Fin il principe di Monaco diede la costituzione. Pio IX per la prima volta non era iniziatore de’ movimenti, aveva professato non isminuirebbe mai la ricevuta potestà, e tutti diceano la dominazione pontifizia non comportare restrizioni rappresentative. Ma il municipio, spinto dai carnevaleschi schiamazzi, gli mostrò la necessità di fare quel che gli altri; ond’egli combinò un nuovo ministero, con Recchi sugli affari interni, Sturbinetti sulla giustizia, Minghetti sui lavori pubblici, Aldobrandini sulla guerra, Pasolini sul commercio, Galletti sulla sicurezza interna, tutti secolari, e preti il Morichini sull’erario, il Mezzofanti sugli studj, l’Antonelli sulla diplomazia; consultò il concistoro principalmente sul come conciliare la libera stampa colla censura ecclesiastica, salvare le giurisdizioni del sacro Collegio, lasciar libero il principe nel seguire la politica che più complisse al bene della santa Sede, infine rattenere le assemblee legislative dai punti che si riferissero a canoni e statuti apostolici. Ma poichè i cardinali furono unanimi nella possibilità d’uno statuto (14 febb.), Pio IX professò: — Purchè salva la religione, non ci rifiuteremo a veruna innovazione necessaria».

All’intento dell’unità italica sarebbe stato a desiderare uniformi le costituzioni; ma poco differivano l’una dall’altra, ricalco della francese: due Camere; ministri responsali; d’elezione regia i senatori; elettori de’ deputati i censiti; libertà di stampa e di petizione; inamovibilità de’ giudici: solo Roma, per suggerimento del padre Ventura che pur volea qualche resto delle forme teocratiche, conservava come terza Camera il concistoro de’ cardinali, elettori del sovrano e da questo eletti a vita, che in secreto decidevano sulle risoluzioni del Parlamento; oltre che riservava a sè gli affari misti, o concernenti i canoni e la ecclesiastica disciplina. Mantenevasi la censura ecclesiastica, nè i consigli poteano proporre legge che concernesse canoni e discipline.

Lo statuto dato da Roma parea mettere la religiosa sanzione a quello degli altri paesi: onde fu un’ebrezza tra la folla; mentre quei che folla non vogliono essere discutevano di libertà, e dei fondamenti e delle forme di essa; analizzavano e paragonavano le costituzioni; esprimeano pubblicamente i desiderj fin allora repressi; chiedevano ed ottenevano ministri nuovi, non più a talento del principe, ma a fiducia de’ cittadini, e noti all’Italia per antica venerazione, ed altri pur allora richiamati da diuturni esigli; lodavansi i principi dei freni che poneano a se stessi, volendo che la legge non fosse atto di potenza ma di ragione; e quasi possa alle cancrene rimediarsi coll’acqua di rose, pindarizzavasi un beato accordo di popoli e principi, della forza e del pensiero, nell’acquisto della libertà e dell’indipendenza.

CAPITOLO CXCI. Le insurrezioni.

A questo accordo di principi e popoli per la rigenerazione nazionale, chi penserebbe opporsi? L’Austria sola: ma questa non potrebbe spiegare le sue forze per reprimerli, fin a tanto che non si rompesse guerra; e guerra non si romperebbe, attesa la moderazione dei popoli, educati alla saviezza dalla sventura e dai giornali. Ma senza guerra come cacciarla oltr’Alpi? nessuno vedevane modo, eppur tutti se ne confidavano; non ragionavansi le difficoltà, si negavano; e la speranza occupava gli animi come una di quelle idee fisse che l’allucinazione traduce in realtà. Ed ecco in quel ridente orizzonte scoppiare il turbine, una nuova rivoluzione della Francia.

Da un re portatole dagli stranieri, questa accettò come umiliazione la Carta del 1815; e invece di svilupparla, la spiegazzò; poi come vide i Borboni intaccarla, li cacciò, sovvertì quanto avea rifondato in quindici anni, moltiplicò sangue e ruine, conculcò glorie; e tutto ciò per fare della Carta stessa un’edizione con varianti. Parve essa raggiungere la massima libertà ottenibile ne’ Governi rappresentativi, tutto potendo la legge, nulla il re, il quale regnava non governava; illimitata la libertà della parola, dell’associazione, dello scrivere, dell’adorare; tenue il censo richiesto per esser elettore ed eletto. Luigi Filippo, posto sul trono come una barriera contro la repubblica, riuscì a rattenerla per diciassette anni; nei quali aveva egli rattoppato gli sdrucci che ogni rivoluzione fa, non diminuiti i debiti ma cresciuto credito alle finanze, ravviato il commercio, estesa la prosperità materiale favorendo l’aristocrazia mercantile, surrogatasi alla patrizia; lettere, arti, scienze incoraggiò sin a farne una potenza nei giornali e alle Camere; insieme mantenne la pace fra pressantissime incidenze di guerra; restaurò la marina in modo, da comparire onorevolmente nei mari più distanti. Pure il suo Governo, per volger di tempo, non si consolidava, come quello che unica origine e fondamento avea la rivoluzione; chi in questa non erasi acquistato una nicchia, martellava a prepararsene un’altra; i diseredati della quale ne solleciterebbero una terza. Il Governo stesso, nelle arti con cui era costretto accaparrare le elezioni, nella condiscendenza che doveva a’ suoi creatori e sostegni, nel dover rannodare alla propria durata i grandi interessi e i minuti, poneva mente a tutt’altro che alla moralità; vacillava condiscendendo, anzichè progredire resistendo; e dopo diciott’anni si trovava in aria come al principio. L’incremento materiale, così sproporzionato al morale, portava un’ebrezza di desiderj, una bolimía d’oro, tutti volendo acquistare, tutti godere, qualunque ne fosse la via: deperito ogni carattere privato e pubblico, non più rattenuti da riflessi superni o da ricompense postume, anzi istigati da una letteratura sistematicamente depravatrice. Allora moltiplicate le frodi, e i delitti codardi e i feroci sin tra persone elevate, il cui scandalo era aumentato dalle difese pubbliche e dall’interesse che i giornali e il bel mondo prendevano per scellerati.

La moltitudine più sana, che anzitutto vuol pace e ordine; i trascuranti che imbellettano di moderazione l’accidia; gl’interessati a mantenere l’impiego, la pensione, il posto in palazzo o al Parlamento, bramavano s’assodasse quel dominio, ma il bramavano fiaccamente, mentre operosissimi lo sottominavano i partiti. Contro la vita d’un re eletto dal popolo, lealmente liberale, e modello di virtù domestiche, ripeteansi attentati, più che contro qualsiasi tiranno. Ai Legittimisti, confidenti nel diritto divino, si rannodavano gli antichi nobili e parte del clero. Repubblicane professavansi le società secrete, i giovani, gli artigiani, i Furieristi. Con miglior carta ormeggiavano i Buonapartisti; e se quanto i Mazziniani parvero ridicoli i tentativi di Luigi Napoleone, che, fallito in Italia, due volte avea presunto, col proprio nome e con un pugno d’amici, sovvoltare la Francia, ove non trovò soccorso nè simpatia, bensì carcere e perdono, l’avvenire attestò quanto quel fuoco sotterraneo operasse. Il Governo, battuto dalla stampa e dalla calunnia, liberalissime e provocanti, dai rifuggiti d’ogni favella, dai cospiratori d’ogni gradazione, non che predisporre l’avvenire, poteva a stento orzeggiare giorno per giorno. Il Parlamento, cui uffizio sarebbe stato condur il paese a riformarsi senza scosse, irritava colle declamazioni e col continuo imputare al Governo d’avvilire la Francia nelle relazioni esterne, di comprimerla nell’interno progresso; balzavasi da un ministero all’altro senza un perchè, e sempre lamentando che i surrogati divenissero peggiori de’ precedenti. Il più lungo fu quello dello storico Guizot, carattere più rigido che nol soffrissero le passioni pruriginose, più incorrotto che i suoi competitori, ostinato a voler la pace, e come mezzo a ciò, consolidare la nuova dinastia; ligio a questa, ma operando costituzionalmente e colla maggiorità delle Camere.

Nel sommovimento cominciatosi in Isvizzera, fra gli Slavi e da noi, il Governo assunse uffizio di moderatore: ma la nazione si rinfocò, quasi recassesi a onta l’esser precorsa da altri nella politica arrischiosa e di eventualità; imitando gl’Italiani, propagava il fermento coi banchetti, dove il ravvicinamento e i vini incalorivano i discorsi, esagerati come di chi parla a pochi, senza mandato nè contraddizione nè responsabilità: ma quei brindisi, ripetuti sui giornali, fragorosi conduttori dell’elettricità rivoluzionaria, acquistavano una rappresentanza diversa dalla legale. Il re disapprovò tali arti, nè però si rassegnava a sagrificare il ministero alle chiassate. Un banchetto in Parigi di centomila persone fu il segnale d’una rivolta, dove a mano armata e colle barricate si cominciò a chiedere la riforma elettorale e cangiamento di ministero[60], e si finì coll’acclamare la repubblica e un Governo provvisorio (24 febb.).

Non dunque l’inesaudito bisogno di ragionevoli emendamenti, non il generoso desiderio di libertà e dignità, bensì il sussulto di una sconsiderata e tardi ravveduta minorità capovoltava la Francia, cancellando ogni diritto ereditario, e fin l’ultimo privilegio politico, quello del censo, per affidare la decisione a quel voto universale, che colloca la ragione e la giustizia nel numero. Sconnesse le antiche, nè operando ancora le nuove istituzioni, una plebe iraconda, avida, criminosa rimase despota di Parigi e della Francia; il mondo, che alla parola di repubblica avea sperato la grande pacificazione della democrazia, si sgomentò quando la vide, da rigeneratrice della dignità umana, cangiarsi in sovvertitrice della società e di ciò che l’uomo ha più sacro, la famiglia, la proprietà.

Come nel 1830, ogni paese risentì di quell’urto; e dove fin là erasi aspirato ad acquistare o realizzare il Governo costituzionale, si prese ad abbatterlo; il rinascimento italiano da difensivo si mutò in aggressivo. Le potenze straniere aveano dato mano al movimento pacifico, esortato i popoli a fidare ne’ principi, promesso a questi non solo l’appoggio morale della parità d’istituzioni, ma anche il materiale, caso mai l’Austria attraversasse il quieto decorso. L’importanza consisteva dunque nel non turbare la pace: quando l’Austria la turbò coll’occupare Ferrara, trovossi vinta e costretta a recedere: guaj al momento che le fosse ridonata la superiorità col prendere noi l’offensiva!