Risonò essa anche in Germania. Un aggregato di genti diversissime d’origine e di civiltà non potea che essere spinto all’abisso dalla proclamazione della nazionalità; e il ministro Metternich, il quale erasi ostinato a non toccar nessuna pietra per tema di sconnettere l’intero edifizio, e fin allora le difficoltà avea superate all’esterno colla prevalenza dell’esercito e dentro coi sopratieni, sentivasi impotente ai nuovi urti, e vacillava ne’ proprj consigli. «Abbiamo attraversati (scriveva a Radetzky) giorni difficili, richiesero grandi sforzi, eppure non furono tristi quanto gli odierni. Lottare contro i corpi sappiamo noi, ma contro larve che vale? e larve appunto abbiamo di fronte: era nei fati che al mondo comparisse perfin un papa liberaleggiante»[48].

L’umiliazione della gran nemica rimoveva dai principi italiani la paura di esser impediti nelle riforme, ma vedeano la necessità di non porgerle pretesti a prender l’offensiva[49]; cingerla bensì di paesi ben organati, dopo una regolare trasformazione del diritto interno, che speravasi condotta per la via della conciliazione.

L’applauso ai principi riformatori s’ingrossava delle imprecazioni lanciate allo straniero, che ben avea ragione di sgomentarsi: e pertanto la posizione dell’Italia diventava soggetto anche di trattati e dispute fra gli stranieri. Francia limitavasi a dar coraggio ai principi, fiducia ai popoli; ma a questi e a quelli facea dire non uscissero dalle vie pacifiche, non isperassero rimpasto territoriale[50]. In Inghilterra il ministro Palmerston sorrideva al risorgimento italiano, lanciando frasi a guisa di cavaliero che dà di sprone al cavallo, ma intanto ne serra il freno. Ma Metternich vi ravvisava la radicale sovversione della società, una frenesia rivoluzionaria, un passo alla repubblica federativa. E alle Corti amiche trasmise (agosto) un memorandum, ove esprimeva «l’Italia essere un nome geografico; de’ suoi Stati sovrani e indipendenti, l’esistenza e la circoscrizione fondasi su principj di diritto pubblico generale, corroborati da accordi politici incontestabili; l’imperatore è deciso a rispettarli, nè cerca di là di quanto possiede, e lo saprà difendere»: chiedea che le Potenze glielo garantissero di nuovo, e dessero mano a soffogare un incendio, che presto diverrebbe irrefrenabile. I Gabinetti, consentendo nel primo punto, voleano però che ogni Stato potesse riformarsi nell’interno, senza che altri se ne brigasse[51].

E cercò trar la quistione sul campo dov’era certamente superiore, la forza, ed occupò Ferrara come necessaria alla sua sicurezza: ma la dignitosa protesta del papa, efficace come ogni parola ferma appoggiata sul diritto, lo costrinse a ritirarsi, e comprendere che non era tempo di violenze.

Ma se non aveasi a temere la forza armata del nemico, ve n’ha un’altra del pari tirannesca, quella dei vulghi dotti e ignoranti; e già la si sentiva pigliare il sopravvento in iscritti violenti d’ira o nauseabondi di lodi, ove gente avvezza sin allora a giudicar di ballerine e di cantanti, sentenziava di politica e moveva le chiassate di piccola turba cittadina, usurpante il sacro nome di popolo. E poichè i siffatti han bisogno d’attaccarsi a grandi reputazioni per roderle o per carezzarle, agli applausi di moda innestarono la moda di esecrazioni, e non più contro il comune nemico, ma contro nostri; non si esaltavano Pio IX, Carlalberto, Leopoldo riformatori, e Gioberti ed altri italianissimi, che non s’imprecasse al re di Napoli sanguinario e ai Gesuiti; e gesuita era l’emulo, l’avversario, il rivale, l’invidiato, il benefattore; e Metternich guatava e diceva: — Gli Italiani fortunati s’invidieranno, sfortunati si malediranno, discordi sempre o vincitori o vinti».

Il riformare è una delle opere più difficili ad uomo di Stato, quanto pare leggiero ad uomo di partito, il quale movendo da un’idea assoluta, arriva necessariamente a cambiamento radicale. Se v’è paese dove questo passaggio sia inevitabile, vuol dire che inevitabile v’era la rivoluzione: e tale appariva in Italia. Pio IX, quantunque gioisse di quella popolarità senza pari, si impauriva dell’accelerantesi movimento, che mal dissimulava di separare il gran sacerdote dal principe riformatore[52]. Già nell’istituire un patriarca a Gerusalemme, egli protestò contro l’abusarsi del nome suo come opposizione alle autorità; encomiava la Compagnia di Gesù come sopra tutt’altre benemerita della religione; aprendo poi la consulta di Stato (4 8bre), dichiarò avere fatto e voler fare quel che credea vero bene, ma non mettere a repentaglio la sovranità della santa Sede con istituzioni incompatibili con questa.

Coloro che delle benedizioni di Pio IX voleano fare carica da cannoni, non si smarrivano a tali dichiarazioni, e le diceano tributi alle esigenze straniere. Sopraggiungevano poi casi che complicavano sempre più la situazione. Francesco IV di Modena era morto (1846 1 genn.), e suo figlio avea secondato l’opinione nel liberare i detenuti politici; limitò a venti giorni al più le pene correzionali, congedò il Riccini odiato ministro di Polizia, e moderò le esorbitanze.

A Lucca l’infante continuava a gravarsi di debiti, sicchè il granduca, destinato a succedergli, dichiarò non li riconoscerebbe più, e volle come sicurtà la rendita delle dogane e delle regalie. Anche in quella città erano avvenute le scene stesse che in Toscana; tra le canzoni si assalirono i carabinieri, e perchè si difesero, furono imputati di assassini (1847 luglio). Il duca alzò la voce contro, queste «frasi di letterati ed esaltamenti di scolari», e assicurava voler mantenere la sua monarchia quale l’avea ricevuta, piccola sì ma assoluta.

A dire propriamente, egli l’avea ricevuta costituzionale dagli spartipopoli del congresso di Vienna; e Luigi Fornaciari, tutto dedito a studj di filologia e di beneficenza, gli scrisse per rammentarglielo, e per mostrare quanto complirebbe al popolo e al principe l’avere uno statuto. In risposta fu destituito da consigliere di Stato e preside della rota criminale, e se n’andò in trionfale esiglio. I rumori crescono, e quei plausi che sgomentavano i principi come poco poi le campane a martello; si arrestano alquanti giovani, ma bisogna rilasciarli; finchè il duca, tediato de’ complicantisi casi, abdica (8bre), anticipando così l’accessione di quel ducato alla Toscana.

Lucca diventava città secondaria in quella Toscana, di cui ai tempi Longobardi era stata capo: atteso però gli applausi allora di moda verso il granduca, il sagrifizio fu accettato con ilarità. Ma secondo le stipulazioni viennesi, il Pontremoli dovea unirsi al Parmigiano; mentre i distretti lunesi di Fivizzano, Pietrasanta e Barga erano destinati al duca di Modena. Adunque nella strepitosissima festa allora combinata, ecco apparire lo stendardo bruno dei Lunigiani che ricusano cadere sotto al duca di Modena. I calorosi di Firenze e di Lucca gridano di non volere staccarsi da que’ loro fratelli, non foss’altro per far onta all’Austria; ma il duca di Modena manda soldati ad occuparli.