A Napoli la restaurazione del 1821 avea lasciato odio e contro il Borbone e contro chi l’avea ricondotto. Ma poichè ad una rivoluzione anche fallita è dovere o prudenza il dare qualche soddisfazione, si fecero ordinanze buone, s’introdussero consigli provinciali, e un largo sistema comunale, con conciliatori, inamovibili i giudici, consulta di Stato, ove i ministri erano risponsali, ma in faccia al re; si soddisfece alle nazionali repugnanze coll’ordinare che nessun Napoletano avrebbe impieghi in Sicilia. Ma, come dopo ogni rivoluzione fallita, l’onnipotenza restava alla Polizia; meticolosa e inintelligente la censura de’ libri, e alcuni bruciati, fino un catechismo stampato nel 1816, in cui puzzavano di libertine le massime de’ santi padri e di Bossuet; il divieto d’introdurre libri, se non pagando un carlino l’uno; rese impossibili i cambj, e l’arte tipografica dovette ridursi a contraffazioni, abbandonate alla brutale speculazione d’incolti libraj, che v’introducono non solo mutilazioni ma aggiunte, le quali alterano il senso, e mentiscono il sentimento degli autori[7]. Di tali asprezze imputavansi i Gesuiti; ma quando ad essi fu tolta la censura e concentrata nella Polizia, molto di peggio si provò.

Se ne esacerbavano gli animi; le sêtte interzavano le fila: ne seguivano processi da una parte, dall’altra quella depravazione del senso morale che nobilita l’assassinio col titolo di politico; e vuolsi che nel 22 ottocento persone perissero tra sul patibolo come liberali, e vittime di questi; nove teste di settarj rimasero molti anni esposte a San Giorgio di Palermo. S’aggiunsero tremuoti e scoscendimenti e sbocchi di torrenti[8]. Alla pubblica indignazione si diè soddisfacimento rinviando il Canosa e surrogandogli il cavaliere Luigi Medici, uomo di rara abilità e bersaglio di tutti i partiti; ma se minore la fierezza, non fu diverso il modo. Il codice abolì il marchio e le confische; alla pena di morte pose quattro gradazioni, secondo che il reo mandasi al patibolo vestito di giallo o di nero, calzato o scalzo; stabiliva l’eguaglianza di tutti in faccia alla legge, ma nel 26 s’introdusse una giurisdizione privilegiata pei delitti politici.

Ferdinando, vissuto tra due secoli, de’ quali non intese l’immensa distanza, morì d’apoplessia (1825 gennajo) dopo sessantacinque anni di un regno, perduto tre volte con vergogna, e altrettante ricuperato con sangue. Gli successe Francesco, che aveva favorito la costituzione come vicario del regno nel 1820, e protestato contro l’occupazione straniera, la quale diminuì al suo venire, e presto cessò, surrogandovi quattro reggimenti svizzeri, capitolati per trent’anni, e che costavano cinquecensessantamila ducati all’anno, oltre un milione e settecentonovantaduemila di primo stabilimento. Dal palazzo usciva un tristo fiatore; gravosa l’ingerenza de’ favoriti[9]; di sfacciatissima corruzione erano stromento un Viglia e una Desimoni camerieri, de’ cui baratti il re celiava, e — Fate buoni affari ma presto, chè io ho poco da campare».

E in fatto fra breve succedeva nel paterno seggio Ferdinando II (1830 9 9bre), fratello della duchessa di Berry e di Cristina di Spagna, rinomate per vigorìa di volontà e complicazione d’avventure pubbliche e personali. Non avendo colpe da mascherare nè vendette da esercitare, egli cominciò coll’amnistia, e mostrossi voglioso di dominare assoluto, ma di attuare il ben pubblico e di «rimediare le piaghe». Senza finezze diplomatiche, si tenne indipendente dall’Austria, fino a non volere con essa trattato di commercio nè di proprietà libraria. Scarso d’educazione, ma scevro delle trivialità avite, col pagare chi lodasse il Governo mostrava credere all’efficacia di quelli che pur derideva col titolo di pennajuoli. Conservò la Corte in una costumatezza esemplare, sbrattatala dagl’ingordi favoriti del padre; amò monsignor Oliveri suo maestro, Giuseppe Caprioli prete, il Cocle arcivescovo di Patrasso: fatti perciò capri emissarj quando venne di moda l’esecrare, com’era a principio il lodare. Oltre le pensioni improvvidamente o turpemente assegnate da’ suoi predecessori, gl’impieghi erano così esorbitatamente retribuiti, che i ministri toccavano dodicimila ducati, e quello degli affari esteri altrettanti di soprappiù per la rappresentanza. Il re li gravò di tasse progressive, che giungevano fino al cinquanta per cento; egli stesso rinunziò a trecensessantamila ducati che suo padre prevaleva per eventuali beneficenze; disserrò gran parte delle caccie regie e le costose uccelliere; condonò o alleggerì le pene per colpe di Stato; dava udienza a tutti; percorse il Regno modestamente, alloggiando ne’ conventi, sedendo a tavola coi magistrati paesani, ballando con popolane, e dicendo motti e lusinghe. Scoppiato il cholera, accorse da un viaggio, e si mescolò colla plebe, e ne mangiò il pane per assicurarla contro i pretesi avvelenatori. Altre sventure pubbliche diedero esercizio alla sua pietà: nel 30 i tremuoti disastrarono la Calabria Citeriore, facendovi ducensessantatre morti e centottantadue feriti: l’eruzione dell’Etna nel 43 è memorabile perchè la lava invase anche terreni coltivati, si buttò in un bacino d’acqua, che a quel tocco sciogliendosi in vapore, tempestò di lapilli l’intorno, uccidendo settantacinque persone, ferendone moltissime.

Ferdinando rinnovò l’esercito collocandovi molti uffiziali rimossi; e parlava coi soldati, esercitavali, partecipava alle fatiche; ma i due reggimenti di Siciliani trovò tanto indomabili che li dovette sciogliere. V’aggiunse la guardia urbana, corpo civico, allestito a servire di guarnigione qualora l’esercito si muovesse. Ebbe eccellenti fonderie di cannoni e un corpo topografico, che associava le sue operazioni con quelle del rinomato osservatorio.

L’amministrazione civile concentravasi nel ministero dell’interno, che abbracciava istruzione, agricoltura, commercio, beneficenza, lavori, e l’elezione agli uffizj municipali e ai consigli distrettuali e provinciali. Era affidato a Nicola Santangelo, astuto ingegno e degl’ingegni fautore, che faceva fare un dizionario della lingua, un giornale del Regno, ma che sapeva come al suo posto possa lucrarsi. Il Faldella ministro sulla guerra, D’Andrea sulle finanze[10], Intonti sulla Polizia erano persone valenti, come il presidente Pietracatella; in periodica adunanza discutevano gli affari più rilevanti, che poi ciascuno mandava a compimento; indi nel consiglio di Stato preseduto dal re, decidevansi quelli trattati da essi. Nel 42 furono aggiunti ministri senza portafoglio, fra cui Giustino Fortunato, già attizzatore politico e allora indocilito all’obbedire, e l’insigne giurista Nicola Niccolini: ma invece di nuovi lumi, ne derivarono sconcordie e diminuzione dell’autorità ministeriale.

La lista civile non era prefinita, ma vi colavano gli avanzi delle varie casse; talchè per gratificarsi il re si facevano anche sconvenevoli sparagni. L’istruzione era affidata ai Gesuiti, ma l’Università conservò il fiore e l’indipendenza, tanto più da che fu lasciata facoltà a chiunque d’aprire scuole, le quali davano campo agli studiosi di mostrarsi, o scuotevano l’inerzia dei vecchi professori col confronto di giovani, che il re e il pubblico conoscevano: e veramente, oltre gli antiquarj che ivi sono in casa loro, benemeriti cultori vi ebbero la filosofia e le scienze civili. La procedura pubblica produsse avvocati eloquenti, desiderosi di brillare in più nobile ringhiera. La giunta suprema pe’ reati di Stato era bestemmiata, eppure quando fu abolita nel 46, venne rimpianta ricordando quai valent’uomini la componevano, e come avesse saputo assolvere.

I titoli di nobiltà screditavansi ogni giorno, e sin dal 1821 fu permesso vendere i possessi feudali di Sicilia, gravati dalle soggiogazioni; il che suddivise le proprietà, agevolò i passaggi, immigliorì i fondi. Quelli di manomorta furono pareggiati; quelli di regio patronato, assegnati per benefizio ecclesiastico, fu imposto si dessero in enfiteusi, a quote non maggiori di quattro salme; provvedimento del medioevo, che rinnovavasi nell’intento di ristabilire la popolazione e la minuta possidenza. Toglievansi le servitù agrarie e la promiscuità dei possessi; provvedeasi all’immenso Tavoliere di Puglia, ai fondi comunitativi, ad estirpare i litigj feudali; e il Governo e le Commissioni provinciali studiavano a introdurre metodi e prodotti nuovi.

Gli Ordini religiosi, ripristinati da Ferdinando I appena tornò, e dotati con beni demaniali, erano un terzo di quei che prima della Rivoluzione; il clero, non isproporzionato ai bisogni, perdè lo spirito ostile a Roma, che nel secolo passato lo facea ligio al potere. I pescatori del corallo, tanto numerosi che fu per essi compilato il Codice Corallino[11], vanno diminuendo; ma crescono le navi mercantili e l’esercito. I solfi, oro della Sicilia, erano privativa regia fino al 1808, quando il re non riservossi che di permettere le nuove cave. D’allora ne crebbe la produzione, e insieme i prezzi, attesa la ricerca di Francia e Inghilterra per fabbricare la soda: nel 1832 se ne asportarono seicento quintali, nel 34 seicensettantasei, presto novecentomila: onde allettati i capitalisti, la produzione superò lo spaccio. Il Governo allora (1838) stipulò colla società francese Taix e Aycard, che questa ne comprasse seicentomila quintali a due ducati o due e mezzo; per gli altri trecentomila darebbe un tenue compenso ai produttori; essa potrebbe rivenderlo a quattro ducati o quattro e mezzo; e all’erario pagherebbe quattrocentomila ducati, che doveano andare in isconto del consumo rurale, dazio gravitante sull’agricoltura.

Da questa privativa sentiansi pregiudicati i proprietarj delle solfare; e l’Inghilterra, invocando l’accordo del 1816 che la eguagliava ai meglio privilegiati, chiese trecentomila sterline per danni derivatine a’ suoi negozianti. Due anni si disputò, e il re, sempre geloso dell’indipendenza, volle mostrarla anche in faccia a quella gran Potenza, e rispettare i contratti, anzichè avventurarsi a quella libertà di commercio, che avrebbe prevenuto le collisioni; al tono minaccioso rispose con dignità, sentire dalla parte sua la giustizia e Dio, e fidare più nella forza del diritto che nel diritto della forza. Ma ecco la flotta inglese chiudere i porti di Sicilia, affrontar Napoli, prendere varj legni sino nel porto: il conflitto pare inevitabile, quando la Francia interpostasi compone la differenza, abolendo il contratto col Taix, gravando l’uscita dei solfi di venti carlini al quintale, obbligando il Regno a dare compensi e ai negozianti francesi e agl’inglesi[12]. Viltà, colpe, mangerie della Corte e dei ministri, furono le grida di que’ che pretendono dai caffè governare il mondo: il re conobbe la necessità di accrescere la marina, e proteggere l’esposta capitale; e procacciossi la flotta più robusta che veleggiasse il Mediterraneo.