a gradi fin alla capitale, non scorreva quasi giornata senza nuovi tumulti» (Zobi); il commercio livornese deperiva, perchè quella agitazione toglieva ai forestieri la sicurezza; del che lamentandosi, i negozianti chiesero una commissione di Polizia; e questa fu riguardata come vessatoria. La plebe cittadina, erettasi sovrana, arrestava e insultava col titolo di traditore e di spia; l’autorità violentata ne’ suoi strumenti, alternava parole amorevolissime con provvedimenti rigorosi che lasciava senza effetto; ogni concessione si considerava puro dovere, ogni freno una tirannia, ogni indugio tradimento o vigliaccheria.

Il granduca nominò una consulta, e spiacque perchè tutta di persone già in alti uffizj, e non rappresentava nè le ricchezze nè gl’ingegni delle provincie. Si riforma la legislazione municipale, si nominano commissarj per compilare il Codice civile e criminale: ma dacchè il duca riconobbe che le leggi e gli ordinamenti sono viziosi, nessuno più vuole osservarli; qualunque legge venga fuori è denigrata da quelli che non furono convocati a discuterla; gl’impiegati dal far poco mettonsi al far nulla, in attesa delle riforme. Del resto che forza poteano questi avere quando tutto era sul mutarsi? e la circolare ministeriale del 30 novembre 1847 poneva «i buoni impiegati e la libertà nell’esercizio di loro attribuzioni sotto la salvaguardia dell’onore e della forza de’ magistrati municipali, della guardia civica e de’ buoni e savj cittadini che la componevano». Dolorosa confessione d’impotenza!

Sentendo il disordine rigonfiare sotto la congiura degli applausi, chi ne imputava i Mazziniani, chi i Buonaparte, chi la lega austro-gesuitica, e nessuno le basse passioni e i codardi interessi. E noi, testimonj e parte di que’ fatti, or che li ricorriamo, a fatica sappiamo persuaderci come allora non si avvertissero o si scagionassero, volendo soltanto scorgere gioja, fratellanza, tripudj, fiducia d’italica rigenerazione, e guaj a chi credesse altrimenti.

Le maggiori speranze fabbricavansi su Carlalberto. Cominciò egli a guastarsi coll’Austria quand’essa sui vini, ricchezza del Piemonte, pose un dazio così gravoso, che equivaleva ad escluderli. Egli a vicenda concesse alla Svizzera di trarre da Genova il sale che l’Austria aveva il privilegio di somministrarle. Ne cominciarono dissensi diplomatici; e poichè la patria, come la religione, non conosce colpe inespiabili, bastò che Carlalberto mostrasse all’Austria non il pugno ma il broncio, perchè venisse anch’egli idealizzato come spada d’Italia, di cui Pio era la testa. I Piemontesi se ne esaltano, con tono insolito si discute di dogane, si propone una società per lo spaccio dei vini, si brinda ai conviti, si dilata la smania di far qualche cosa, d’esser qualche cosa, di mostrarsi capaci per quando i tempi verrebbero. A tale intento un’Associazione agraria ne’ suoi comizj riproduceva in piccolo i congressi scientifici; le elezioni e la presidenza davano origine a partiti, già caratterizzandosi gli eccedenti e i moderati, i repubblicanti e i costituzionali: ma il re troncò le quistioni col rendere carica di Stato la presidenza, e affidarla al conte di Collobiano. Carlalberto, col solito intradue, lasciava scrivere ma non favoriva gli scriventi; fa coniare una bellissima medaglia, ove tra le effigie di grandi Italiani compare il leone di Savoja straziante l’aquila, col motto J’attends mon astre, ma la regala quasi di nascosto; lascia festeggiare Cobden, ma non istampare i recitati discorsi; nè vuole si stampino quelli de’ comizj agrarj a Casale; eppur colà manda al Castagneto una lettera ove dice: — Che bel giorno quello in cui si griderà guerra per l’indipendenza d’Italia! Io monterò a cavallo co’ miei figliuoli, e mi porrò alla testa del mio esercito».

Fu la favilla in un pagliajo; gli s’inviò un indirizzo, e — Comandate, o sire; non vi rattenga alcun riguardo pe’ vostri popoli: vita, averi daremo per voi». Il bollore rigonfia, eppure Carlalberto nulla risolve; ed egli comincia a temere che anche il suo popolo s’invogli dei tumulti, il popolo a sospettare che il suo re lo meni per le buone parole: raddoppia dunque gl’inni a Pio IX, ma mentre li canta a piena gola sul passeggio degli spaldi, ecco a un tratto «da opposte parti sboccare soldati, gendarmi, agenti di Polizia, con nude sciabole e pistole inarcate, maltrattando, percotendo, insultando senza riguardo uomini, donne, vecchi, fanciulli»[44] (30 8bre). Ultima velleità di resistenza; poichè Carlalberto si trovò subito condotto a concedere riforme amministrative; un tribunale di cassazione; pubblici dibattimenti nelle cause criminali; allargata la stampa; la Polizia passata dai governatori militari agl’intendenti; garantita la sicurezza individuale; i municipj eletti a tempo non in vita; ripristinato il ministero dell’interno; sostituito il merito all’anzianità e alla nobiltà nelle promozioni militari.

Quasi avesse commesso un delitto, Carlalberto rinnova il decreto contro gli assembramenti, e da Torino corre a Genova: ma vi è ricevuto con un’esultanza chiassosissima; sventolava innanzi al popolo la bandiera tolta il 1746 agli Austriaci, innanzi ai preti la bandiera di Gioberti, e «Viva Gioberti» ripeteasi violentemente presso al collegio de’ Gesuiti; e fu chi gridò amnistia, e tutti l’echeggiarono; e fu chi gridò al re — Passa il Ticino e tutti ti seguiremo»; e Carlalberto ai minacciosi omaggi impallidiva e taceva.

Ma più che a svolgere le riforme si pensava a incorniciarle d’applausi: i giornali della media Italia intonavano ch’essi valevano quanto un intero esercito; negli inesauribili pranzi faceano tirocinio d’eloquenza i futuri oratori[45]; per le strade al pari che ne’ gabinetti cantavasi che l’aquila d’Austria avea perduto le penne, che l’Italia s’è desta, che ogni squilla sonò i vespri; a Genova nella festività de’ bicchieri mescolavansi patrizj e popolani per cantare inni; per un pranzo esibito ai Torinesi, per una visita a Origina, smetteansi negozj e affari; tutti voleano ragionacchiare di politica, tale credendo soltanto quella del giorno e la energumena[46], tutti sbattere acqua e sapone per farne bolle, tutti satollarsi d’applausi col secondare le vulgarità, e discorrere e cantare della battaglia di Legnano, dell’assedio di Parma, dell’insurrezione di Genova, del Procida, del Balilla, d’Alessandro III; e vantare la potenza d’Italia, lo sfasciamento de’ nemici, l’entusiasmo che la causa nostra ispirava a lutti i popoli; e gonfiar panegirici, a cui capo metteasi sempre una calunnia; e con errori calcolati e reticenze, dondolare ogni nome tra le ovazioni e le sassate.

Le quistioni vitali offuscavansi in una quantità di giornali, fra cui primeggiavano la Concordia di Valerio, il Risorgimento di Cavour e Balbo, il Messaggiere di Brofferio, il Corriere mercantile del Papi. Una commissione di censura pareva garantire e dalle trascendenze e dagli arbitrj d’un giudice solo, ma a qual censore sarebbe bastato il coraggio di levare una sillaba, quando sapeva che al domani sarebbe messo alla gogna da tutti i giornali, forse fischiato per la via? Prendeasi dunque spirito ad ogni eccesso: folliculari, nodriti di rancori, servili e fatti audaci dalla paura, intimidivano i savj: di patriotismo mascheravansi lo spionaggio e la manìa del far ridere prima, poi far tremare: facile tema a tutti restava poi il bestemmiare l’Austria, quasi non sia leggerezza insultare un nemico prima di vincerlo, come ingenerosità il dileggiarlo vinto; tutto ciò senza mettere la mano sui nemici e sui mali sentiti.

E poichè ciascuno volea rumoreggiare più dell’altro, avventandosi a quel declamare tribunizio che più scalda quanto meno ha modestia e riserbo, dalle riforme politiche si passava alle sociali, proclamavansi dottrine comuniste, spiegavasi l’infelice coraggio della provocazione. Oh Foscolo che, trent’anni prima, deploravi che i letterati fossero ruina d’Italia! possano gl’Italiani aver imparato a sì caro prezzo se con schiamazzi e giornali si rigenera una nazione.