L’Austria potea pretendervi a un’ingerenza parentale, ma nel Governo non ne aveva alcuna; ed anzichè odiare questa dinastia come tedesca, gl’italiani le sapeano grado della tolleranza e dolcezza. Il principe, patriarcalmente buono, era assente quando avvennero le rivoluzioni del 31; e sul territorio suo si lasciarono liberamente passare i fuggenti da Romagna. Quando egli tornò da Dresda, gli fu preparata una colonna con iscrizione del Giordani, ove si rammentava come egli «in sei anni di regno accrebbe la pubblica prosperità, alleviò d’un quarto la gravezza de’ terreni;... liberò i macelli dal privilegio, e dall’importuno divieto il ferro lavorato dagli stranieri; finì l’opera lodata del padre in val di Chiana; cominciò gloriosamente opera di grande e di buon principe nella maremma grossetana; condusse in cenquaranta giorni per cinque miglia di canale nuovo l’Ombrone; ordinò ampia strada per congiungere la maremma di Pisa e di Grosseto; imprese di congiungere Toscana al mare Adriatico; alle gentili fanciulle con larghezza regia e paterno amore procurò educazione più degna del secolo; e nella scientifica spedizione d’Egitto, associò il nome italiano alla gloria di Francia».

Eppure il Comitato rivoluzionario di Parigi tentò sovvertire anche questo paese, per rinvigorire i movimenti delle limitrofe provincie. Alquanti giovani, gli avanzi dell’esercito napoleonico, Modenesi e Romagnuoli rifuggiti vi diedero ascolto. Si limitarono a combinare una clamorosa dimostrazione, in teatro chiedendo la costituzione: il principe avutone avviso, non mancò di recarvisi e passeggiare in platea come al solito; l’orditore non vi comparve, gli adepti si tacquero; ma sparsero che ogni angolo fosse irto di spie e di sgherri.

L’Antologia eccitava sospetti non tanto per gli articoli suoi proprj, quanto per la corrispondenza che teneva con Italiani d’ogni parte: non che fosse esclusa dai dominj austriaci, molti Lombardi vi contribuivano; ma la Voce della verità non cessava da Modena di rivelarne, infistolirne, ribatterne le asserzioni e le dottrine; poi un articolo sulla Russia provocò una rimostranza da parte di quell’ambasciadore, e bisognò soddisfarvi col sopprimere quel giornale, e mandar via Nicolò Tommaseo. La Toscana mosse rimostranze, tutta Italia lamenti, come si trattasse d’una pubblica istituzione; nobile sintomo, dove il torto fatto ad uno si considera come comune. Il Governo compensò il Vieusseux, e ne attestò dispiacere; ma da quel punto parve liberalità l’opposizione; due accreditati personaggi (Capponi e Ridolfi) rimandarono le loro chiavi di ciambellano: il granduca le tenne nel suo gabinetto finchè il tempo ebbe smorzate le ire; allora ebbe a sè i due marchesi, e gliele restituì. Sono tratti di bontà che resistono all’epigramma e alla diatriba.

E di epigrammi lo bersagliava il Giusti, chiamandolo «toscano Morfeo, che asciugava tasche e maremme»; e il granduca scontratolo per via — Ehi (gli disse), quanto alle tasche dite vero, ma le maremme non riuscii. Voi però per mio conto vivete sicuro; ma se gli altri principi che colpite domandassero di farvi tacere?»

A tal uomo poteasi voler male? Gian Domenico Guerrazzi, avvocato di Livorno, immaginazione bollente, venuto a Firenze per intendersi co’ cospiratori e, a dir suo, per chetarli, fu arrestato ma subito dimesso. Aveva egli allora pubblicato la Battaglia di Benevento (tom. XIII, p. 466) sbuffante contro ogni ordine, ogni autorità. Tutti sapevano di chi fosse, benchè stampata anonima; all’autore fu trovato il manoscritto; eppure si mostrò credergli l’avesse copiato e corretto per proprio esercizio, nè si procedette ad altra molestia. Ma il Guerrazzi passava per archimandrito della Giovane Italia, allora insinuatasi anche in Toscana, per cui Marmocchi ed altri furono messi in fortezza, e dopo quattro mesi rimandati senza processo. Colà Guerrazzi scrisse l’Assedio di Firenze; e quel furore lo fece guardare come un satana, bello e formidabile.

Altri lavoravano a sollecitazione del Walewski, figlio naturale di una Napoleonide, e la vigilia di San Giovanni sparsero un programma per chiedere un re costituzionale d’Italia; ma il Governo si accontentò di ammonire alcuni, alcuni mandar via. Fatto appena credibile fra la civiltà odierna, a Livorno si stabilì una banda della fusciacca rossa o dei bucatori, che si proponeva di non finir giorno senza sangue umano, e per le vie coglieva il primo che le desse in mano[3]. Neppure contro siffatti spiegossi tutto il rigore, e dovendosi mandarne a morte uno convinto d’assassinio, dal fanciullino di Leopoldo si fece sporgere la domanda di grazia al padre, che l’esaudì, e ne fu lodato; quasi sia bontà tollerare il delitto. Per secondare altre dimostrazioni chiassose, il principe congedò il Ciantelli, odiato ministro di Polizia, e n’ottenne una serata d’applausi. Così innestavasi la febbre politica al popolo colle piazzate, arma dei deboli, e delle quali non erasi ancora conosciuta la spaventevole portata. Leopoldo non mostrò mai paura de’ popoli; creò la guardia urbana, sebbene poi abbia dovuto abolirla; diminuì d’un quarto l’imposta prediale; mostrò cuor di padre sì nel cholera che infierì a Livorno, sì nella terribile inondazione dell’Arno nel 1844, sì nei tremuoti che il 46 imperversarono fra Orbitello e la montagna di Pistoja. Seppe schermirsi al pari dalle insinuazioni retrive e dall’onnipotenza dei ministri, istituendo delle soprantendenze, che a lui stesso recavano gli affari in privato consiglio, e affidandole a persone reputate. L’ordinamento municipale conservò, benchè inceppato coll’attribuire le nomine al principe od al ministro.

Nel 1838 si riformava la procedura, introducendo la pubblicità, la pena di morte infiggendo sol quando cadano conformi tutti i voti: valenti giureconsulti ebbero incarico di rivedere le leggi. Colla spesa di sette milioni si compì il catasto; si aperse l’Appennino colle strade di Lunigiana, d’Urbania, di val Montone; si cinse Livorno di più vasta circonvallazione; si mandò Ippolito Rosellini compagno alla spedizione di Champollion in Egitto (t. XIII, p. 485). Nelle maremme verso il mare Ligure impigrano i fiumi sovra paesi, fiorentissimi un tempo, ora così spopolati, che la maremma sanese sovra novecennovanta miglia quadrate conta appena ventisettemila abitanti all’inverno, quindicimila l’estate. Il principe pigliò passione ad asciugarle, e nel 1830, al 26 aprile con gran festa s’introdusse l’Ombrone nel gran canale; sicchè, diffondendosi le feconde torbide sui bassi piani, ricomparvero campi e biade e popolo; il limaccioso Prelio, l’isola di Pacuvio furono riabitati, e ripristinata la via Emilia tra Pisa e Grosseto; e sebbene non fosse ordita nel miglior modo e non riuscisse ai più sperabili intenti, e dopo consumati sette od otto milioni che Ferdinando aveva lasciati nel tesoro, se ne buttassero altri, e contro il costume de’ Lorenesi si incontrasse un debito di quaranta milioni, che non si volle pareggiare con rincarare le imposte; il fare di quelle opere accusa o beffa al principe è miserabile uffizio.

Ma se il liberalismo nel secolo passato predicava ai Governi Lasciate fare, lasciate passare, nel nostro vuol che essi facciano tutto, e al popolo pupillo somministrino gli alimenti, l’educazione, la direzione. Quando sentiamo tuttodì accusare il Governo toscano che mancasse d’iniziativa, apparisse negligente piuttosto che dolce, in paese assonnato piuttosto che tranquillo, ci torna a mente la favola delle rane chiedenti un re.


Lucca era stata attribuita all’infante di Parma, finchè Maria Luisa morendo non lasciasse il ducato de’ suoi avi. La Spagna repugnò lungamente a questo baratto; talchè Maria Luisa, ch’era stata regina d’Etruria, tardò un pezzo a giungere nel temporario suo dominio, lasciando intanto i Tedeschi fare e disfare. Venutavi, non sapea limitare la sua splendidezza alla povertà del paese ed al costituzionale assegno di lire quattrocentomila: e se colle largizioni si faceva amici, molti avversò col rintegrare la libertà religiosa, i possessi di manomorta, i frati; e i disavvezzi se ne adontarono in modo, che parve una fortuna il succederle del figlio Carlo Lodovico (1824). Anche qui rane chiedenti un re. In paese dato a temporario usufrutto, nè il principe poteva introdurre buone istituzioni, nè i popoli prendere affetto a questo signore temporaneo, nessuno avviare que’ miglioramenti, la cui più necessaria condizione è la stabilità. Il duca poi, singolare mescolanza di qualità, nè al bene nè al male perseverava; accolse i profughi del resto d’Italia; e più d’una volta pensò attuare la costituzione del 1805, ma i vicini non soffrivano in Italia questa disformità. Intanto egli davasi aria di gran principe, e in viaggi e dissipazioni logorava l’assegno non solo, ma i beni proprj, e riduceasi a contrarre debiti, e per pagarli rovistar antiche ragioni dello Stato, e mercatare la ricca pinacoteca. Favoriti forestieri il menavano, e principalmente l’inglese Ward, di bassa estrazione e non ordinaria capacità. Fu sin detto che il duca avesse a Trieste partecipato alla comunione protestante, e un prelato speditogli da Roma il richiamasse alla cattolica, senza grand’urto delle sue convinzioni o prima o dopo.