In Piemonte ai senati di Torino, Casale, Genova, Nizza, composti di membri eletti dal re ed amovibili, competevano i processi degli alti dignitarj, le contestazioni fra privati e comunità, ciò che concerne statuti, privilegi, usi; l’applicare le pene, dopo l’istruzione dei tribunali di provincia; l’appello delle sentenze e la cassazione: dovevano pure interinare gli editti e le patenti dell’autorità. Ma seguivano giurisprudenza differente, sicchè in uno condannavasi una causa che nell’altro avea trionfo. In ciascuna provincia era un tribunale: ai consolati spettavano gli affari di commercio. I governatori generali esercitavano l’autorità militare, e da essi dipendevano i comandanti di piazza. Dappertutto poi un’apparenza guerresca, soldati e divise, e continuo batter di tamburi, e riviste, esercizj, collegi militari. Arma odiata erano i carabinieri che esercitavano la Polizia.

Questo nome richiama uno de’ peggiori flagelli moderni, non ispeciale al Piemonte più che ad altri paesi. Fatta onnipotente, impieghi, onori, cattedre dipendeano dalle sue informazioni, secrete, irreparabili; essa stiticava i passaporti; essa le cittadine dolcezze attossicava col far credere l’uno dell’altro traditore, affinchè, temendoci a vicenda, non acquistassimo la potenza della concordia; essa indagare arcani per propalarli a vitupero o a strazio de’ suoi odiati, e non trovandone, inventarli; essa sorreggere gl’infimi perchè aduggiassero o perseguitassero il merito sodo e i caratteri intemerati[4]; essa violare impudentemente il segreto delle lettere; essa tenere in lunga prigionia per semplici sospetti, poi rilasciare senza tampoco addurre un titolo. Forse v’era chi, spinto dal bisogno o dal vizio, intercedea di vender l’anima; altri la vendeano per voluttà, per ambizione, per vendetta: ma la Polizia riuscì a persuadere che lo spionaggio fosse estesissimo, oculatissimo, e patrioti ingannatori ripeterono una calunnia, che in fatto dispensava la Polizia dalla costosa vigilanza; che contaminò il carattere morale de’ cittadini; e che mostrandosi tanto vili, sarebbe bastata a eternare le catene, se non fosse destino che costoro riescano a fare aborrire ma non a salvare i Governi.

Disformità di costituzione amministrativa portava alle provincie la diversa derivazione; in quali stabilito il censimento, in quali no; estesissime le une, anguste le altre; queste soggette all’imposizione prediale, non quelle; alcune conservarono privilegi antichissimi, e fino diritti regali, e massimamente la Savoja teneva degli ordini antichi, francese di lingua e d’origine, con poca simpatia per l’Italia. Della tenuità delle imposte non accorgevasi la popolazione, perchè non avea provato di peggio: ma sentivansi gravosi i dazj, sconvenienti e mal ripartite le gabelle, il commercio e l’industria angustiate nelle fasce tradizionali, ignorata la potenza del credito, indicate come utopie le grandi opere pubbliche. I maggiori depositarj del potere erano scarsi di lumi e repugnanti al movimento; lenti e materiali gl’intermedj.

A chi v’andasse dalla Lombardia, faceano urto la severità de’ doganieri, l’abbondanza di frati, scomparsi di qua dal Ticino, la sofisticheria della censura civile ed ecclesiastica; soprattutto quell’aristocrazia, non capace di contrapesare la Corona, eppure orgogliosa, esclusiva, collegata fra sè e col clero, ingerentesi in ogni affare, perchè aveva ricchezza, aderenze, impieghi civili e militari, cariche di Corte che portavano privilegio di fôro. Il medio stato che vuol chiamarsi popolo, la guardava in sinistro; ne ripeteva alcuni motti forse d’età più lontane; la bersagliava di epigrammi, raccolti poi dal migliore poeta vernacolo (Brofferio): ma non confessavasi che quei nobili erano finamente educati, e redimeano l’alterigia cogli studj e colla cura delle pubbliche cose; l’educazione militare salvava dalla sprezzante inettitudine de’ lombardi Sardanapali. Molti poi de’ signori rimaneano esuli, altri in broncio colla Corte perchè o negletti o perseguitati dopo il 1821, o parenti di perseguitati.

Tra gl’incensi e le denigrazioni, trapela che Carlalberto secondò il movimento, a cui universalmente portavano la lunga pace e le attive intelligenze. Giusto e rispettoso dell’avere altrui, forse unico de’ principi italiani leggeva, e potea così misurare la marea delle opinioni; conosceva gli scrittori paesani, e legavaseli con posti e decorazioni: ma non era popolare, nè mostrava famigliarità se non forse coi militari; alle sue udienze arrivavasi traverso un difficile cerimoniale; ai suoi circoli ammetteansi solo veri nobili, non gl’impiegati, fosse anche il segretario generale che ogni mattina gli presentava le carte da firmare. Sollazzevole e galante in gioventù, si raccolse poi alla devozione e a tale ascetismo, da non gustare più che uova, pesce, riso (Cibrario). Bisognoso d’appoggio come chi diffida di sè, rimettevasi ai ministri; e l’opinione, sempre matta ne’ suoi giudizj, presentava come progressisti il Villamarina ministro della guerra, il Barbaroux della giustizia, il Pralormo, poi il Gallina delle finanze; e retrogradi il Lascarena ministro della Polizia e dell’interno, il La Margherita succeduto al La Tour nel dirigere gli affari esterni, e che più tardi espose la propria politica nel Memorandum, singolare rivelazione dell’indole e degli intenti di Carlalberto. Del quale la persona altissima ma scarna e gracile parea ritrar l’anima, formata ad elevate cose, eppur sempre barcollante fra il bene e il male, la spinta e la resistenza. L’opposizione de’ ministri portavalo a continua peritanza di atti, a incompleti provvedimenti, fra il bisogno di riparare gli errori giovanili, e la paura che dalle sue concessioni liberali l’Austria non traesse pretesto a sminuirne l’indipendenza, o il soverchiasse la scossa popolare, quasi dai fatti del 21 presagisse quelli cui sarebbe trascinato di poi[5]. Introduceva istituzioni benefiche e provvide, case penitenziarie e d’istruzione, nuove strade, costosissime in paese di tanti torrenti; col codice civile abolì gli statuti locali, e ridusse ad unità la giurisdizione; nel criminale, ricalco del francese, spietato e d’intolleranza religiosa, conservava esorbitanti pene, prodigalità della capitale, gli asili e le immunità ecclesiastiche, gli arbitrj de’ giudici, obbligatoria la delazione fino contro i parenti ne’ reati politici; poi mancava il codice di procedura, senza cui è inutile la bontà degli altri. Vagheggiava le armi, sicchè de’ settantacinque milioni d’entrata, ventisette consumava nell’esercito: e credeva averlo poderoso perchè gli offriva parate e rassegne; eppure nel codice militare costituì la pena delle verghe sino a mille ottocento colpi. Profittò della stupenda postura di Genova, sebbene questa non affezionasse alla sua obbedienza: mandò la prima nave italica di guerra a fare il giro del globo. Migliorò l’Università, ma non vi tollerò una cattedra di storia moderna: istituì l’Ordine del Merito Civile, ma bisognava domandarlo e addurne titoli, e i decorati giuravano di non istampare fuori di Stato nè contro la religione, e poteano presentarsi ai circoli del re. Concedeva il ritorno a molti profughi, ma non diede mai l’amnistia. A Pellico permise di pubblicare le Mie prigioni, ma non gli concesse la cattedra d’eloquenza che pur desiderava, e dell’Ordine del Merito Civile gli assegnò la pensione, non le insegne. Abolì nel codice le sostituzioni fedecommissarie, e in un editto le permise. Pose un Consiglio di Stato, ove si discuteano le leggi, i bilanci, i contratti, tutte le operazioni di finanza, ma affatto dipendente da sè, e delle moltissime proposte poche furono adottate. Non esisteva una buona statistica, con un catasto su cui regolare l’equa distribuzione delle gravezze; e continuavasi l’imposta personale senza riguardo alla condizione del contribuente.

Gian Carlo Brignole nel 1824 avea cominciato a introdurre ordine e chiarezza nella finanza, e negl’impiegati l’amore del proprio dovere, e diceva: — Non lo spendere mi rincresce, ma lo spender male». Dappoi l’avvocato Gallina in quel ministero fu odiato perchè destro negli artifizj di cavar denari. Però le finanze trovavansi in un assetto invidiabile[6]; poi il re custodiva nelle casse un ingente prestito fatto nel 1831 e nel 42, quando pareva imminente la guerra; modo or riprovato, ma che gli offrì il mezzo d’intraprendere le strade ferrate senza i giuochi dell’agiotaggio.

Nell’isola di Sardegna eransi conservati i giudizj come sotto la Spagna, cioè una regia udienza in Cagliari e il supremo consiglio a Torino, il quale avea voto consultivo nelle leggi concernenti l’isola, e suprema autorità sulle decisioni dell’udienza. Antiche istituzioni vi duravano, i Monti di soccorso, che in ogni città e capoluogo somministravano grani per riseminare i campi; e il bargellato, milizia urbana per assicurare le campagne, composta di possidenti sotto un capitano eletto dal vicerè. Già Carlo Felice v’aveva aperto fra i i due capi una strada di ducentrentacinque chilometri, colla spesa di quattro milioni, di suprema efficacia in paese bollente di gelosie: ma mentre i re precedenti aveano cercato il meglio dell’isola conservandone le forme datele dagli Spagnuoli e connaturate, Carlalberto la ridusse a nuovo assetto politico e sociale. Abolì la feudalità, togliendo ai baroni la giustizia e il diritto a servigi di corpo, e sciolse i feudi della Corona; ai numerosi cavalieri tolse il privilegio del fôro, e alle chiese gli asili; introdusse carceri, quartieri, sistema decimale di pesi e misure, attenzione alle foreste. Abolita la servitù del pabarile che impediva la piena proprietà, cresceano i fondi chiusi; e sebbene i proprietarj stessi vi siano negligenti, o i pastori, insofferenti di quell’inusato ritegno, distruggessero le chiusure, rimetteansi a coltura tre quarti del terreno ancora sodo, utilizzando quella incomparabile vegetazione e l’eccellente bestiame, e cresceva la popolazione da trecencinquantadue a cinquecentoventicinquemila teste. Quelli che scapitavano dal cessare degli antichi abusi, levarono lamenti; il popolo non credea che la perdita de’ privilegi fosse compensata dall’eguagliamento dei diritti; tanto più che non s’erano alle nuove forme acconciati gli ordini antichi, e il despotismo vicereale e la trapotenza degl’impiegati faceano sentire i pesi più de’ vantaggi; le carestie stesse sopravvenute parvero colpa del Governo.

L’ambizione antica nella Casa di Savoja di mettersi a capo della penisola tutta non mancava a Carlalberto, il quale perciò attirava l’attenzione e le speranze di molti. Fra gli sbigottimenti politici e religiosi, quando noi l’esortavamo a rendere il suo paese invidia esempio agli altri d’Italia col dargli una costituzione, esso ci rispondeva che missione della sua Casa era il cacciare lo straniero; ma a ciò richiedersi quell’estremo di sua possa che non può ottenersi se non col dominio assoluto; vinta la prova nazionale, si profonderebbero le libertà. Gli anni però passavano, e l’occasione non sorgeva; e i giovani imparavano a bestemmiarlo nelle canzoni de’ vecchi, tanto più dopo che al suo primogenito diede sposa una figlia del vicerè della Lombardia.