A Napoli le concessioni amministrative degli altri paesi non occorreano; già vi era la consulta di Stato, già i consigli provinciali, già la guardia civica; laonde il re non ebbe a crearli, ma solo ad estenderli. Quanto però veniva da lui doveasi prendere in sinistro; si dichiararono scarse quelle concessioni; la libertà della stampa fu giudicata un lacciuolo, l’ampia amnistia pei rei di Stato fu disgradita; chiamasi un ministero (27 genn.) di liberali, e sin di fuorusciti, ma non basta; già si grida «Viva la costituzione»; ma il popolo risponde «Viva il re»; ne nasce un’avvisaglia, ove s’impegnano le guardie civiche contro le truppe: e il re, vedendo non potrebbe reprimersi quel moto senza sangue, benchè padrone dei forti che possono distruggere Napoli, benchè le potenze nordiche il dissuadessero[58], non si limita più a riforme e allargamenti come gli altri principi, ma «avendo inteso che gli amati suoi sudditi desiderano garanzie ed istituzioni conformi all’attuale incivilimento», di propria volontà concede una costituzione, «nel nome temuto dell’onnipotente santissimo Dio uno e trino, a cui solo è dato leggere nel profondo de’ cuori, e che egli altamente invoca a giudice della purezza di sue intenzioni e della franca lealtà onde è deliberato di entrare in queste novelle vie d’ordine politico».
Subito s’istituisce un nuovo ministero (28 genn.), preseduto da Serra-Capriola, e composto di Dentice, Torrella, Garzía, Bonanni, Bozzelli e del siciliano Scovazzo, sovrapponendo alla Polizia Carlo Poerio, figlio, nipote, fratello, cugino di esuli, tre volte carcerato egli stesso. Al Bozzelli, scrittore di materie letterarie e rifuggito in Francia per diciott’anni dopo il 1821, fu dato incarico di stendere la costituzione, ch’egli modellò sulla francese, su quella cioè che in trent’anni non avea ridotto a quiete la Francia, e che anzi stava per andare sobbissata[59]. Essa (10 febb.) portava monarchia costituzionale, religione cattolica; il potere legislativo diviso fra il re e il Parlamento composto di due Camere, una di pari, eletti a vita dal re fra’ possessori di almen tremila ducati di rendita tassabile, l’altra quinquenne, d’un deputato ogni quarantamila abitanti, possessore, non impiegato amovibile, nè ecclesiastico; indipendente il poter giudiziale; l’esecutivo sta nel re e ne’ ministri responsali, che han la parola ma non voto in Parlamento; non più milizie forestiere; guardia nazionale, con uffiziali elettivi sin al capitano, e da quello in su eletti dal re; diritto di petizione; eguali i cittadini in faccia alla legge; libera la stampa, eccetto che in materie religiose; abolita ogni condanna per reati politici. Dappoi il re stesso decretava (23 febb.) che alla bandiera borbonica si annestassero i tre colori italiani.
Date le riforme a Roma, dovettero darsi pertutto; data la costituzione a Napoli, fu inevitabile anche altrove, per quella solidarietà d’interessi che alcuno s’accontenterà di qualificare per moda. Che se ne pigliarono sgomento coloro che credeano doversi il popolo educare poco a poco alla vita politica, e misurargli a miccino le libertà, gl’infervorati ne tripudiarono; nella voltabile ammirazione de’ giornalisti il nome del re bombardatore fu sublimato di sopra dei tre riformatori, sebben insieme colla italica Palermo, con quella Palermo che gli opponeva rifiuto e bestemmia. Gli applausi al nuovo feticcio divengono pretesto a grida violente in Livorno; si domanda la liberazione di Guerrazzi, che subito diviene capo d’un comitato; Montanelli, Ricci, Fabrizi predicano ne’ circoli; altri ubriacano nelle gazzette: il simile succede altrove, e se il «Viva Pio IX» avea sgomentato gli assolutisti, il «Viva Ferdinando» fece comprendere ai principi ch’era inevitabile l’imitarlo.
Già la pietosa maestà di Pio IX era soccombuta alla piazza, e la congiura delle ovazioni eragli riuscita più micidiale che non a’ suoi predecessori quella dei coltelli. Non per mezzo della consulta, ma di Ciciruacchio (1847 27 8bre), gli si erano fatte pervenire «domande del popolo romano», le quali esigevano libertà di stampa, remozione de’ Gesuiti, lega italiana, emancipazione degli Israeliti, scuole di economia pubblica, colonizzare l’agro romano, abolire il lotto, far pubblici gli atti della consulta, scarcerare ventiquattro detenuti politici, armarsi, frenare gli arbitrj, abolire gli appalti camerali e i fedecommessi, riformare le manimorte. Gli arruffapopolo già poteano minacciare, già impiantare il despotismo. I giornali, fra cui gittava solfanelli Pietro Sterbini, diroccavano una dopo l’altra le reputazioni delle persone che il papa metteasi attorno; vollero l’armamento, e perchè i ministri disapprovavano, fu proposto di cacciar a furia essi, i Gesuiti e gli austriacanti; il senatore dovè prometterlo, e Ciciruacchio disse: — Mi fo garante io che si daranno ministri secolari». Fra costoro rimane appena luogo a Pio IX di dire: — Non badate a questo grido ch’esce da ignote bocche a spaventar i popoli col titolo d’una guerra straniera. È inganno di chi vuole spingere col terrore a cercare la salvezza pubblica nel disordine, confondere col tumulto i consigli di chi governa, e colla confusione apparecchiar pretesti a una guerra che altrimenti non ci si potrebbe rompere. E chi l’oserebbe finchè gratitudine e fiducia congiunga le forze dei popoli colla sapienza de’ principi? Gran dono del Cielo che tre milioni di sudditi nostri abbiano ducento milioni di fratelli di ogni lingua! Questo fu sempre la salute di Roma; questo fece che non mai intera fosse la ruina di Roma; questa sarà la sua tutela finchè vi sia quest’apostolica Sede. Benedite, gran Dio, l’Italia, e conservatele il preziosissimo dono della fede».
Parlava il pontefice, e volea sentirsi il principe, anzi il tribuno; e mutilando il concetto, quel suo Benedite l’Italia fu ripetuto come un invito alla rigenerazione nazionale; gli fu chiesto «venisse a benedire, non più circondato da preti, ma da uffiziali della guardia civica»; ed egli rispose: — Siate concordi, non levate certe grida che sono di pochi non del popolo; non fate domande contrarie alla santità della Chiesa, che non posso, non devo, non voglio ammettere. A questo patto vi benedico».
Mentre Romagna e Toscana barcollavano ad ogni vento per mancanza di pubblica forza, il Piemonte ben in armi pareva sicuro dall’imperio della ciurma. Girava però tale influsso, che la forza bisognava chinasse all’opinione. I libri del Gioberti aveano popolarizzato l’odio ai Gesuiti, e l’insultarli pareva eroismo: la città di Fano cacciolli a furore: Ancona e Sinigaglia fecero altrettanto cogl’Ignorantelli che diceansi loro rampollo: le imitarono Faenza, Camerino, Ferrara: a sassi e razzi vennero presi in Sardegna, talchè dovettero imbarcarsi per Genova; ma quivi trovansi assaliti nel loro convento, e mandati a preda. Nella patria poi del Gioberti tenevansi insulti alle case loro e delle Suore del Sacro Cuore: Carlalberto assicurò nol comporterebbe mai; eppure la sera cominciò la chiassata, nè più cessò finchè esse suore e le allieve non furono disperse. Al domani avviene altrettanto de’ Gesuiti, nelle cui case esultò la tregenda, menata poi or sotto la finestra del governatore, or dell’arcivescovo, ora dei Saluzzo, or della beneficentissima matrona che dignitosamente ricoverava Silvio Pellico, il quale scotendo il capo ci diceva: — Le grandi imprese mal s’inaugurano con atti di debolezza e d’ingiustizia».
Ed ecco ventimila firme giungere da Genova per domandare la guardia civica e l’espulsione de’ Gesuiti: la deputazione non fu voluta ricevere dal re, ma i sommovitori la sorressero, a segno che il re dovette sciogliere la Compagnia di Gesù. Si gridò che bisognava ovviare a queste incondite manifestazioni coll’armare la guardia civica: il re si pose al niego, trovandola superflua in paese di tanti armati; eppur dovette consentirla, e n’ottenne applausi, dai quali però egli ancora tenevasi quasi rimpiattato, seco stesso librando le paure.
La Tour, governatore di Torino, maledetto come riazionario, cantò a Carlalberto ch’era impossibile dondolarsi fra il despotismo e il Governo costituzionale. In fatto il re non era protetto dallo schermo de’ ministri; la stampa mettevalo in compromesso coi vicini perchè sorvegliata, mentre la sorveglianza non ne impediva le trascendenze; le domande cresceano, l’opinione si infervorava, iteravansi le dimostrazioni. Alfine Pietro figlio di Santorre Santarosa persuase al municipio di domandare al re la costituzione: e Carlalberto, esitato lungamente contro gli scrupoli della propria coscienza e le promesse forse date al letto di morte del suo predecessore, in fine, sentito molti consiglieri e preti, confessatosi e comunicato, promette la costituzione (8 febb.), palliandola col nome di statuto, e professando darla di regia autorità, onde non teneasi obbligato a giurarla.
Non mi chiedete i tripudj: ma perchè qualche coccarda tricolore compariva, il re dichiarò non ne soffrirebbe altra che la intemerata e vincitrice di Savoja. Pochi giorni, e tutti i suoi soldati stessi porteranno la tricolore.
Pietro Leopoldo già avea pensato dar una costituzione alla Toscana; Ferdinando III, quando i membri del consiglio generale di Firenze se gli congratulavano del ritorno al 7 gennajo 1815, promise «andrebbe poco tempo senza che il suo popolo possedesse costituzione e rappresentanza nazionale»; quando nel 1820 udì la sommossa di Napoli, disse ai ministri: — Ehi signori, se s’avrà a dar costituzione, si ricordino non voglio essere degli ultimi». Leopoldo II seguiva dunque gli esempj domestici nel concedere la costituzione al suo popolo. Insistevasi di foggiarla sopra la consultiva di Pietro Leopoldo, modificata in modo da attribuirle pure l’iniziativa: ma i giornali e la piazza non lasciano tempo a discutere, onde s’adotta qui pure la francese, col solo divario che ogni elettore sarebbe eleggibile, ed elettori sarebbero non solo i possidenti, ma negozianti, industriali, dotti; i deputati durerebbero tre anni; e fu proclamata (17 febb.), essendo ministri Ridolfi sugli affari interni, Bartolini sugli esterni, Serristori sulla guerra, Baldasseroni sull’erario, Cempini presidente.