Questi atti tolsero ogni confidenza nel Governo, che non trovando chi cospirasse, perseguitava, eppure tremava davanti a un popolo che irritato, non sbigottito, opponeva il silenzio e l’astinenza.
Un potere minacciato diviene violento; parlavasi di truppe sempre nuove giungenti in Italia, di promessi saccheggi, di bombardamenti al minimo agitarsi. E per verità, risoluti com’erano a reprimere colla forza, sarebbero dovuti porsene in grado[64], dacchè fiutavasi in aria la rivoluzione a segno, che Metternich ripeteva a tutti gl’incaricati d’affari, — Sta primavera in Italia vi avrà bôtte e ferite»; poi il vicerè partiva, lasciando la legge stataria come suo legato a un paese dov’era seduto vent’anni. D’altro lato susurravasi d’armi ammassate in Milano, di corpi predisposti dai profughi ai confini, di incitamenti uffiziali venuti dalla Francia, dall’Inghilterra, più dal Piemonte: eppure il successo chiarì che nè armi v’avea, nè intelligenze, nè preparativi; gli stessi Mazziniani aveano di quei giorni a Parigi preso accordo di non alterare colle loro mosse il quieto svolgimento italiano, e la Giovane Italia erasi adagiata nelle braccia di un’Associazione nazionale. Il martirio si venera, ma non si predica: e quale onest’uomo assumerebbe la responsabilità d’avventare il paese inerme nel terribile esperimento d’un’insurrezione contro un esercito sì bene disciplinato? Pure la pazienza cessa quando cessa la speranza, e giunge un’ora in cui per le nazioni l’obbligo della fedeltà cede al diritto d’acquistare la sicurezza che più non trovano nell’ordine stabilito; e quest’ora la Provvidenza la batte ineluttabilmente. E come i colpi provvidenziali scoccò d’onde meno sarebbesi aspettato.
Vienna, città che credevasi ridotta materiale nei godimenti, e particolarmente divota ad una dinastia che la faceva capo di un grande impero, erasi stancata dello stupefacente assolutismo di un ministro, che facendo sinonimi governare e comprimere, catalogando gli uomini secondo quel che pagavano, riducendo il Governo a doganieri, burocratici, spie e soldati, privavalo della sua più nobile qualità, l’iniziativa; dei sudditi spodestava le volontà, e scroccando il nome di accorto e robusto coll’impedire ogni movimento, lasciossi sopraggiungere da uno di que’ turbini, che cogli abusi svelgono anche le istituzioni. Ambiziosi di palazzo e di gabinetto secondarono gli aliti liberali, già incitati dalle diatribe della Germania settentrionale, poi dai movimenti slavi e dalla rivoluzione francese: la Boemia e la Gallizia avevano mandato a chiedere libertà di stampa, d’insegnamento e d’altro: un proclama dell’ungherese Kossuth allora allora divulgato, ove si chiedeva che l’impero si riformasse, alle singole nazionalità il governarsi, e congiungendole in federazione, assegnò più preciso scopo alle domande della Società Politica e della Industriale di Vienna, e degli studenti che inanimati dalla sollevazione di quelli di Monaco, proclamarono una petizione nell’aula universitaria, e vollero portarla alla Corte (13 marzo). Questa oppose il niego, poi i sopratieni, ma il popolo tumultuava; gli eserciti stavano lontani; la piccola guarnigione poteva esser presa in mezzo dagl’insorgenti: i quali, inviperiti da alcuni colpi da essa tirati, mostrarono inaspettato coraggio e impetuosa fermezza; e mentre i ministri e la Corte vacillavano in quell’inaspettatissimo accidente, si ottenne fosse espulso Metternich, e per tutto l’Impero libera la stampa, guardia nazionale, un’assemblea generale per formare la costituzione; e il buon Ferdinando proclamava: — Seriamente, solennemente, e con sincera soddisfazione andai incontro ai voti del mio popolo, concedendo una costituzione, ch’io riguardo come l’atto più soddisfacente della mia vita». Applausi, abbracci, inni festeggiano l’affratellamento; i liberali esultano del loro trionfo, e frenano la plebaglia ladra; e la Corte, affidando il ministero a Pillersdorf e ad altri onesti della vecchia scuola, spera pure col tempo rivalere contro le esigenze superlative.
Il telegrafo portò in Lombardia (17 marzo) quelle concessioni viennesi; e la loro dissonanza dai minacciosi rifiuti dei giorni precedenti vi dava l’aria d’un’inevitabile necessità; l’Austria doversi trovare agli estremi se mettevasi per una via da lei esecrata, e su cui non era possibile durasse. Pertanto alle fantasie già bollenti s’offre l’incentivo dell’occasione: preceduti dalla rappresentanza municipale, i Milanesi vanno a domandare armi per la guardia civica; e ne hanno la promessa, fra i Viva e le coccarde; ma quando convengono al palazzo municipale per riceverle, eccoli assaliti dalla truppa, che alla ventura ne coglie alquanti, e li trascina in fortezza. L’indignazione precipita il moto, che già era cominciato non senza sangue; l’esultanza si converte in furore; e mentre alcuni persistevano a consigliare che s’accettassero le concessioni, e consolidandole si facessero scala a maggiori, altri elevano le speranze fino all’indipendenza; impennati i tre colori, gridano «Viva Pio IX, e Morte ai Tedeschi»; ubriachi di magnanima imprudenza rimettono la suprema decisione ai rischi dell’audacia; e vendicando le paure di cui si era loro prodigato l’oltraggio, cominciano una battaglia memorabile (1848 18 marzo). Dappertutto sbarrar le vie con quel che prima venisse alla mano; e se mancassero le travi, le botti, i lastroni delle vie, s’accatastano i mobili anche più fini, quasi si sentisse bisogno di fare più costosi sagrifizj. Capita una carrozza? ne staccano i cavalli, la rovesciano, la riempiono di ciottoli, di strame, e il passo è intercetto. Ogni casa era munita a guisa di fortezza; sui davanzali panieri di sassi, e dalle socchiuse gelosie sporgeano canne mortifere, e dentro preparati coltroni e materassi per ammortire i colpi o spegnere le bombe. Alla scarsezza di fucili e di munizioni supplivasi come si poteva, ammannivasi cotone fulminante, spogliavansi i musei d’armi. I nemici entro le caserme e dal duomo si difendeano; aprivansi la via sanguinosamente, traverso una tempesta di tegoli e di ciottoli, per riunirsi attorno al castello, dove accampavano sotto una pioggia, incessante come il tempellare delle campane, che mentre infondeano terrore nel nemico, incoravano gl’insorgenti dando certezza ai lontani che quella chiesa, quel quartiere erano sgombri. Alcune vie furono prese e riprese; e si sparse e si credette che i Croati si piacessero di gratuite e raffinate atrocità, sventrare incinte, crocifiggere od arrostire a lento fuoco i vecchi, spiaccicar fanciullini, o infilzati portarli sulle bajonette; altri sepellire vivi, o coprire d’acquaragia e poi infiammare. Quando poi leggemmo su altri giornali apposte le medesime spietatezze ai nostri contro i Tedeschi, comprendemmo che è stile delle nazioni odiantisi il ricambiarsi tali accuse. Certamente abbondarono atti e di ferocia e di magnanimità; e gran coraggio vi volle perchè con pochi fucili da caccia, gente da studj, da officine, da bottega per cinque giornate tenesse fronte a truppe disciplinate. Nè le armi che vantavansi apparecchiate, nè i fuorusciti o i Piemontesi o i campagnuoli che diceansi aspettar solo un cenno, comparvero; sebbene per via di palloni areostatici si diffondessero appelli e incoraggiamenti. Ma neppure il nemico era allestito a difesa; e le insufficienti e deteriorate sue munizioni, la concorde perseveranza de’ cittadini, il probabile dilatarsi dell’insurrezione nella campagna, l’incertezza di ciò che accadeva a Vienna, l’apprensione che i Piemontesi arrivassero, indussero il maresciallo Radetzky (22 marzo) a ordinare la ritirata. E Milano si trovò libera, con un’esultanza più viva quanto meno aspettata, compra con trecencinquanta vite, fra cui quaranta donne e trentaquattro fanciulli.
Scene simili eransi rinnovate in altre città. A Como uscirono subito ajuti di rifuggiti dalla Svizzera, e con ostinata battaglia per le vie costrinsero i Croati a capitolare. Il lago, il Varesotto, la Brianza disarmano o cacciano gli stranieri, mandano prodi a soccorrere Monza e Milano: la Valtellina con poca fatica si libera anch’essa, le scarse truppe lasciando ritirarsi in Tirolo. A Bergamo un cappuccino col Cristo e la bandiera italiana chiama il popolo alla libertà, e a capo di risoluti move ad ajutar Milano; mentre in città erano prese le caserme e l’arciduca Sigismondo, al quale o generosità o abitudine servile concesse di ritirarsi, come pure ai Croati. A Brescia lasciasi passare il fuggiasco Raineri, ma si getta un petardo ai Gesuiti; poi appena proclamate le concessioni, il generale Schwarzenberg scorre la città applaudito: il reggimento Haugwitz ivi acquartierato era quasi tutto d’Italiani; onde credendo l’impresa finita, non si corse ad ajutar Milano, e si lasciò passare senza ostacolo l’arciduca Sigismondo, fuggente da Bergamo. I paesi della Franciacorta, della Riviera, delle Valli insorgono, e tutto è libero fino al Tirolo. Allora i Bresciani, accorti del vero, intimano a Schwarzenberg di cedere, e poichè resiste, cominciano la lotta, trucidano il suo ajutante Hohenlohe che veniva a esibir pace, e a gran fatica il generale stesso si sottrae; lasciossi partire con onorevole capitolazione e coll’armi la truppa, la quale postasi agli Orzi sull’Oglio, potè spalleggiare la ritirata di Radetzky. Questo, nottetempo staccatosi da Milano per porta Romana, a Melegnano incontrò qualche tentativo di resistenza, ma colla severità sbigottì a segno, che nessuno più gli si oppose su tutta la via, dove ogni pianta, ogni rivo, ogni ponte potea divenire un ostacolo funestissimo. Solo dopo passato l’esercito si gridava libera Lodi. In Cremona un reggimento d’Italiani fraternizzò cogl’insorgenti; sicchè il generale Schönhals capitolato partiva con quattrocento ulani e la cassa e le armi, lasciando alla città due battaglioni di fanti, una batteria da campagna. A Pizzighettone fu presa la fortezza con diciotto cannoni e settecento casse di munizioni, che furono trasferiti a Cremona, invece di raccorre colà anche gli altri e chiudere il passo dell’Adda, o ingrossare al ponte di Lodi e assalire Mantova.
L’occupazione di questa fortezza sarebbe stata decisiva dei casi nostri; e Gorczkowsky che la comandava, seppe trastullare i cittadini colla guardia civica, in modo che non pretendessero la cittadella: intanto i savj e i vescovi raccomandavano la quiete, per timore che la fortezza fulminasse la città. Ed ecco giungere un indirizzo del municipio di Trento, esprimente il proposito di staccarsi dal Tirolo per far causa comune coll’Italia, esibendole persone e averi. Vi si risposero parole; si lasciò passare il duca di Modena; si accolsero soldati in ritirata, i quali presto furono bastanti ad assicurare la città agli Austriaci. Visto l’errore, si gridò tradimento quel ch’era stato difetto di sagacia e di coraggio. Dappertutto le Congregazioni municipali e l’alto clero aveano procurato rattenere da atti, dai quali non poteva ripromettersi altro che ruina; dappertutto fu risparmiato l’inutile sangue, contro la dominazione, protestando solo colla gioja del liberarsene.
Venezia, scarcerati Tommaseo e Manin (17 marzo), li portò in trionfo, al proclamarsi la costituzione e la libertà della stampa, rimbombarono i Viva all’imperatore; ma l’annunzio della insurrezione di Milano fece comprendere altre possibilità, e i civili stettero contro la forza. Venezia poteva essere bombardata dall’arsenale e dalla goletta del porto; ma Palfy governatore si peritò, nell’incertezza di quanto accadeva a Vienna, e alla magistratura municipale concesse d’armare la guardia civica. Intanto bucinavasi di tradimenti orditi dal nemico, e che Merinovich, odiato comandante all’arsenale, preparasse materie da incendio, quando i suoi dipendenti gli si avventarono e l’uccisero (22 marzo): l’avvocato Manin, postosi a capo de’ cittadini, tra la persuasione e la forza occupa l’arsenale; il governatore rassegna i suoi poteri a Zichy comandante militare, e questo fa colla municipalità una capitolazione, per cui possa menare via la truppa tedesca, con tre mesi di paga, lasciando la cassa, le armi, i soldati italiani a Venezia. Tredici persone furono spente: ai nemici nessun insulto; anzi la generosità arrivò a tale imprudenza, che volendosi mandare a Pola l’ordine alla flotta di venire all’obbedienza degli insorgenti, si affidò l’avviso al legno stesso che portava Palfy a Trieste. In conseguenza questo potè prevenirla, e Venezia restò paralizzata del suo braccio destro, la flotta.
Però essa trovavasi libera legalmente; e il popolo espose la Madonna di San Marco, come poi fece in ogni gaudio e in ogni sventura: si elesse un Governo provvisorio (23 marzo) con Castelli, Tommaseo, Paleocapa, Camarata, Pincherle, Solera, Paolucci, Toffoli, e a capo Manin, e si proclamò la repubblica, estesa allora nulla più che la piazza San Marco. Ma le città di terraferma non tardarono ad imitarla, cacciando o disarmando i soldati; il generale d’Aspre è costretto abbandonar Padova; il forte di Malghera viene occupato dalle guardie civiche di Mestre, quello di San Felice dai Chiozzotti; quelli di Osopo e di Palmanova si arrendono, e n’è posto comandante il generale Zucchi, che dal 1831 vi rimanea prigioniero. A Verona stava il vicerè, il quale colle promesse tenne a bada i cittadini, e salvò così il nido dove l’aquila rinnoverebbe le penne. Tutte le città si diedero Governi proprj, che poi si fusero nel veneziano. L’esercito austriaco in quei giorni perdè quattromila morti, settemila prigioni e feriti, diecimila prigionieri, oltre i settemila di Venezia.
Anche in Modena si leva rumore, e il duca, istituita una giunta, si ritira sul territorio austriaco, mentre il granduca occupa i territorj di Massa e Carrara. Il duca di Parma (10 marzo), udito la sollevazione di queste città ove combattendo i militari tedeschi, cinque cittadini ebbero morte e molti ferite, ma costrinsero i nemici a deporre le armi, non solo si rammorbidisce come tutti gli altri, e promette lo statuto, ma deplora d’aver subito l’influenza straniera, e dichiara rimettere i suoi destini a Pio IX, Carlalberto e Leopoldo, perchè facciano de’ suoi Stati quel che meglio comple all’Italia, pronto a ricevere egli quel compenso che crederanno conveniente; ed egli se n’andò in Romagna, suo figlio a Milano per offrirsi alla causa italiana, dove invece fu tenuto prigione.
L’insurrezione di Milano erasi sentita dai Piemontesi (19 marzo) con tutto l’interesse di nazione e di vicinanza; e l’intera popolazione fremea perchè si corresse a sottrarre la vicina da uno sterminio inevitabile; già molti vi si spingeano volontarj, malgrado le guardie poste al confine, e vi si mandavano munizioni. Poco prima, Carlalberto, risoluto di mettersi francamente nelle norme costituzionali, aveva chiamati al ministero Sclopis, Franzini, Boncompagni, Desambrois, Revel e i genovesi Pareto e Ricci, sotto la presidenza di Cesare Balbo. La costoro popolarità, le conosciute intenzioni, i voti gridati, anzi intimati a loro dai Genovesi, li faceano scopo a smisurate speranze. E poichè in capo d’ogni speranza stava l’italianità, tutti chiedevansi se il Piemonte trarrebbe la spada per rivendicarla. Non era questo il lungo voto di Carlalberto? non teneva egli in piedi settantamila armati, e riboccanti gli arsenali, e pingue il tesoro, e uno stato-maggiore incomparabile, e tutta l’uffizialità anelante di provarsi cogli oppressori?