Vero è che il nome di virtù viene inteso diversissimamente dai varj partiti. I ciarlieri lo ripongono solo nell’ingloriare il paese. I moderati, nell’orzeggiare fra il bene e il male verso un esito che assolve dalla iniquità dei mezzi: i consortieri nel reggersi l’un l’altro alla borsa, al Parlamento, alla mangiatoja: i politici nell’esclamare con Azeglio, «Facciamo punto e da capo». I veri cristiani, cioè buoni cittadini, lo ripongono nel credere e praticare i principj d’un diritto eterno, che può rassegnarsi alle incoerenze d’un diritto nuovo, ma non approvarle; ed essi pei primi, non urlano, ma esclamano, «Dio benedica l’Italia indipendente».
A tale intento sono necessarie la coscienza autonoma, la ragione non impacciata da congegni amministrativi, nè da prepotenze d’un partito, d’un giornale, d’una società secreta, bensì fidente nel popolo. Chi il vero popolo non vede in quel che tumultua sulle piazze, ciarla nei caffè, fuma sotto i portici, denigra ne’ giornali, s’ubriaca nelle bettole, non dirà mai che il nostro popolo è ateo, e che non è ancora maturo a libertà; bensì che gli arzigogoli moderni vorrebbero renderlo incapace di libertà.
La sana natura di questo popolo sente bisogni meno ignobili che l’ira e le impotenti rampogne e le vendette; non la frenesia di continui sbaragli, non il pescare al fondo d’una rivoluzione un impiego e un padrone, ma vuole la calma domestica e civile, ed amare, lavorare, migliorare da sè la propria posizione. A questo popolo date non il pane quotidiano, ma il modo di guadagnarlo con fatiche, le quali non avviliscono se condite di pace e di rassegnazione: dategli dei libri, non quali li raffazzona cotesta letteratura o speculatrice o pedantesca o sovversiva, che, portando congestione nel cervello, cagiona paralisi alle braccia; bensì quella che, se non può dire tutto, insegna a riflettere su tutto: dategli la conoscenza de’ suoi diritti, non iscompagnata dal sentimento de’ suoi doveri: dategli quella dignità, che, gradendo i freni necessarj, ripudia gli arbitrarj, da qualunque parte vengano: dategli lo spirito d’associazione, con cui, migliorando la condizione sua particolare, migliori quella di tutto il paese: dategli la passione pel vero, cercato con lealtà, professato con intrepidezza: dategli il rispetto verso quegli eroi d’una carità che il vulgo liberale non conosce tampoco, i quali soli possono assodarvi quel potere delle coscienze, che rende superfluo il potere della Polizia, e infondervi il sentimento religioso, l’unico che esso intenda perfettamente, e che può servire di temperamento agli altri, come è il migliore avviamento alla libertà.
A questo popolo insegniamo ch’è assurdo voler riformare il paese prima di riformare se stessi; nè ottenere libertà e progresso senza il mutuo rispetto, la tolleranza, l’abnegazione; che quanto meno inceppati si vogliono gli atti esterni, più vien necessaria la disciplina, la quale è insieme sapienza e verità; innamoriamolo della libertà, che consiste nel diritto limitato dal dovere; innamoriamolo dell’ordine, che è la libertà collettiva della società: insinuiamogli quella politica, franca nell’opposizione non meno che nell’assenso, che aborre le frasi, che, tra le impotenze e i dolori del secolo, assume la responsabilità de’ proprj atti e ne accetta le conseguenze, ma allo scetticismo dissolvente surroga la fede in qualche cosa, in qualche persona; sa amare, sa lodare fino i nemici, e sagrificare fin le invidie; vuole la benevolenza e la stima, ma non a prezzo delle proprie convinzioni.
Sciagurati i cospiratori che al popolo disabbelliscono le gioje della vita e della natura collo spargervi il fiele dell’iracondia e il sospetto contro ogni superiorità di posizione o di merito, lo ingannano colla promessa di panacee politiche; e dopo infarcitogli d’ira e di calunnia la parola, arrivano ad armargli il pugno di coltello o di fiaccole. Sciagurati i Governi che, per fare contrasto a’ ricchi riottosi, non sanno altro che esacerbare il rancore contro chi possiede, e irritare il plateale sentimento dell’ingiusta distribuzione degli averi! Sciagurati gli scrittori che adulano bassamente alla plebe, come un tempo faceasi ai re, ridendo, beffando, mirando a dissolvere anzichè unire, solleticando gli istinti vulgari, e fra piccolezze, vanità, immoralità clandestine, fatuità compromettenti, perfide gelosie, pérdono di vista che, per essere utile alla nazione, bisogna conoscere essa e i vicini e gli avversarj, i fondamenti del suo passato, la realità del presente, la probabilità dell’avvenire; e questi comparando, al vago sentimentalismo surrogare massime concrete e positive, abituare a conoscere le cause e le conseguenze, il carattere e le ispirazioni, in modo che dall’esito non si prenda nè vanità nè scoraggiamento ma istruzione, e il convincimento che solo dall’unione degli spiriti può derivare l’unione degli Stati.
Così anche le quistioni di politica si risolvono in quistione di morale; e non crederemmo avere gettata la lunga nostra fatica se questa unica verità avessimo fatta penetrare nella persuasione e negli atti de’ nostri cari fratelli italiani: e siccome nessuno avrà amato questi più di noi, così vorremmo che nessuno potesse apporci d’averli men sinceramente e meno legittimamente o applauditi o imputati.
FINE, il marzo 1877.
CRONOLOGIA ITALICA
§ 1. — Re di Sicilia.
Fra gli antichi re di Sicilia si annoverano Cocalo, v. 1295 a. C.; Siculo, 1289; figliuoli d’Eolo, 1173.