I Lunesi si difendono, e nella collisione (4 9bre) perdesi qualche vita; si protesta, s’invoca la mediazione del papa e di Carlalberto; pure il duca di Modena conserva il suo possesso, sol per accordo amichevole (17 xbre) lasciando al granduca il Pontremoli finchè non muoja Maria Luigia. Ed ecco appunto Maria Luigia muore; Carlo Lodovico di Borbone diviene duca di Parma e di Piacenza; ed anche Pontremoli cessa d’appartenere alla famiglia toscana, mentre questa aggiungeva allora cendiciotto miglia di terreno alle sue ottomila e ventiquattro. A Lucca, tolta l’autonomia, fu conceduta una corte d’appello: ma Pisa pretende sia messa sotto la sua giurisdizione, onde zizzanie, proteste, tumulti; perchè in que’ giorni ogni incidente prendeva l’importanza d’un gran fatto, e diveniva occasione d’affratellamenti o accozzaglie, ire od applausi; arti colle quali si credea conquistare la libertà e l’indipendenza, e intanto il vero vinto era l’autorità pubblica e la pubblica quiete; e gli amici sodi d’Italia sentivano un cupo rombo ruggire sotto agli applausi[53].

In fatti al cominciare del 1848 Livorno era in effervescenza, perchè tardasse a giungere il decreto per la guardia civica, come necessaria a difendersi dai Tedeschi; l’autorità è costretta ogni tratto a parlamentare colla turba, e non avendo soldati a reprimerla, dee scendere a patti coi tumultuanti, e così perde ogni valor morale. Un proclama diceva: — Toscani! Davanti alla vostra coscienza, alla faccia del mondo, alla storia, voi spontanei offriste vite e sostanze per sostenere i fratelli vostri di Fivizzano e di Pontremoli: eppure Fivizzano fu abbandonato, Pontremoli s’abbandona. Spergiuri, perchè avete giurato? millantatori, perchè vi siete vantati? codardi, perchè vi mostraste generosi? Eh via queruli schiavi, imparate a dormire tranquilli nel letto della vostra viltà... O ministri, voi siete traditori: lo siate per perversità o per inettezza, la conseguenza torna sempre la stessa. Sgombrate, traditori e codardi; sgombrate arcadi, sofisti, dottrinarj! I destini d’un popolo sono troppo peso per le vostre mani da eunuchi e da omicciattoli. La patria è in pericolo! Ora sapete come si fa a salvarla, o Toscani? si chiamano uomini che non temano morire, e si pongono volenti o repugnanti al timone dello Stato d’accordo col principe; si dichiara la patria in pericolo. Così si salva la patria, e se non si vince, si muore onorati e si lascia celebrità di nome, legato di vendetta ai figliuoli, esempio di gloria ad imitare ai popoli! Toscani, la patria è in pericolo! Questo grido, se sarà soffocato dai traditori, serva almeno per far conoscere che non tutti fra i Toscani furono vili, ignoranti ed inetti, e la infamia ricada a cui tocca».

Questo cartello incendiario buttato fra popolo sì mite, quest’inoculazione di rabbie civili fatta per retorica amplificazione, furono il trabocchetto delle nostre sorti. Si credette vedere in fiamme il paese, e l’autorità e la gente d’ordine presero sbigottimento: le comunità spedirono indirizzi al principe offrendo denaro e sangue contro la ruggente ribellione, ed esacerbando il male coll’imputare i Livornesi e singole persone. I giornalisti al solito incancrenivano la ferita. E il popolo prorompe (6 genn.), nè v’ha modo a calmarlo, per quanto Leopoldo assicuri non esservi pericoli; vi fossero, e’ gli affronterebbe e vincerebbe, risoluto com’era a compire le riforme, le quali però non si poteano senza la pace: e raccomandava la tranquillità di Firenze, di Lucca, di Pisa alla guardia civica. Ma una deputazione Livornese che chiedeva armi, armi, si fa deliberante e accusa il Governo; fin gli apostoli della Giovane Italia, i quali assicuravano che «il sangue de’ martiri di questa era stato non meno prezioso de’ nostri inchiostri»[54], si affrettavano a disapprovare que’ moti e separare la causa loro dalla setta livornese. Ripreso il sopravvento, Guerrazzi e alcuni altri son condotti a Portoferraio tra i fischi della plebe, che jeri ne facea l’apoteosi.

Qui nuovi accidenti mutano carattere al movimento italiano. Sponemmo già le condizioni del Napoletano, paese di così splendido avvenire e di presente così tenebroso. L’aspirazione nazionale per cui febbricitava la restante Italia, non erasi comunicata ai Siciliani, ricordevoli dei Normanni, degli Svevi, dell’antico loro Parlamento e della prosperità che alcun tempo vi produsse la ingerenza inglese; prosperità derivata da condizioni eccezionali, com’era il trovarsi ivi solo pace fra le guerre napoleoniche, ivi fra il blocco continentale uno scalo al contrabbando britannico, che vi mandava per cencinquanta milioni annui. La costituzione del 1812, data sotto gli auspizj inglesi, lasciò intatte la feudalità, le moltissime manimorte, le primogeniture, gli altri mali su cui una rivoluzione può passare la spugna inzuppata di sangue, mentre un Governo regolare, comechè ben ispirato, non le abolisce che passo passo.

L’Inghilterra si era fatta garante di quella costituzione; ma Ferdinando I non vi badò; crebbe l’imposta, che prima era fissata in annue onze 1,287,687, nè più convocò il Parlamento. Di qui odio mortale contro la Casa regnante; e guardare i Napoletani come stranieri e oppressori; e non badare all’Italia, bensì a recuperare la costituzione del 1812. Il principe di Castelnuovo legò ventimila onze all’uomo di Stato che indurrebbe il re a riconoscerla; il principe di Villafranca vecchione non cessava di protestare in questo senso; in questo andavano molti libri. Il Lanza, nelle Considerazioni sulla storia del Botta, repugna deciso all’unione col Napoletano, preferisce al regno di Carlo III quel di Vittorio Amedeo perchè lontano, e lascia «ad altri la perniciosa chimera dell’italica unione, nella quale, per maggiore danno dell’Italia medesima, sono caduti gl’inesperti e i mal accorti, presi dalle grida di novatori» (pag. 421). Michele Amari, descrivendo la guerra del Vespro Siciliano, sentenzia di stranieri Giovanni da Procida e Ruggero di Loría, spogliandoli dell’aureola tradizionale per cingerla al popolo siciliano[55]. Palmieri storiò la costituzione siciliana in senso dell’aristocrazia e con allusioni mordenti.

L’isola realmente non avea più Corte nè ministeri come all’età normanna, pure era trattata con favori eccezionali; non bollo di carta, non privativa di tabacchi, non coscrizione; ma anche pochissime istituzioni, cattive strade e gli sconcj d’un Governo lontano. Chi vedesse quell’isola, già granajo d’Italia, ora stremata di popolazione, sparsa di ruine, con immense campagne incolte e impaludite, ed altre non pascolate che da meschini branchi di pecore; chi vi paragoni la spigliatezza degli ingegni, il loro amor di patria, la risoluta volontà del meglio augurava il momento ch’ella tornasse centro al commercio del Mediterraneo, e provveditrice alle navi dirette all’estremo Oriente. Ma l’imputare tutti i mali al Governo era giusto?

Vedemmo i Siciliani non essersi voluti affratellare alla rivoluzione napoletana del 1821, così accelerandone il crollo. Le riazioni seguite ne infistolivano le piaghe; e sebbene Ferdinando II, ch’era nato in Sicilia, professasse volerle medicare, troppo erano inveterate perchè il buon volere bastasse. Egli vi destinò vicerè il conte di Siracusa suo fratello, dal che nacquero speranze volesse farlo re indipendente: ma poi Ferdinando vi surrogò lo svizzero Tschudi (1835). Se ne invelenirono gli odj, e di tutto si facea dimostrazione, dell’arrivo d’un magistrato, di una festa messinese, della morte di Bellini; lo scontento, fomentato dai nobili, dal clero, dai Gesuiti, talora prorompeva, specialmente nel 37 in occasione del cholera (t. XIII, p. 415). Compressa fieramente la sollevazione, si cassarono il ministero distinto, che erasi istituito nel 33, l’amministrazione speciale, le giurisdizioni patrimoniali, la feudalità; insieme si decretarono trentaquattro strade, nuovo catasto, lo spartimento delle terre demaniali fra i poveri: ma i decreti erano mal eseguiti; poi qualunque provvedimento venisse da Napoli era sgradito; il re, andatovi in persona nel 42, vi fu accolto mutamente; ogni umiliazione di lui tenevasi come vanto patrio[56]; gl’intacchi fatti alla fedualità nel 43 spiacquero ai baroni; al popolo le tasse. Le società segrete di colà non camminavano del passo di quelle del continente, perchè diverse d’intento, attesochè i Siciliani volgeansi al loro passato, non al comune avvenire, alla costituzione patria e storica carpita, anzichè all’idealità italiana; municipali più che nazionali, popolo e aristocrazia consideravano forestieri i Napoletani. Pure quelle società al fine aveano preso accordo colle napoletane d’avvicendare la domanda di qualche franchigia, e d’una in altra procedere fino ad ottenere per entrambe la costituzione. Ma quando i rancori fermentano, ogni favilla mette fuoco, per modo che, qualunque sieno le particolarità, la ragione va sempre divisa tra l’offensore e l’offeso.

Una di queste faville mise fuoco a Messina (1847 2 7bre), e fu repressa colle armi, ma si raccolse memoria di ciascun martire, singolarmente valutando il silenzio con cui furono celati i complici, malgrado le minaccie e le grosse taglie del Governo. Contemporaneamente sollevavansi Geraci e Reggio sotto Gian Domenico Romeo: represse, la testa del Romeo fu obbligato un suo nipote a portarla attorno; molti ebbero pene minori. Ma l’eco ripeteva di là dal Faro gli applausi a Pio IX e all’Italia; e ad imitazione di Napoli, le passeggiate alla villa Giulia e il teatro risonavano d’inni; e vi figuravano i colori italiani. La stampa clandestina ripeteva i diritti antichi, e finalmente eccitò a sollevarsi. Al 12 gennajo 1848, festivo pel re, Palermo insorge; Trapani, Messina, Catania, Girgenti v’acconsentono; vincitori alle barricate, istituiscono un Governo provvisorio preseduto da Ruggero Settimo, che era stato luogotenente generale nella rivoluzione del 20: accorre gente dalla campagna, si disarmano i pochi soldati, i briganti Scordato e Miceti mutansi in eroi; si allestiscono le compagnie d’armi, antica istituzione, che fa garante ciascun distretto dei furti commessi in campagna; e chiedesi governo separato per la Sicilia.

Il re acconsente che la giustizia sia amministrata in tutti i gradi nell’isola, e impieghi civili e dignità ecclesiastiche non sieno date che a Siciliani: non per questo gli acqueta; onde fa domandare che cosa vogliano, ed ha per risposta: — Non si poseranno le armi, se non quando la Sicilia unita in generale parlamento, acconcerà ai tempi la sua costituzione del 1812». A un Governo in tali frangenti che resta? se manchi d’armi come la Toscana o il papa, abbandonerà il paese alla anarchia: se ne abbia, sentirà ch’è primo diritto d’un ente qualunque il conservarsi, e userà la forza, almeno per chiarirsi se quella sia volontà nazionale o sommossa di pochi. Il re di Napoli mandò il conte d’Aquila suo fratello con nove battelli a vapore, che, non valendo le buone, cominciarono a bombardare Palermo (15 genn.): ma ecco i consoli stranieri interporsi, e far sospendere le ostilità, l’andazzo d’allora essendo sul dar ragione ai popoli[57].

L’Italia ruggì allora contro il re bombardatore: Napoli, infervorata dalla resistenza de’ Siciliani, domandava con applausi e con fischi quelle riforme, per le quali già tripudiava l’Italia: il re cominciò a dar soddisfazione congedando i due capri emissarj, il suo confessore Cocle e Del Carretto ministro della Polizia. Costui, che da diciassette anni lo serviva con quello zelo che affronta la pubblica esecrazione, trovossi improvvisamente gettato in una nave, senza tampoco l’addio domestico. Il battello che lo portava toccò a Livorno chiedendo carbone e acqua; ma la plebe a tumulto il negò, e per quanto il capitano facesse protesta contro un atto inumano che metteva a repentaglio il suo legno, e per quanto il ministro Ridolfi avesse pubblicato che «il Governo non transigerebbe mai col tumulto», fu duopo rassegnarsi, e rimettere alla vela. A Genova nuovo furore, e gran fatica si durò perchè i fischi non si risolvessero in peggio: alfine potè approdare in terra francese.