Le realtà stavano a gran pezza dai discorsi. Il preconizzato sistema militare del Piemonte appariva disadatto a trasformarsi subitaneamente dal piede di pace in quello di guerra attiva; artiglieria e cavalleria eccellenti ma scarse; le riserve male esercitate, e avvezze al riposo e agli affetti domestici; i soldati coraggiosi personalmente, ma non altrettanto disciplinati tutti insieme; uno stato-maggiore più di comparsa che di valentìa; nessuno poi avea mai fiutato battaglie; nè in quel precipizio più di dodici in quindicimila uomini si potrebbero mettere in campo; e di questi un buon dato eransi spediti in Savoja per impedire un’irruzione dei Voraci, bande comuniste della Francia. Dell’Austria ignoravasi lo sfasciamento; poco si poteva ripromettersi dalla restante Italia, inavvezza all’armi; l’Inghilterra, che a consigliare e moderare l’italico movimento avea spedito lord Minto, non che attizzasse come si spargea, dichiarava essere la Lombardia assicurata all’Austria dai trattati medesimi che assicuravano Genova al Piemonte, e il toccar l’una comprometterebbe l’altra. I soccorsi della Francia metteano ribrezzo or ch’era repubblicana, potendo divenir rovinosi al principato; e il famoso motto attribuito a Carlalberto Italia farà da sè era una protesta contro quegli ajuti sgraditi. D’altra parte i veggenti, persuasi che si consolidano più cause coi temperamenti della prudenza, che non se ne guadagnino colla furia, aveano sempre sconsigliato il Piemonte dalla guerra[65]; ai nuovi ministri era riuscito di consolazione l’accertarsi che l’Austria non minacciasse il Piemonte, il quale potrebbe tranquillamente assodare, svolgere, applicare la donatagli libertà. E in fatti il programma loro esprimeva: fare preparativi se mai l’Austria chiarisse guerra, ma non provocarla: riconoscere la Repubblica francese; allearsi coll’Inghilterra e cogli Stati costituzionali d’Italia purchè non rompessero a ostilità.

Carlalberto, sempre fisso ad un fine, tentennava sui mezzi e sul tempo, e viepiù da che si sentì trascendere dal movimento. — Che si dice sottovoce al Congresso di Genova?» interrogava. — Si dice, Viva Carlalberto», gli si rispondeva. Ed egli: — Ma più basso si dice Viva Mazzini». In una delle più solenni festività di quel festivissimo tempo, tutte le comunità del regno vennero a solennizzare (25 febbr.) la promessa costituzione, e sfilarono tripudianti di bandiere, di inni, di Viva innanzi al re, e soli mesti e abbruniti noi Lombardi, sfuggiti al carcere e alla legge marziale. Chi l’ha veduta non potrà mai più dimenticare quella giornata, d’accordi non anco turbati, di speranze potenti di tutto il prestigio, d’una libertà di cui nessuno erasi disamorato. Sarebbe stata la più bella della vita di Carlalberto; ma la sera giunse l’avviso della repubblica proclamata a Parigi, e noi gli udimmo dire: — Anche questa vicenda farà il giro d’Europa. Poco mi cale di me: duolmi de’ miei figliuoli; ma non importa purchè il mio popolo sia felice».

Proposizioni a lui erano state rivolte da Lombardi prima della sollevazione; ma non le ascoltò egli direttamente, bensì un suo ajutante: pure, in iscritto confidenziale, ripetè la promessa mandata ai comizj di Casale, che, dato il caso, guiderebbe il movimento patriotico d’Italia. In Milano i proclami animavano alla difesa colla certezza degli ajuti piemontesi; da’ campanili speculavasi il loro arrivare; fin Radetzky vi credette: da cittadini ricchi e reputati si sottoscrisse un invito a Carlalberto perchè soccorresse e prendesse la Lombardia (20 marzo); eppure Carlalberto che l’avea chiesto, esitava ancora, e i ministri davano assicurazione di buona vicinanza all’ambasciadore austriaco. Ma la gioventù freme guerra; i portici di strada Po e la piazza della reggia formicolano di gridanti guerra; guerra vuole l’Università: e quelli che non sanno figurarsi la libertà se non a cavallo d’un cannone. Il re e i ministri sapeano che perde l’autorità chi la sottopone al tumulto: ma e se Milano soccombesse a un nuovo Uraja? qual onta pel vicino armato? E che farebbe Genova, la quale avea gridato Con Milano, se no, no? la compassione non potrebbe prorompere contro il principe, e fino a gridare la repubblica?

Mentre vacillavasi tra i consigli della prudenza ed i precipizj della generosità, ecco giunge (22 marzo) che Milano s’è liberata da sè; che i Tedeschi rotti e scompigliati vanno in pienissima fuga fra le strade rotte e le campagne inondate, incalzati dalle popolazioni, risolute a non lasciarne vivo uno, uno solo[66].

Carlalberto gettò la propria spada sulla bilancia dei ministri, e proclamò che coi suoi proprj figli si metteva a capo dell’esercito, portando alla Lombardia «i soccorsi di fratello a fratelli; di guiderdone non si parli: solo a guerra finita si deciderà delle sorti del paese».

Ammirazione, gioja, affetti si rovesciano allora sopra Carlalberto, il migliore, il più grande dei re, la spada d’Italia; se ne dimenticano i torti, prima ch’egli dichiari dimenticati quelli de’ sudditi; egli si rassegna a venir ricevere sul balcone e per le strade le acclamazioni da cui sempre aveva aborrito; assiste al Tedeum cantato dall’arcivescovo di Torino, a cui quest’atto non risparmia i fischi; passa in rassegna la plaudente guardia nazionale, contento che sui vecchi suoi giorni rifulga quel raggio di speranza, che aveva indorato i vigorosi.

Gli altri paesi d’Italia rispondono a quel grido. A Roma Ciciruacchio mena la folla ad abbattere lo stemma del palazzo d’Austria, e occuparlo a nome della Dieta italiana, della quale s’intima a Pio IX di farsi capo, mentre le campane suonano, i cannoni bombano, il Masi improvvisa, il gigantesco padre Gavazzi bolognese predica, il marchese Patrizj, il principe Ruspoli offrono denaro, i figli, la persona alla causa comune: e Pio IX riconoscendo la mano del Signore in quella vittoria (30 marzo), rammemora che «d’ogni stabilità e prosperità è ragion prima la concordia, e che la giustizia sola edifica, mentre le passioni distruggono»; Leopoldo granduca intuona: — L’ora del risorgimento d’Italia è giunta improvvisa, nè chi ama questa patria comune può ricusarle soccorso. Figli d’Italia, eredi della gloria militare degli avi, non devono i Toscani rimanere in ozio vergognoso, mentre la santa causa dell’indipendenza si decide, ma volare al soccorso de’ fratelli lombardi». Il Ministero napoletano che aveva cercato tenersi saldo contro le dimostrazioni di piazza, fu da queste scomposto; si dovette promettere la guerra santa, capitanata da Pepe, esule da ventisette anni, e un Ministero preseduto da Carlo Troya, esule della stessa causa (aprile); e il re proclamava: — Le sorti della comune patria vanno a decidersi nei piani della Lombardia; ed ogni principe e popolo è in debito di accorrere a parte della lotta che deve assicurare l’indipendenza, la libertà, la gloria. Noi intendiamo concorrervi con tutte le nostre forze di terra e di mare, cogli arsenali, coi tesori della nazione; unione, abnegazione, fermezza, e l’indipendenza della nostra bellissima Italia sarà conseguita; e ventiquattro milioni d’italiani avranno una patria potente, un comune ricchissimo patrimonio di gloria, e una nazionalità rispettata».

Tanto accordo di principi e di popoli che forti di risolutezza, invigoriti di lunghi patimenti anelano alla virile gioja delle battaglie, acciocchè l’Italia sia, non trofeo di altrui vittorie, ma redenta pel braccio dei proprj figliuoli; tutti dimenticando le antiche superbie e gli antichi rancori, e contando soltanto sulla fermezza del proposito, la temperanza delle passioni, la concordia delle volontà, i miracoli dell’entusiasmo.

CAPITOLO CXCII. Guerra santa. Conquassi.

La vittoria era assai meno facile che il trionfo. Sulle orme del nemico fuggente si cacciarono alquanti, di coraggio risoluto e intelligente; e deh come pareano belli que’ giovani, che alfine avevano qualcosa da fare! come ne’ loro atti sfavillava eroico, incitato, romanzesco il sentimento! Altrettanto deforme e scomposto era l’esercito austriaco; lacero, tutto mota e sangue, famelico, con impotente anelito di vendetta, e temendo da ogni siepe un assalto, sotto ogni ponte una mina, in ogni villaggio barricate e tegoli; che se davanti a quello, scompigliato da tante diserzioni, dall’insolita guerra delle vie, dalla privazione di riposo, dall’incertezza degli avvenimenti viennesi, si fossero abbattute le piante, recise le vie, diffuse acque, lanciata la morte, qual ritornava di là dai monti? Ma Radetzky ebbe ad avvedersi ben presto che il popolo non prendeva parte a quell’insurrezione; i campagnuoli non secondarono l’impulso delle città, nè la bassa rispose alla risolutezza dell’alta Lombardia; sicchè egli, neppure mai attaccato, potè giungere al Mincio, e dentro al formidabile quadro, formato dai monti, dal mare, dall’Adige colle fortezze di Verona e Legnago, dal Mincio con quelle di Peschiera e Mantova, rincorare le truppe, attenderne di nuove, e coi migliori uffiziali allestire la difesa e la riscossa.