Morto Francesco I, suo figlio Ferdinando, il giorno stesso che montava al trono (1835 2 marzo), con un viglietto al vicerè ordinava si cessassero i processi politici, si rilasciassero tutti i condannati: amnistia la più ampia, la più incondizionata, che si legga nelle storie, se il vicerè e gli esecutori non l’avessero tergiversata e resa parziale ed illusoria[17]. Il buon imperatore non ne sapea nulla giacchè non comunicava coi sudditi; ma avutone sentore, disse: — Andrò io a Milano», e venne a farsi coronare. O fosse il lenocinio delle feste; o stanchezza del fremere, o naturale bontà, o riconoscenza di così insolito perdono, diè fuori dappertutto una prurigine di balli, di parate, di adulazioni in prosa e in versi, in musica e in quadri; gran liberali camuffaronsi da guardie nobili e da ciambellani; v’ebbe decorazioni e dignità auliche, e un ripullulamento d’aristocrazia. Per isgravare se stessi, costoro sparsero vilipendio e sospetti su quei che anche allora tennero la mano e la penna intemerata, e che, rinserratisi nella propria coscienza, da Dio invocarono e col proprio senno maturavano alla patria fortune migliori, pur deplorando che non le meritassimo.
Parliamo a disteso della Lombardia: agli altri paesi però conviene, e forse più, quel che della Lombardia dicemmo. Quei principi, persuasi dell’onnipotenza materiale dell’Austria, agli ordini e all’ispirazioni di questa si rassegnavano più o meno, e non che farsi iniziatori con esempj che mortificassero lo straniero, più di uno colla propria rendeva desiderabile l’amministrazione di questo.
Intanto che piagnucolavasi, nella lunga pace erasi moltiplicata la ricchezza nazionale, ed estesi que’ comodi e godimenti, la cui ricerca è carattere della nostra età: il commercio s’ampliò, agevolato da leghe e trattati; e visto che la libertà n’è il migliore sussidiario, il sistema protettore si modificò: guadagnaronsi immensi terreni alla coltura, e se ne trassero maggiori frutti dacchè alla trascuranza delle manimorte fu surrogata l’oculatezza di piccoli possidenti, e si svincolarono dai fedecommessi, dalle servitù, dai livelli. Ormai gli sbalzi nel valore dei commestibili scomparvero, e se prima fin a quindici e venti volte dell’ordinario crescea nelle carestie, parve sommo nel 1812 l’elevarsi al triplo, proporzione che dappoi fu sempre assai minore. Il credito si trovò protetto dalla pubblicità delle ipoteche, dalle banche, dalle semplificate procedure, ed esteso anche a vantaggio de’ poveri colle casse di risparmio. L’industria vantaggiò dello spirito d’associazione e delle scoperte della fisica e della chimica, per mettere a carico delle forze gratuite della natura molta parte della fatica umana, perfezionare metodi e macchine, far che il lavoro versasse e la concorrenza distribuisse una sempre maggior copia di utilità nel corpo sociale: e sebbene non eguagliasse i forestieri nè per tenuità di prezzi, nè per eleganza e finezza, cresceva il ragguaglio tra il lavoro e le soddisfazioni che con esso il povero può procacciarsi. S’introdussero battelli a vapore[18], strade ferrate, telegrafi, spirito d’associazione, studj concordi, unione di capitali introdussero vastissime imprese per le strade ferrate, pel gas, per le assicurazioni, per gli scavi.
Tale spirito si applicò pure alla beneficenza, istituendo scuole per intenti particolari, e asili d’infanzia, e mutuo insegnamento, e presepj pei lattanti, e società di vicendevole soccorso, e miglioramenti alle carceri, e ricoveri per gli scarcerati; ammirati da taluni con quell’entusiasmo che non soffre la critica nè la ricerca del meglio, da altri bersagliati con l’atrabile che tutto denigra, o coll’intolleranza che condanna il bene per vaghezza del meglio. Ripudiavano francamente, anzi deridevano i vantati progressi e una carità destituita dello spirito avvivatore del cattolicismo le Memorie religiose di Modena e il Diario di Roma seriamente, bizzarramente la Voce della verità, dove i nomi più simpatici erano malmenati dal Galvani, dallo Schedoni, dal Calvedoni; e più strepitose riuscirono le Illusioni della pubblica carità di Monaldo Leopardi, e l’Esperienza ai re della terra del principe di Canosa.
Altri pensarono giovare al prossimo pe’ soli meriti di Cristo e per diffondere la verità e la santificazione cristiana. Le istituzioni pie, ricchezza de’ secoli andati, ebbero molto a soffrire nella rivoluzione, nelle guerre, nella soppressione dei corpi religiosi; onde vi si riparò con lasciti, e ai bisogni nuovi andavasi incontro con nuove istituzioni. A Milano i fratelli Felice e Gaetano De Vecchi barnabiti fin dal 1802 raccoglievano una Pia Unione di nobili, che andavano all’ospedale confortando gl’infermi, e preparavano vitto, vestito, educazione, ricreamento ai poveri nelle case o in ricoveri: col nome di Società del biscottino fu derisa dal bel mondo e benedetta dai poveri, pei quali ha consolazioni d’ogni maniera, educazione conveniente all’indole e al bisogno di ciascuno; impedire lo svio delle pericolanti, richiamar le pericolate, assistere i vergognosi indigenti, tenere scuole festive e notturne a comodo di poveri, ricreazioni e oratorj pei tempi festivi.
La marchesa Maddalena Frescobaldi Capponi e il padre Idelfonso istituirono a Firenze un ricovero per le traviate: a Imola la Pia Unione di San Terenzio diffonde quotidiane elemosine, come a Bologna la Pia Opera de’ vergognosi: ad Ancona l’oratoriano Luigi Baroni esercitò nelle più variate guise l’eroismo della carità, come il Manini in Cremona. In Venezia e Verona Maria Maddalena di Canossa (1774-1835) fondava nel 1819 le Figlie di Carità, dirette a perfezionarsi nell’amor di Dio e del prossimo; i conti Cavanis le Scuole di Carità; Nicolò Mazza verso il 1830 ricoveri di fanciulle, educandole sino ai ventiquattro anni conforme al loro stato, ed altri pei garzoni, bene studiandone l’inclinazione, menandoli alle scuole, collocandoli in varj stabilimenti, e tutto per carità. Nicola Olivieri inanimato dalla Immacolata, nel 1838 comincia a raccogliere qualche moretta e la fa educare, poi va in Egitto e in Barbaria, e segue tuttora a riscattarne, d’accordo colle Suore della Carità, per poi collocarle in conventi. Brescia deve alla Rosa molte caritatevoli istituzioni: Modena la scuola dei sordi-muti di D. Severino Forchiani: a Bergamo i conti Passi introducono la Pia Opera e le Suore di santa Dorotea, per formar le fanciulle alla pietà e ai casalinghi disimpegni; mentre il prete Botta toglieva in cura i fanciulli sviati: un suo allievo, Marchiondi laico somasco, portò quell’istituzione a Milano, e grossolano ma di alto e retto cuore, ricusando sottoporsi alle burocratiche formalità, ve la fece fiorire.
A Torino Giulia Colbert di Barólo, la patrocinatrice di Pellico, istituì le Sorelle di sant’Anna per educare povere figlie, e ispirarvi modi civili e la contentezza del proprio stato. La Congregazione di san Paolo distribuiva centrentamila franchi l’anno in doti, pensioni, sussidj a poveri nascosti. Il canonico Cottolengo nella Piccola Casa della divina Provvidenza preparava soccorsi a tutte le miserie, e giganteschi benefizj effettuò con mezzi tenuissimi. Rosa Govona avea fondato le Rosine che devono «mangiar del lavoro di loro mani», e che si estesero ad Asti, Chieri, Mondovì, Fossano e altrove. La contessa Tornielli Bellini a Novara lasciava in testamento molte istituzioni caritatevoli, e scuole gratuite d’arti e mestieri. L’abate Febriani prese cura speciale dei sordimuti. La Misericordia di Casale dispensa quarantacinquemila franchi in pane, vesti, doti, baliatici, sussidj a domiciliati: quella di Savona, oltre il resto, dà ogni giorno il pranzo a quattrocencinquanta poveri.
Chi non conoscesse in qual modo si forma quell’assurdità, che intitolasi l’opinione pubblica, stupirebbe dell’avversione che professavasi contro questi benefici, e come fossero scherniti nei tempi quieti, percossi nei tempestosi.
Perocchè, a fianco alla potenza governativa era cresciuta quest’altra dell’opinione, surrogatasi alla fede assoluta in un pensiero, in un sentimento, e che avversava tutto ciò che mostrasse fermezza, fossero le credenze fosse l’autorità. Quella classe delle persone di cultura, indipendente, che in ciascun paese la imponeva nel secolo passato, sotto il regno d’Italia era stata diretta dagli impiegati, potenza nuova; dappoi se la sottoposero i liberali; sottentrarono quindi i giornalisti, finchè venne alla piazza.
E le rivoluzioni, state militari nel 1815 e 1821, divennero giornalistiche ed avvocatesche; e dove riuscirono, posero in dominio e ne’ ministeri gli scrittori; dove fallirono, li resero cospicui per le persecuzioni e gli esigli. Mentre era cresciuta la smania del leggere, in alcuni paesi non correva che la gazzetta uffiziale, cioè a dire applausi o silenzio; e questo ancor più che quello, giacchè molti Governi preferivano non si parlasse di loro, nè in bene nè in male, come l’Austria, mentre Napoli facea pomposamente enunciare i suoi atti negli Annali civili e in altri fogli governativi. Ma o per tolleranza o alla macchia trapelavano giornali forestieri, alle cui questioni si prendeva parte incompetente, come avviene degli affari altrui, e per lo più passiva, accettando l’opinione del giornale senza mezzo o volontà di discuterla, e nell’opposizione riponendo la luce dell’intelletto, la generosità del pensare. Anche il teatro, rimaneva o in balia de’ ballerini, ovvero tradotto o almeno foggiato sul francese. Esposte le moltitudini a questi mareggi dell’opinione, l’uomo abdicava alla padronanza degli atti, dei destini, de’ pensamenti proprj: la classe colta, divenuta moderata meno per buon senso od esperienza che per timidezza e amor di pace, dovea cedere il campo ai ciarlatani. Ora questi non potevano diffondere che un’opinione non solo versatile, ma sconnessa: fino chi pensa, pensava poco in una Babele, dove niuna associazione di forze intellettuali, ma solo antagonismo ed isolamento: invece di partiti v’erano gruppi, quasi equipollenti di numero e di valore, gli uni chiassosi, gli altri operativi, i più disputanti in panciolle.