Di quei che pensavano o se ne davano l’aria, alcuni metteano importanza nell’ottenere qualcosa: ragionevole o no, buona o meno, sarebbe scala ad altro, per via via elevarsi a quell’altezza che non si osava confessare. Machiavellica, nella quale impigliaronsi presto anche i principi, concedendo qualcosa colla fiducia di fermarsi a quel poco, e disposti ad eluderlo. Altri però, meditando il passato, cercavano trovarsi disposti alle grandi eventualità; e vedeano che, in forme liberissime si può essere schiavo; che libertà non regge se non con ragione, libero essendo l’uomo di cui si prevede quel che opererà domani, non quello che bizzarramente cangia pensieri ed atti; che il divario delle costituzioni consiste nell’essenza non nel loro esterno; nè una sola può attagliarsi a tutti, dovendo elle dedursi da ciò che un popolo è e fu, e da ciò che sono quelli che lo circondano; trarsi insomma dalla natura, non dalla fantasia. Quei che a costoro non poteano negare forza di ragione, li tacciavano di timidità di cuore, perchè, vedendo il bene, asserivano che bisognasse aspettarlo.

E d’aspettarlo aveasi grand’argomento quando tutti i principi italiani si mostravano convinti dell’obbligo di migliorare la condizione de’ sudditi, se non col farli partecipi al potere, almeno nobilitandone l’obbedienza; e consolidando il principato col fare da esso emanare i miglioramenti, prima che il popolo li strappasse a forza. Ma mentre moltiplicavansi apoteosi a Cobden, si applicava la dottrina opposta di List, il quale aveva indotto gli Stati germanici a una lega doganale, per natura sua esclusiva de’ popoli non consociati. Si parlò di una lega italiana per togliere le infinite barriere doganali: era un atto rilevantissimo, sì pel vantaggio economico della penisola sminuzzata, sì per divergere l’attenzione sovra altro che mera politica, e convincere i popoli che si pensava al loro meglio positivo.

«Persuasi che la vera e sostanziale base di un’unione italiana sia la fusione degl’interessi materiali delle popolazioni che formano i loro Stati», il papa, il re di Sardegna e il duca di Toscana fecero una specie di preliminare: il duca di Modena non v’aderì, pure prometteva libero passo pe’ suoi Stati interposti: il re di Napoli amò sempre far casa da sè. Anche quest’opera potendo effettuarsi soltanto dai principi, agli schiamazzanti non restava che arzigogolare articoli e brindisi, e diceano: — L’Austria o non v’assente, ed eccola riconoscersi straniera all’Italia; o vi annette l’unico suo Stato italiano, ed ecco questo separato dagli altri dominj ereditarj».

Le nazioni, quanto più sono civili, maggior varietà di principj contengono, la cui lotta costituisce la storia. Ma l’utopista o il passionato suppongono un principio solo, quel che è conforme alle inclinazioni proprie, gli altri dimentica, e vorrebbe dimenticati da tutti; il vulgare non vede che un uomo, che un libro, che un giornale; a quello sacrifica le proprie convinzioni, e spingesi agli estremi, mentre i contrapposti domandano continue limitazioni per arrivare ad accordi.

Pure bello e degno di studio fu quel momento. Neppure gli avventati pensavano a impeto di atti, quando anche fossero impetuosissimi di parole; violenza non era usata da nessuno, neppure dall’Austria, per quanto accusatane e provocata; anzi neppur dalla piazza; e pareva l’Italia venir incamminata al bene da’ principi in armonia co’ popoli, dalle audacie giovanili accordate col senno de’ vecchi. In sì cara illusione trasaliva essa di tripudj e banchetti; dimostrazioni e trionfi a chiunque volesse buscarseli coi paroloni simpatici; le difficoltà o non si vedeano, o pigliavansi a gabbo. Ma gl’inni di fratellanza, pregni di collera e d’orgoglio, abbagliavano le menti, quando saria stato bisogno e dovere di rischiararle: a Parma, nel festeggiare l’anniversario dell’elevazione di Pio IX nacquero conflitti con percosse e ferite di cittadini, sin d’una fanciulla di dieci anni, donde una fiera indignazione: così a Piacenza, così a Modena, così a Milano, così a Ferrara, dove fu trucidato il barone Barattelli; sicchè i giorni di prestabilito applauso soleano riuscire a inaspettato compianto. Tutto ciò mettea sull’avviso l’Austria, l’odio contro la quale era per avventura l’unico sentimento comune della lirica italianità.

A gloria de’ principi italiani ricadevano anche le nuove sventure dell’Austria; chè noi deploreremo sempre come sventuratissimo un Governo costretto a ristabilire l’ordine colla fierezza. Da qualche tempo le teoriche liberali erano trascese in socialismo. Mentre i Liberali dicevano, — L’uomo è buono, cattivo è il Governo, bisogna riformarlo»; i Socialisti dicevano, — Cattiva è la società, bisogna rifonderla; quanto finora si tenne per bene fu male, e il male bene; le passioni sono naturali e perciò buone, onde il reprimerle non è virtù; dunque ogni Governo è tirannia, ogni soggezione è schiavitù, paradiso unico è la terra; libertà, eguaglianza, fraternità non possono combinarsi colla superstizione cristiana; onde bisogna rimuoverla, e ripudiare l’esperienza di tanti secoli per improvvisare qualcosa di meglio».

Gli elementi della società si tengono talmente connessi, che non si può eliminarne uno senza scomporre tutto; negata l’antitesi del bene e del male, vien dietro l’unità, vale a dire il panteismo nella fede, il despotismo ne’ Governi; posta l’eguaglianza di tutti gli uomini sia nel comandare sia nell’obbedire, più non rimangono nè nazionalità nè monarchia, niun limite deve porsi alle passioni, niuno all’esercizio dell’attività, niuna distinzione di tuo e di mio, e la proprietà sarà furto. Da qui la forma sua più popolare, il comunismo, il quale rinnega e la famiglia e i possessi, volendo che tutti abbiano diritto a tutto, chi non lavora possa partecipare ai guadagni di chi lavora.

L’inestinguibile ira del povero contro il ricco s’incalorì di queste teoriche, predicate colla storditaggine giornalistica; e mentre in Francia scavavano ridendo un gorgo dove ben tosto s’inabisserebbe l’ordine sociale, ne’ paesi slavi incitò le popolazioni servili contro i signori. La Gallizia nell’iniquo sbrano della Polonia era toccata all’Austria, la quale cercò emanciparvi i possessi, abolire il servaggio, eguagliare ogn’uomo in faccia alla legge: di ciò l’odiavano i signori, quasi ella attentasse ai privilegi loro; mentre il vulgo la considerava tutrice delle sue giustizie. Quando ogni assurdo credeasi, si credette che il Governo austriaco, per umiliare i ricchi, aizzasse i poveri.

Il fatto è che i villani sollevatisi saccheggiarono, scannarono, vituperarono i ricchi. La forza armata, corti marziali, esecuzioni feroci repressero una feroce insurrezione; gli orrori di cui erasi contaminato il manto matronale di Maria Teresa, offuscarono il titolo di buono che Ferdinando aveva meritato. In Gallizia governò Massimiliano d’Este arciduca, buon soldato e intollerante, che si fece detestare più per despotismo che per animo ribaldo; tutta Europa ne fremette contro quegli strazj, che parvero mettere l’Austria al bando delle nazioni civili.

Ne trasse profitto la Russia, da un pezzo affaccendata a propagare il panslavismo, cioè la nazionalità di tutti gli Slavi, proponendo di toglierli alla Prussia, all’Austria, alla Turchia, per farne sotto il suo scettro un popolo di ottanta milioni, che avrebbe signoreggiata tutta Europa. E fu dalla Russia appunto che venne lanciata primamente questa parola di nazionalità, che accettata per imitazione, doveva essere favilla di tanti incendj[47].