Alcuni, credendo inutile parlare di libertà finchè manchino pane e educazione, appigliavansi di preferenza all’economia; mentre i più dalla politica aspettavano tutto, secondo l’andazzo francese. In ciò pure alcuni consideravano come una sciagura la rivoluzione di Francia e l’irrompere suo in Italia, perchè col balocco delle libertà politiche ci aveva defraudati delle libertà naturali; inoculato pensamenti, odj, amori esotici; compressi i semi indigeni e storici, per avventurare alle sovversioni d’un progresso sistematico e umanitario; doversi ripigliare l’opera del secolo precedente, pur applicandovi le conquiste del nostro, cercando la libertà non i nomi, progredendo a passi non a sbalzi, cumulando le forze invece di abbatterle, traendo i principi ad attuare il bene anzichè nimicarli, e nell’intento nazionale confederando i varj Stati per opporne la lega allo straniero, qualunque egli sia. Ve n’avea tra questi che aborrivano dalla Francia, come irreposata e infida sommovitrice; altri distinguevano questa nazione dalle vertigini della sua tribuna e de’ suoi giornali: altri analizzavano la prosperità inglese, i Parlamenti, la legale ampliazione della parola morta, il progresso ragionato e lento ma continuo ed indefettibile; pochi si lasciavano allettare allo smisurato incremento degli Stati Uniti e alla formola dell’avvenire. E poichè l’eccesso degli appetiti materiali porta a lusso e vanità irrefrenate, e queste alla bestemmia, ultimo strillo dell’intelligenza spirante del secolo, per amore dell’Italia insultavano all’Italia dichiarandola inetta al meglio: il Botta e l’Angeloni la infarinavano d’improperj, abburattati da frà Cavalca; Berchet pindareggiava contro Carlalberto e contro gl’italiani che dimenticavano la patria e lo Spielberg per istordirsi fra baci e bottiglie; Niccolini, gridando «Italia vile, non ha di suo neppure i vizj», imprecava che le nubi stendessero un velo densissimo su questa terra del vile dolore; Leopardi, dopo compianta l’Italia coll’amarezza di Dante, nei Paralipomeni beffava i desiderj e i tentativi di riscossa, con una ironia che il Gioberti diceva squarciare il cuore, eppur essere giustissima[19]: il qual Gioberti asseriva che la nazione italiana non potrà mai recuperare il suo antico primato morale e civile sul mondo «finchè l’uomo italiano dei nostri tempi non sarà divenuto pari a quello dell’antica Italia e dell’antica Roma... Certo noi, generazione matura e cadente, col piè sulla fossa, indarno ci penseremmo, perchè l’osso è duro, il callo è fatto, e ancorchè riuscissimo a rimpastarci, poco e corto saria il frutto». Solo allorchè qualche straniero ripeteva altrettanto, o lady Morgan coi colloquj sottratti a questo nostro circolo giudicava baldanzosamente gli uomini e le cose nostre, o Lamartine ci chiamava terra dei morti[20], o Stendhal ci sentenziava degni delle nostre sofferenze, il patriotismo si risentiva, numerava i nostri vanti, ci inebriava col «misero orgoglio d’un tempo che fu».

Gente più seria esploravano a fondo le piaghe mortali d’Italia; se diceasi ch’era corrotta da’ suoi signori, rispondea che non si corrompe chi corrompere non vuole lasciarsi; che del meglio non eramo degni perchè al giogo non sapevamo opporre quella fermezza che si frange ma non si piega; perchè sulle catene celiavamo, contentandoci di burlare quei ch’era necessario esaminare; perchè i beati d’ozj e vivande stordivansi nei godimenti, col pretesto de’ codardi, l’impossibilità del migliorare; e diguazzando nelle morbidezze, sviavansi da’ severi proponimenti di chi, perduta la patria, mantiene cuore per amarla, voce per ammonirla, senno per dirigerla; perchè secondavamo la Polizia col mettere e spine e coltelli fra seni che volevano ravvicinarsi; perchè coloro che all’emancipazione ci inuzzolivano, non sapeano pascerci che d’odio e denigrazioni, ed anzichè convergere la repulsione contro i veri nemici, sparpagliavanla su nostri fratelli; perchè abjette invidie, adipose gelosie, orgoglianti vendette ci faceano sprezzare e deprimere que’ migliori, i quali avrebbero potuto concentrare l’opposizione ed onorarla, farsi rappresentanti del paese; se non altro, circondare la nazionale decadenza di dignità; quella dignità ch’è necessaria in tutti, indispensabile in una gente che voglia rigenerarsi.

Ultima miseria d’un paese, quando, perduta la fiducia in sè e ne’ suoi, dalla sventura aizzato a discordie, mancante di amici organizzati e di nemici rispettosi, esercita il piccolo resto di libertà a scoraggiare: miseria più deplorabile quanto maggior bisogno di gloria letteraria e morale ha una nazione, a cui ogni altra via è chiusa d’attestare alle venture che la presente generazione non era vile. A chi svelasse tali piaghe non era perdonato dal bugiardo patriotismo, nè fu perdonato a noi; ma per acquistare diritto di dire il vero agli avversarj, bisogna non temiamo di dirlo a noi stessi.

E venendo ai particolari, additavano gl’impiegati corrotti e inabili negli Stati pontifizj e siciliani, duri e servili in Piemonte, sbadiglianti in Toscana, dappertutto irrazionalmente obbedienti; avvocati ciancieri, vagheggianti costituzione parlamentare per solo esercizio di eloquenza; nobili, in Lombardia ricchi, gaudenti, oppositori; in Piemonte ligj, influenti, studiosi; incolti e lascivi a Napoli; avversi ai preti nelle Romagne, quanto propensi a Roma; il clero alto lussureggiante a Roma, o persecutore in Sardegna, dappertutto ombroso delle libertà; il basso, scarso d’educazione e di virtù, o giansenista o papale per tradizione non per meditazione; i pochi studiosi, scissi tra Liguori e Perrone, tra Rosmini e Gioberti, tutti lagnantisi de’ superiori ecclesiastici e secolari; i frati scaduti di zelo e di scienza; i Gesuiti odiati perchè zelo e scienza ostentavano; i negozianti uggiati delle gravezze e degli impacci, ma aborrenti da sovversioni che ne crescerebbero all’industria loro materiale.

Il dover sottrarsi a una vessazione dava l’abitudine di sprezzare o eludere le leggi anche le più opportune, il che è uno degli abiti più funesti. Scarsi gli eserciti, e più lo spirito militare, non meno che quello delle grandi imprese; rare le idee pratiche, atteso che non s’agitassero nella pubblicità; nullo il sentimento della legalità, e di quella solidarietà per cui si considera come proprio il torto fatto a uno qualunque; non rispetto per l’operosità, nè tolleranza pe’ dissensi; non dignità per comporli e discuterli; non intelligenza fra gl’ingegni, e ciascuno disamato, se non anche calpesto, nel brano di terra che gli è patria, sconosciuto negli altri.

Il popolo non legge: il vulgo giudica dai giornali e sulle pancacce, rimpiange il Governo passato, querelasi degli aggravj, della coscrizione, dello scarso soldo, del tenue commercio, della molesta Polizia, ma composto e tranquillo in Piemonte; in Lombardia beffardo, odiante i Tedeschi e rifuggente dall’arme; più cheto nel Veneto, donde si cernivano eccellenti soldati della marina e granatieri; acqua cheta e bella creanza in Toscana; nelle Romagne manesco, brigante, cospiratore; in Roma ligio alla lautezza clericale, che gli alimenta l’infingardaggine e l’orgoglio del nome romano; in Napoli spavaldo, superstizioso, senza dignità nè costanza; nelle provincie sofferente, astuto, coraggioso, anneghittito; in Sicilia rozzo e fiero, potente agli odj come ai sacrifizj, irreconciliabile col dominio, e disposto a qualunque rischio per abbatterlo.

De’ letterati la più parte avversi al Governo, e da questo sospettati, perseguiti o, dove meglio, dimenticati; quella età che preferisce all’ordine la libertà, l’entusiasmo alla ragione, imbevevasi d’idee sovversive, e fremeva d’un giogo di cui invece però d’analizzarne la forza e la natura per romperlo, si piaceva aggravarselo colle intempestive reluttanze e cogli impotenti conati, testimonio d’estrema debolezza, che sfiancano chi li commette, e rendono gagliardo e sprezzante chi senza fatica li compresse. I giornalisti, genuflessi alla mediocrità, idolatri del negativo e della sovranità del nulla, chiunque si elevasse sorvegliavano coll’ansietà della diffidenza; petulanti perchè servili, faceano aborrire la franchezza col separarla dalla dignità, col deprimere ogni elevazione morale all’insolenza faccendiera e alla fatuità elegante davano baldanza d’oltraggiare gli alti pensatori e i caratteri intrepidi: e questi appunto erano più calunniati perchè sprezzatori della calunnia; non vedendoli tali quai si volevano, erano rappresentati quali non erano, o denunziati disertori, titolo che i partiti infliggono a chiunque non li serve a loro modo. Così di generosi ditirambi mantellavasi un abjetto egoismo, e col dispetto del gaudente contro il pensatore, di tutta la loro enfiata vanità aggravavano l’uomo che vale, impacciavano l’uomo che vuole; e fiacchi essi, tali dichiaravano gli altri: non ascoltati, faceano ogni opera perchè ascoltato non fosse nessuno; e a maggior baldanza calunniavano chi alla calunnia men bada perchè se ne sente superiore.

Tali dissensi nimicavano fra loro gli stessi liberali; e più dove poteano manifestarsi, cioè fra i migrati, che pretendeano dirigere da Parigi e da Londra le fortune della patria, e intanto non s’accordavano sui modi; troppo spesso simili a due corpi, che, egualmente elettrizzati, si respingono. Tutti convenivano nell’odiare l’Austria, sentendo sempre nell’aria l’occasione, e persuadendosi che non potesse venire se non di fuori. Intanto la declamazione era l’arma che più usavano, e il torsi fede od efficacia col mentire e coll’esagerare, coll’amplificare in verso o in prosa i patimenti degli Italiani, facendo supporre la disperazione in quelli che adagiavansi nell’incremento della prosperità materiale.

Molti migrati onore e compassione acquistarono a sè e alla causa loro coll’intelligenza, col carattere, coll’industria. Luigi Filippo, salito al trono per una rivoluzione, adoprò un ingegno raro e una ferrea volontà a frenare ogni nuovo prorompere; pure non la potea rinnegare, nè disdire coloro, la cui colpa consisteva nell’aver fallito in tentativi, in cui erano riusciti i suoi. Perciò quei profughi v’ebbero cortesie, onori, promesse da principio, poi freddezze, poi dimenticanza: alcuni non ottennero il pane se non arrolandosi nella legione straniera, altri lasciandosi relegare in qualche città; chi sentiva dignitosamente pensò a guadagnare colle proprie mani; chi potea, visse come si vive a Parigi, onorato a misura delle spese, e qualche volta anche dell’ingegno. Altri de’ migrati erano i patentati impresarj di rivoluzioni; o quei che, stando male in paese, amavano cambiare plaga; o che aspiravano alla gloriola d’essere del numero de’ perseguitati. Tra questi prevaleva l’opinione giacobina della potenza del numero, che è ancora la forza, ed esserne impulsi efficacissimi le società segrete; agli incorreggibili Governi doversi surrogare la sovranità popolare, non solo come fonte, ma anche nell’applicazione del potere, la democrazia riducendo a repubblica, e questa nemica ai nobili, ai preti, abbracciante tutta l’Italia in unità; qualunque mezzo esser buono a un elevato fine: e il fine era sbarbicare quanto esisteva, per costruire poi non si sapea che, ma quel che l’accidente porterebbe.

Il bisogno d’azione, d’essere qualcosa, di valere sui destini del paese, di aver amici qua e fuori, di rivolgere contro Governi esecrati alcun che di più reale che non le grida; la devozione a idee, la cui generosità parea giustificare gli spedienti anche iniqui; la spinta in alcuni irresistibile di protestare in nome d’un intero popolo contro un popolo intero, e alimentare fino col proprio sangue la speranza dissotto all’oppressura de’ forti e alla vigliaccheria de’ gaudenti, fomentavano le società secrete, dove l’immaginazione e l’attività compiacevansi di misteri, carteggi, processi, condanne, assassinj, e dell’arrabattarsi presso chi si credeva potente. I Francesi accettavano le costoro proposizioni come innocui balocchi e temi opportuni di retorica parlamentare e giornalistica; e i generali Foy, La Fayette, Lamarque, gli avvocati Mauguin, Perrier, fors’anche Luigi Filippo prima d’essere re, li alimentavano a buone parole, che gli esposero poi ad essere chiamati traditori quando venne di tradurle in fatti.