Ma la Francia repubblicana come intenderebbe i suoi politici doveri? Lamartine, che colla poetica frase avea fatto aggradire il Governo repubblicano, comparve eroe nel sostenerlo contro il furore plebeo; ma costretto a condiscendere a tutti, e adulare come ogni potere nuovo, e sprovvisto di tutt’altra idea che quella dell’opposizione, trovavasi incapace di riordinare, e di concepire un avvenire altrimenti che fantastico. Qual ministro degli affari esteri, all’Europa dichiarò (2 marzo) che, a differenza di quella del 1793, la repubblica non minacciava ai Governi, comunque fossero costituiti, conoscendo pericolosa alla libertà la guerra; considerare i trattati del 1815 come non più esistenti, ma rispettare le circoscrizioni territoriali stabilite in essi; se però qualche nazionalità oppressa si svegliasse, «se gli Stati indipendenti d’Italia fossero invasi, od impacciate le interne loro trasformazioni, Francia tutelerebbe i legittimi progressi».
Dire quanto basti per sospingere i passionati, e intanto riservarsi pretesti onde rinnegarli; sopreccitare ne’ popoli l’amore della libertà e indipendenza, eppure assodare i trattati che le conculcavano; estendere la periferia morale, e impedire la materiale trincerandosi nell’amor della pace, era indegno d’una gran nazione. Vero è che il Gioberti, testimonio degli errori parigini, scriveva qua lettere della sua solita esagerazione contro la repubblica; i festeggiamenti fattine a Roma malgrado il papa, indicavano la mano di un Buonaparte che ne sperava profitto; i poveri, attruppatisi a Napoli per chieder lavoro, a Firenze per non anticipare le pigioni, a Genova per partecipare ai guadagni de’ negozianti, palesavano una feccia che presto al fermento sormonterebbe. Ma i popoli restano sordi agli avvertimenti per non badare che alle catastrofi; e inebriati da quell’esempio, e illudendosi su quelle parole, credettero mature le sospirate franchigie.
Se il desiderio d’italianità nella restante penisola esprimevasi in applausi ai regnanti (1847), nel Lombardo-Veneto concentravasi in fremiti. Delle riforme amministrative concedute ai vicini già era in possesso da gran tempo questo paese, mercè l’antica tradizione municipale; nè qui si cercava rigenerare, bensì distruggere il Governo: scopo determinatissimo, proponendo l’acquisto di quella nazionalità, senza cui non parea possibile libertà soda, potente dignità, verace progresso. Ma non se ne vedea modo che in un subbuglio europeo. Aspettando il quale, la folla coglieva ogni destro di esprimere avversione ai dominanti, simpatia ai principi italiani, un accordo di volontà, ben diverso dalle congiure, qui men che altrove opportune dove lo scopo era palese, e robustissima la repressione[61]. Gaetano Gaisruk, arcivescovo di Milano, era vilipeso per iscarsa dottrina e ignoranza di ecclesiastiche discipline, ed esoso come straniero fin quando la sua morte fece rendere giustizia a una generosissima beneficenza, a un sentimento di giustizia che non lasciavasi raggirare dai circostanti, nè da influssi d’anticamera, di sacristia, di consorzj; alla sua franchezza di esporre rimproveri ai subalterni e ragioni ai potenti; alla cura degl’interessi generali di questo paese che forse non amava, e da cui non era amato. Vero è che non sapeva di lingua e zoppicava di stile.
Ai funerali di lui proruppero il vilipendio vulgare e poetici insulti; poi si spiegò così solennemente il voto d’avere un prelato italiano, che l’Austria vi destinò il bergamasco Romilli. Nè le virtù, nè il sapere, nè l’attitudine e la prudenza di lui erano conosciuti: che importava? egli era italiano, e bastò perchè, come a Pio IX, così a lui si facessero feste strepitose (5 7bre), con iscrizioni allusive a patria, a Italia. Ma i Viva non furono accompagnati dai soliti Mora; la turba, dall’applaudire al palazzo arcivescovile, passò al fischiare sotto le finestre ove agonizzava uno degli uomini più splendidamente benefici[62]; poi agli inni a Pio IX seguirono i disordini che riscontrammo in ogni altro luogo, e come in ogni altro luogo i poliziotti dovettero tirar le sciabole: prima volta che la turba milanese affrontasse la forza, prendendola in disprezzo perchè la sua moderazione credette impotenza.
Poco appresso adunavasi il settimo Congresso scientifico a Venezia; e sebbene vi mancassero Piemontesi, Toscani, Romagnoli, atteso che già possedevano quello a cui i Congressi erano avviamento, parve injettare la vita in quella città man mano che procedeva: le discussioni scientifiche ed economiche assunsero importanza politica; la quistione delle strade di ferro, che già avea agitato Genova, qui fu colta con tale aspettativa, che a pena agli ascoltanti bastò la sala del gran Consiglio: la quale poi nell’adunanza finale, cogli applausi dati a qualche scienziato, e negati al vicerè, vide prorompere manifestamente la volontà paesana.
Sentì il vicerè l’insulto, e ne fece cadere la vendetta sopra l’applaudito: ma che ivi si concertassero i capipopolo per iniziare la rivoluzione, è falso[63]. Nè società segrete o comitati direttori promossero le dimostrazioni, che da quel punto si moltiplicarono in tutte le città (1848). La più significativa fu l’astenersi dal fumare: sucida abitudine venuta qua d’oltr’Alpi, e il cui abbandono poteva esprimere e un ritorno all’urbanità, e che la gioventù possedeva volontà unanime, e conosceva la forza dell’abnegazione; due qualità indispensabili al risorgimento nazionale.
L’astinenza volle spingersi fino a violentare altri; e sia vero o no che i militari o la Polizia mandassero attorno fumanti provocatori, ne nacque occasione (5 genn.) di trarre le sciabole; il popolo fu ferito e calpesto, come sempre, e come già in tutti gli altri paesi d’Italia; il numero delle vittime fu esagerato, ma compiante per tutta Italia quai martiri; le declamazioni de’ circoli e de’ giornali e le esequie drammaticamente ripetute in ogni angolo affondavano sempre più l’abisso tra noi e gli stranieri.
La Congregazione Centrale, corpo che rappresentava il paese e che non aveva sino allora conosciuto altro dovere che di eseguire la volontà superiore, sentì pur quello, impostogli dalla propria istituzione, d’ammonire il potere, d’iniziare miglioramenti, di presentare rimostranze. Il bergamasco Nazzari ne sporse una, dove non chiedeva innovamenti, ma l’attuazione della sovrana ordinanza: che se altre in altri tempi l’autorità aveva lasciate cascare, l’aura odierna impose che la petizione fosse accolta, appoggiata, spedita a Vienna. Allora la paura dell’opinione pubblica assunse la maschera di coraggio civile; le Congregazioni provinciali e le municipali e le Camere di commercio presentarono istanze e richiami, esitanti fra il rispetto abituale e una risolutezza insolita: pure restringevansi prudentemente a chiedere si mettesse in atto ciò che già era in decreto, o a trarne le legittime conseguenze. Anche gli scritti di qualcuno che esponeva per la stampa estera la condizione e i bisogni del paese, non parlavano che delle riforme necessarie per riconciliare la provincia coi dominatori, e far meno indecorosa la servitù.
Pari agitazione legale nel Veneto; e citando leggi inosservate, si domandò una censura meno assurda, e di partecipare al decidere sugli interessi immediati del paese; insomma che, rientrando nelle vie della morale e della civiltà, si togliesse l’onnipresenza deleterica della Polizia, odiata più veramente che non il Governo.
Secondare questo movimento legale sarebbe stato il modo di calmarlo sinceramente, o fintamente eluderlo; ma il vicerè conosceva solo arti diverse: il Nazzari esprime i voti della rappresentanza paesana, ed esso ordina sia sorvegliato dalla Polizia: Manin e Tommaseo espongono domande a Venezia (gennajo), ed esso li fa arrestare: crescendo l’irrequietudine di Milano, promette chiedere ampj poteri da Vienna per soddisfarvi, e gli ottiene, e bandisce si rassicurino perchè omai egli si recherà in mano le redini dello Stato; e la notte stessa manda ad arrestare persone, diversissime d’indole, di relazioni, di costume, e senza pure una parola, deportarle in Germania. Contemporaneamente fecero dal mitissimo imperatore dichiarare (22 febb.), lui avere operato abbastanza pei popoli, nè essere disposto a ulteriori condiscendenze; affidarsi nel valore delle sue truppe; e gli chiesero l’arbitrio d’arrestare, di deportare, di bandire la legge marziale.