Un’eletta d’ingegni acquistava a Milano il titolo di Atene italica: che se il Governo nè li favoriva nè tampoco li conosceva, la stampa v’era meno inceppata che altrove, sebbene contro censori o ignoranti o maligni bisognasse spesso reclamare a Vienna, donde le decisioni venivano assai meno ignobili, ma così lente da equivalere a un divieto. Pure in questo regno si produceano e ristampavano opere, nel resto d’Italia proibite; e attivissimo correva il commercio di libri forestieri: i congressi scientifici, spauracchio altrove, qui furono accolti ben tre volte: l’istruzione vi era animata, o almeno diffuse le scuole fin ne’ minimi villaggi; se quelle di mutuo insegnamento si proscrissero perchè servite di velo ai Carbonari, si ammisero gli asili dell’infanzia quand’erano tutt’altrove proibiti; e il loro introduttore, mal visto a Torino, otteneva onori e decorazioni in Lombardia.
Esclusa quell’educazione de’ claustrali, che si diceva l’arsenico degli altri paesi, i Gesuiti, anche quando qui presero stanza, furono sottomessi alle autorità, nè esercitarono ingerenza a fronte di un clero illuminato e di vescovi assennati. Non frati o pochissimi, non eccezione di fôri, non triche di sacristia: il partito religioso era rappresentato nell’idea da eminenti ingegni, nelle azioni da una società (Pia Unione) che, fra le beffe e la denigrazione, compiva una beneficenza stupendamente grandiosa. Le prime società per strade ferrate si formarono qua sin dal 1837, e non fu colpa del Governo se si svamparono in risse e municipali battibugli. Qua fiorentissima la cassa di risparmio; qua imprese sociali per le diligenze, per assicurazioni contro gl’incendj, per filature del cotone e del lino. Molteplici e ben sistemate le strade, e poetiche quelle lungo le delizie del lago di Como e traverso alle sublimità dello Stelvio e dello Spulga: con dispendio assai maggiore le comunità compivano una rete di comunicazioni: si profondea per regolare i laghi e i fiumi che l’improvvido diveltamento delle foreste rende più sempre gonfi e ruinosi[14].
A Venezia dal 1816 al 41 in sole opere stradali interne si spese meglio di sei milioni. Dopo lunghissimo discutere, e sentiti i primi ingegneri e il Fossombroni, nel 1845 fu approvata una sistemazione di tutti i fiumi che immettono nella laguna, e che singolarmente dopo il 1839 aveano recato indicibili guasti; e all’opera ben avanzata servirono di compimento la gran diga di Malamocco e l’ampliazione dei Murazzi, spendendovi oltre sei milioni. Vero è che Venezia soccombeva alla concorrenza di Trieste. Questa era vissuta di vita stentata sotto i patriarchi d’Aquileja o gl’imperatori di Germania, fin quando Carlo VI conobbe quanto essa potrebbe complire al commercio della Germania, ad eclissare Venezia. Pertanto vi fece edificare, chiamò coloni, istituì una compagnia che avrebbe dovuto emulare la inglese delle Indie Orientali: ma questa fallì, e le cure di lui e di Maria Teresa poco profittarono alla città. Nè vi giovò Napoleone, che, incapricciato di emulare l’Inghilterra sul mare, pensava renderla capitale d’un nuovo regno Illirico, nel quale sarebbero state comprese la Dalmazia, la Bosnia, l’Erzegovina, il mar Nero. Dove essi fallirono riuscì la società del Lloyd, che fondata dapprima per le assicurazioni marittime, assunse poi alcun’impresa di battelli a vapore: ma stava per liquidare quando vi capitò un giovane, tutta attività e voglia di riuscire, e messosi in quegli uffizj arrivò alla direzione, e vi diede impulso efficacissimo[15]. Così Trieste crebbe da cinque a ottantamila abitanti; moltiplicano gli affari, gli edifizj; e compita che sia la strada ferrata verso Vienna, offrirà la linea più breve fra la Germania e le Indie. Le prosperità di Trieste non sono anch’esse italiane?
Lo straniero che fosse calato in Lombardia, credendo, sopra i giornali e le romanze, vedervi braccia scarnate nel mietere solo a vantaggio dello stranio sire, e sbandito il riso, e signor de’ cuori il sospetto, stupiva a trovare su quest’opima campagna i coltivatori agiati e conscj della propria dignità, i braccianti o non più miserabili che altrove, o solo per colpa dell’indigena avidità; Milano nuotare nella pinguedine e nel lusso; i suoi negozianti pareggiare in destrezza i più famosi, in credito i più ricchi; fra’ principali commerci figurarvi quello de’ teatranti, e agli spettacoli d’un teatro de’ primi in Europa affollarsi un mondo elegantissimo, come ai suoi corsi uno sfarzo di carrozze, che sì elegante non hanno Vienna e Parigi.
Il Lombardo-Veneto avrebbe potuto farsi esempio di savia amministrazione agli altri d’Italia, se si fossero conciliate le inevitabili sofferenze d’una provincia colla dignità di chi v’è sottomesso, lasciando svilupparsi quell’attività delle corporazioni, dei Comuni, delle province che dispensa l’amministrazione centrale dall’intervento impacciante e dalle cure minute, e non sottrae nè ricchezza al fisco dei dominanti, nè ai dominanti la compiacenza di sentirsi cittadini.
Qui accentravasi ogni cosa in Vienna; e non di colpo, siccome dopo una conquista, ma con meditata lentezza. Il sistema di pesi, misure, monete alla francese, conservato fra i nostri vicini, fu surrogato dal tedesco. L’unità dell’impero costringeva a regolar noi colle leggi stesse del Galliziano e del Croato, fin a mandare regolamenti sulle acque a un paese che inventò l’irrigazione artifiziale. V’avea supremi magistrati, ignari dell’indole e delle consuetudini: era tolta l’investigazione nazionale sul viver pubblico, l’esporre il meglio e implorarlo: silenzio su ogni atto. La postura e la conformazione fan questo paese più atto a trafficare cogli esteri che coll’impero; laonde per impedirlo occorreva un esercito di doganieri, spreco dell’erario e depravamento della popolazione, fra cui viveano oziando e trafficando di connivenza. L’attività comunale era impacciata dai commissarj: alla Congregazione Centrale mancava voce per esporre domande, o fermezza per volerne la risposta: fin la Chiesa era tenuta servile, mediante il sistema giuseppino; sopra informazione della Polizia nominavansi i parroci e i vescovi, ai quali era impedito di comunicare con Roma, e fin di scrivere al proprio gregge se non col visto d’un impiegato provinciale.
Francesco I a Lubiana avea detto, — Voglio sudditi obbedienti, non cittadini illuminati», e su tale programma le scuole riduceansi a moltiplicare i mediocri e mortificare ogni superiorità; l’istruzione popolare limitavasi a quel che basti per tramutare gl’istinti insubordinati in una rassegnata obbedienza; la classica non metteasi in armonia colla situazione di ciascuno; e coll’educazione dissipata eppur letteraria, moltiplicavansi giovani leggeri, eppure dogmatici, vanitosi delle piccole cose, puntigliosi della parola, smaniati del rumore; giornalisti non letterati, impiegati non pensatori. Da Vienna mandavansi libri di testo, qualche volta i professori, questi eleggeansi per concorso, dove, astenendosi i migliori, prevalevano novizj o ciarlatani, non mai superiori alle cattedre.
Le tante parti eccellenti poi restavano corrotte dalla Polizia, arbitra di tutto, e che spegneva il senso più importante ne’ popoli, quel della legalità, la persuasione più necessaria ai governanti, quella che operino per indeclinabile giustizia. Una Polizia aulica, una vicereale, una del Comune, una del Governo, una della presidenza del Governo, spiavansi a vicenda[16]. A chi dal lungo esiglio o dalle inquisitorie prigioni tornasse in società, esse dicevano — Avete sofferto abbastanza. Che vi cale delle cose pubbliche? divertitevi, chè il Governo nol vi contende: siete ricchi, siate allegri». E ne’ divertimenti si cerca tuffare le memorie; secondavasi la tendenza di sviluppare in grassume quel che avrebbe dovuto fortificare in muscoli; poi accennando al viver morbido, agli scialosi equipaggi, alla prospera agricoltura, diceano all’Europa: — Vedete come la Lombardia, nostra serva, è beata». Ma l’uomo non è destinato solo a impinguare e godere, e falliscono ai loro doveri quelli che, invece di prepararlo a un avvenire di sempre maggiore ragionevolezza e dignità, lo comprimono in modo che non gli rimanga se non l’alternativa di un codardo silenzio nella servitù o di collere maniache nella libertà. Dal non potersi conseguire onori e impieghi se non per consenso della Polizia, derivava che da una parte non si stimasse se non chi ne aveva, dall’altra ne rifuggissero i generosi: i migliori ingegni trovavansi perseguitati colle prigioni o nei giornali, e cercavasi coprirli di sprezzo per non dover temerli, repudiandosi così quel tesoro di potenza morale che viene dal concorso delle forze attive, istruite, morali.
Erasi avuto un elettissimo esercito italiano, ed ora i coscritti s’incorporavano ne’ reggimenti tedeschi, sotto uffiziali tedeschi; laonde se ne sottraeva chiunque sentisse la dignità nazionale e bastasse a comprare un supplente; e mentre con ciò assecondavasi l’infingardaggine indigena, le si dava la maschera di patriotismo, indicando come traditori que’ pochi civili che si volgessero all’armi o alla diplomazia. Con questo voler apposta adulterare la misura dei diritti e dei doveri, ed applicare nomi virtuosi ad atti meramente negativi, pervertivasi il senso morale; mentre il rimanere estranei alle sorti del paese deprimeva i caratteri, intorpidiva le abitudini, gettava nelle esagerazioni ed utopie proprie di chi non vede in pratica le cose, nè sa fin dove possa arrivare legalmente. Per conseguenza tutti cianciullavano di politica e governo, ma senza cognizione de’ fatti veri, nè discernimento per valutarli; sicchè qual conto poteva tenersi d’un’opposizione limitantesi a disapprovare tutto, tutto abbattere, nulla asserire o edificare?
Epperò questo Governo, che disponeva di terrori, lusinghe, impieghi, onorificenze, decorazioni, non trovò un lodatore, non dico di cuore, ma neppur d’ingegno, talchè dovette prezzolarne di tali, la cui ignoranza era sopportata solo per la viltà con cui la prostituivano. In tutta Italia poi restava il concetto che l’Austria sola avesse impedito o traviato le rivoluzioni, laonde era avuta come universale nemica della libertà da molti che questa identificano con quelle.