Il debito pubblico si alleggerì con annue estrazioni; si spensero anzi tempo due milioni e mezzo di sterline imprestati nel 1824 a Londra; la banca dello Stato prosperò, fino a salirne le azioni al centrenta. Nel 44 l’annua rendita dei dominj di qua del Faro ammontava a ventisette milioni e mezzo di ducati; e il debito pubblico eccedeva appena il capitale di ottantasei milioni, cioè poco più d’un triennio di rendita. Nel 31 si fondò la Banca fruttuaria, di seicentomila ducati in diecimila azioni; poi altre pel prosperamento dell’industria e del commercio, crebbero di numero e di valore; sebbene per mala amministrazione decadessero. Nel Regno si fece il primo saggio di battelli a vapore (1832); il primo ponte di ferro sul Garigliano, al costo di settantacinquemila ducati; la prima strada ferrata italiana (1839) da Napoli a Castellamare; la prima illuminazione pubblica a gas. Si migliorò il porto di Brindisi; si moltiplicarono trattati colle Potenze; si alleggerirono le dogane; si favorì la marina mercantile con privilegi, talchè, mentre nel 1825 non v’avea di qua dal Faro che 4800 legni, nel 39 se ne trovarono 6803, e 2371 siciliani, portanti 21,3198 tonnellate, con 52,514 marinaj. Sulle strade si fecero almeno decreti, e ben trentasette ne vennero ordinate nella sola Sicilia per lo sviluppo di novecentosedici miglia.

La beneficenza pubblica ha nella sola Napoli la rendita di tre milioni di ducati; l’Albergo dei Poveri basta a quattromila persone: ma istituzioni stupende, come questa, come l’Annunziata, deterioravano nello sperpero e nella malversazione; nè fu applicato il bell’ordine che, istituendo dappertutto depositi di mendicità, voleva vi fosse annesso un orto modello.

Incamminato il popolo al meglio, il pittoresco dei costumi irregolari dava luogo al civile, e appena il curioso vi trovava que’ lazzaroni, quelle nudità, quei briganti, di cui si farciscono ancora i viaggi romanzeschi e le descrizioni per udita. Il vulgo è tuttavia chiassoso ma non insubordinato, gajo ma non dissoluto: gli altri vizj era a sperare si correggerebbero mercè dell’istruzione e de’ pubblici lavori. Un paese di sei milioni d’abitanti, e capace di cento milioni di tasse, a che non poteva aspirare? Ma i Napoletani si ricordavano che Ferdinando I, ritornando nel 1815, aveva promesso una costituzione, l’avea giurata nel 20, poi mentita: i Siciliani non sapevano dimenticare la Carta del 1812 e i privilegi antichissimi; spiaceva quel corpo di Svizzeri, stipendiato contro i sudditi; la bassa e invereconda corruzione che dagli infimi impiegati giungeva ai sommi; l’esorbitante potere della Polizia, il cui ministro disponeva di diecimila gendarmi, fior dell’esercito, sicchè poteva fin meditare il cambiamento della monarchia. Così fece Intonti, che blandì i liberali, e tentò persuadere il re a dare la costituzione, esagerandogli la possa delle società segrete; ma un bel giorno eccolo destituito, surrogandogli Del Carretto, la cui robustezza ridusse il Governo a Polizia. I gendarmi potevano arrestare, perquisire, accusare, testimoniare, ottenendo intera fede: fin la pena delle verghe fu ristabilita, ed applicavasi immediatamente. Eppure le masnade non erano scomparse, e col Talarico, che per dodici anni padroneggiò la Sila, il Governo dovè calare a patti, e fattagli grazia, gli assegnò per ricovero l’isola di Lipari, e diciotto ducati il mese a lui, dodici a’ suoi compagni. Peggio estendevansi le società segrete, delle quali avrem molto a dire.


Nelle Prigioni di Silvio Pellico tutti i subalterni sono dipinti come benevoli, fino il carceriere, fin Bolza: le ineffabili severità vengono comandate dall’alto; il medico non può concedere gli occhiali, se non ne arrivi la licenza da Vienna; si toglie ai carcerati ogni libro per ordini di Vienna; per amputare la gamba a Maroncelli vuolsi che Vienna il consenta; l’imperatore tiensi sul tavolino la pianta dello Spielberg, e ordina quel che deve soffrire il numero quindici, il numero venti, unica designazione di quegli esseri umani. Alla fine Pellico con un compagno escono di carcere, e passando da Vienna, vengono condotti ad asolare nel parco del Belvedere: ma di botto son fatti ritirare perchè arriva l’imperatore, agli occhi del quale non deve mostrarsi la loro macilenza. Apparizione degna de’ maggiori tragici!

Il sentimento che spira di qui potea dirsi comune in Italia, ove d’ogni male imputavasi l’Austria. E chi non volesse i fischi del vulgo ricco e dotto, forza era ne dicesse ogni vitupero; chiamasse vile il suo esercito, i capi suoi non vogliosi che di opprimere, il Governo non intento che a smungere il paese, e immolare gl’interessi ai transalpini. Chi chiama stolto e assurdo un Governo, mostra la propria inintelligenza, non lo spiega; e il generale che vuol espugnare una rôcca, non la deride come di facile attacco, bensì la studia a fondo. Noi non conosciamo Governi che di proposito vogliano il male; e non credemmo avere diritto di dire ai popoli Siate savj se non avessimo osato dire ai principi Siate giusti; nè ci ascriveremmo a coraggio il farne censure quando ci fosse mancato quello di confessarne i meriti, e fra gli altri questo, che, scrivendo in paese austriaco, potemmo dire il vero impunemente, mentre quel vero da altri tirannelli era condannato intollerantemente, e giudicato vigliaccheria o paura, fosse pur detto da chi lo osò in faccia al giudizio statario[13].

Tutt’altro che odiati erano nella Lombardia austriaca Maria Teresa, Giuseppe II, Leopoldo II, quando ai popoli non regalavasi la libertà politica, ma si lasciavano le libertà naturali; i migliori ingegni si offrivano sostegni lodatori, difensori del trono; e lo coadjuvavano a concentrare in sè le prerogative, dapprima sparpagliate fra autorità paesane o ministeriali. La rivoluzione ruppe quell’accordo, e lasciò da una parte l’assolutezza amministrativa, dall’altra repugnanza a leggi fatte per civiltà e per interessi che non sono i nostri, e appoggiate con mezzi diversi. Il disprezzo poi è così insoffribile, che per sottrarsene si cerca fin il terrore; e reciproco disprezzo nasce facilmente tra il forte che vede gl’impotenti conati, e il debole che le memorie antiche e nuove fan dispettoso del vedersi non sentito, non conosciuto, in balìa d’istituzioni e di persone estranee ai sentimenti, alle simpatie, alle sue compiacenze.

L’Austria, potenza conservatrice eminentemente, sin da quando resistette alla Riforma fu osteggiata dai pensatori, ch’essa del resto non accarezza. Ambiziosa senza rumore, progredisce colla forza del secolo, ma senza confessarlo; segue le abitudini; vuole il silenzio fin sulle cose lodevoli; e avea ridotto il Governo ad amministrare e constatar i fatti colle statistiche, mentre per iniziare al nuovo voglionsi genio, bontà, sapienza. Francesco I, tenacissimo all’idea del dovere, qual esso lo concepiva, secondo questa oppugnò le innovazioni; buono doveva essere ciò che buono era stato altre volte; i popoli doveano persuadersi che l’imperatore volesse il loro bene, e lasciarlo fare. In conseguenza ebbe riguardo alle costituzioni eterogenee de’ varj suoi popoli; e per quanto vagheggiasse l’accentramento amministrativo all’uso di Giuseppe II, non pretese una uniformità, che non cresce la forza bensì il disgusto.

Come l’Ungheria dunque e la Boemia, così v’ebbe un regno Lombardo-Veneto suddiviso in due Governi. Dell’imperatore obbligo unico il venire a farsi coronare; a lui il nominare a tutti gl’impieghi regj e confermare i comunali, l’imporre ed erogare il tributo senza sindacato, l’amministrare il Monte dello Stato; a lui la pubblica istruzione, la censura, la tutela delle istituzioni benefiche, l’approvare società, il concedere privilegi; e in conseguenza i decreti arrivavano o tardi per la lontananza e per le interminabili trafile, o improvvidi per imperfetta informazione. Quando la parola d’ordine dei re alleati era la franchigia de’ popoli, come rappresentante del paese fu costituita una Congregazione Centrale, eletta popolarmente, nominata e stipendiata dal sovrano, convocata a beneplacito del governatore per dare voto consultivo sopra le materie che a volontà esso proponeva al loro esame.

Restava in piedi il mirabile sistema comunale, derivato dagli antichi municipj e sopravvissuto alle rovine rivoluzionarie, e felicemente combinato col censimento, talchè bastò a mantenere la vita e favorire il prosperamento del pinguissimo paese. L’amministrazione, ridotta a mera burocrazia, camminava regolare e robusta, come in paese da gran tempo avvezzato: pronta e incorrotta la giustizia, qualvolta non vi si complicassero titoli di Stato, a norma d’un codice compilato colle intenzioni moderne, e in molte parti migliori del napoleonico, più mite nelle pene, più espanso nell’eguaglianza; ma escludendo ogni pubblicità, metteva l’idea di arbitrio invece delle garanzie che la società è in diritto di chiedere intorno ai membri che le sono strappati.