LIBRO DECIMOTTAVO
CAPITOLO CLXXXIX. Principi e popoli dal 1830 al 46. Aspirazioni e trame.
Come sempre, i paesi in cui si ristabilì l’armonia fra l’autorità e gli obbedienti furono quelli ove non si lasciò corso alla riazione dopo le rivoluzioni del 1831. Tale fu la Toscana. Ferdinando III granduca dal trilustre esiglio (se esiglio poteva chiamarsi la dimora in paese di sua nazione) non riportava rancori e vendette; vedendo la memoria di suo padre, benedetta in Toscana, non aveva che a seguirne le orme, al che lo inclinava pure la mitissima sua indole. Ritrovava spento il debito antico, sistemata la magistratura, ricco il pubblico dominio; sicchè molti beni poteva effettuare chi avesse saputo innestare le utili novità col sistema leopoldino. Ma crogiolandosi in questo, si tirò via tolleranti e fiacchi, in una mansuetudine senza progresso; riponendo il liberalismo i ministri (di cui era principale il Fossombroni) nell’opporsi ai preti e a Roma, la gente colta nel far epigrammi contro i ministri. Ferdinando aprì nuove strade; fece compiere il catasto sopra la triangolazione eseguita dal professore Inghirami; istituì a Firenze un archivio centrale, l’uffizio dello stato civile, una casa di lavoro, l’istituto della Nunziata perla maternità e a Pistoja un altro, a Pisa un’accademia di belle arti; introdusse i pompieri; migliorò i palazzi e le ville reali. Passeggiava famigliarmente le vie, andava a visitare ne’ palchetti le signore, e poichè le persone che vi si trovavano levavansi e teneansi in piedi, egli diceva alla padrona: — E perchè non permettete a questi signori di sedersi?» Un abate scontratolo così, andava ripetendogli: — Oh altezza! che consolazione fu per me il vederla — Oh grazie! — Ah non le so esprimere quanto sempre lo desiderassi — Sta bene: le son obbligato — Davvero ho sempre sperato che dovesse venire questo giorno — Ed io non lo sperava più».
Vantandosi in sua presenza i molti miglioramenti introdotti dai Francesi durante il loro governo, proruppe: — Capisco saria stato bene che fossero rimasti dieci anni di più». Soldati non volea, perchè nè del popolo avea paura, nè contro l’Austria osava reluttare, benchè neppur volesse soffrirne la tutela; i Carbonari conobbe ma non volle punire, accogliendo anzi i profughi del resto d’Italia.
Non ci ricorda che per verun principe siansi scritte parole affettuose (e undici anni dopo il fatto) come queste d’un galantuomo qual fu Emanuele Repetti: «I cittadini, entrati in sollecitudine per l’imminente pericolo, taciturni erravano per le vie, ingombravano i sacri templi, sogguardavansi, interrogavansi, e penetravano negli atrj stessi e nelle sale del regio palazzo smarriti, sparuti, affannosi, desolati. Niun’altra premura, nessun affare domestico o civile, tutti i passi, tutte le lingue, tutte le orecchie a questo solo erano rivolte, di questo solo occupate! Il pallore di un volto nell’altro si diffondea: nè potrei agguagliar con parole quello ch’io stesso vidi, e nell’intimo petto sentii fra il gemito e il tumulto della reggia e del popolo. Suonò l’ultima ora, e il 18 giugno 1824 fu giorno di pianto per tutti; e dico per tutti perchè anche gli stranieri medesimi che si trovarono presenti a così trista ed inusitata scena, rimasero talmente commossi, che proruppero pure al pari di noi in tristi lamenti ed in sincere lagrime»[1].
Il figlio Leopoldo II succedutogli (1824 giugno) con pari bontà, favoriva quel vivere amichevole, quella cittadinanza riposata che della Toscana faceva un’Arcadia. Intanto le belle arti, la gentilezza, il clima, la favella continuavano ad attirarvi forestieri; studiosi l’Università di Pisa, cui s’invitavano professori d’ogni paese; e i collegi di Siena e di Prato; capitali il ferro dell’Elba, l’acido borico dei Lagoni, e la libertà di commercio; si estesero le scuole normali, di mutuo insegnamento, di sordimuti; presto s’introdussero asili infantili, casse di risparmio.
Il popolo v’è per indole calmo, devoto, operoso nella povertà; il clero allevato nelle opinioni pistojesi, tiensi ligio al Governo; i ladri grossi non v’erano gloriati, se anche non sempre puniti; i pensatori, sceveri dalla Corte che non gli ascoltava ma li rispettava, ambivano all’aureola popolare, idoleggiando il meglio ne’ tempi anteriori alla rivoluzione, zelando le istituzioni leopoldine, e nominatamente le leggi costituzionali, il diritto di neutralità, il libero traffico, l’opposizione a Roma; i più aspiravano ad uno statuto con leggi e finanze discusse, assennati però o coraggiosi abbastanza per non avvolgersi in congiure. Carlo Troya, Pasquale Borelli, Pietro Colletta, Anton Raineri, Gabriele Pepe, Giuseppe Poerio da Napoli, Nicolò Tommaseo e Giuseppe Montani dalla Lombardia, Nobili e Antinori da Modena, Leopardi da Romagna, rifuggiti colà e uniti a giovani del paese, Giovanni Poggi, l’eloquente Salvagnoli, i giuristi Francesco Forti, Marzucchi, Capei, l’educatore Lambruschini, Ridolfi che nel podere di Meleto preparava un modello di dotta agricoltura, alimentavano la vita intellettuale, e col Capponi, col Niccolini, col Ciampolini, col Mayer, col Ricci, nella società de’ Georgofili esercitavano il discorso e l’attenzione sopra quistioni vitali[2], e collaboravano all’Antologia, giornale fondato da Pietro Vieusseux nizzardo, nel cui gabinetto letterario nessun giornale era proibito.
Agitando francamente i problemi civili, coll’autorità della dottrina consacravano le massime liberali, ma neppur essi possedeano quell’accordo che dà forza. Alcuni, come il Montani, v’aveano importato il romanticismo colle idee del Conciliatore; altri, come Mario Pieri, abbarrati nella venerazione de’ vecchi, repulsavano dottrine che giudicavano codarde perchè tedesche: chi idolatrava l’êra napoleonica come il Colletta; chi ambiva le istituzioni municipali della passata Italia; chi aspirava all’unità dell’Italia futura: quali col Niccolini professavansi ghibellini con Dante e Machiavelli; quali con Troya e Tommaseo inserivano l’innesto neoguelfo: tutti desideravano un Governo parlamentare, dove sfoggiar l’eloquenza, se non la sapienza civile: assideano la libertà all’ombra dei troni; pure non mancava chi la ponesse lontano da quelli; e nell’Antologia penetrarono scritture di Mazzini e corrispondenze radicali.
I ministri non ingelosivano di manifestazioni, inefficienti su popolo tanto quieto: e il Fossombroni, insigne matematico e filosofo scettico ed epicureo, che zelava l’indipendenza della Toscana, ma nell’interno credeva giovasse il governare il meno possibile, persuaso che il mondo va da sè, rispondendo vaghe parole, e colle arguzie sviando le serie domande, niuna cura davasi d’eserciti, niuna del morale rigore, niuna degl’interessi d’Italia; buon fattore in casa, e basta.