A peggior danno poi, il bello e il vero non si cercarono più indipendenti e per sè, ma si subordinarono alle passioni e all’idea politica: principalmente in libri che si presumevano popolari, ed erano vulgari, dimenticando che delle scienze bisogna servirsi per accrescere e perfezionare la pubblica ragione.

E noi, credenti all’alleanza del genio che crea col buon gusto che conserva, vorremmo che la critica tornasse un albero del bene, insegnasse a studiare il libro per mezzo dell’uomo, l’uomo per mezzo del libro, ravviasse a quell’arte antica di cui sono carattere la serenità, e scopo l’addolcire le passioni e tranquillar l’animo; diffondesse il buon gusto, che è il fiore del buon senso; non che sconfortare, spingesse all’azione, suscitasse l’entusiasmo della verità e della virtù; vorremmo si cercasse raggiungere finalmente una forma unica di stile, che sia la più precisa, la più fedele; chiara come il buon senso, poetica come la fantasia; traducendo l’idea vera in forma bella, con sintassi ferma, lingua comune, impronta individuale; e portando la semplicità ad essere un’originalità audace.

Alcuni guatansi attorno, e non vedendo insigni uomini, strepitosi fatti, stupende mutazioni, dichiarano meschino il tempo, degradata la razza. Eppure quanti fatti da confortare anche i meno pazienti! quanto progresso per chi valuti non l’individuo ma questa moltitudine che tutta ingrandì, che tutta contribuisce agli avanzamenti cui un tempo bastavano i principi; chi badi a tanti svolgimenti e applicazioni delle scienze, alle arti raffinantisi ogni giorno, alle rapide comunicazioni, ai mezzi d’istruzione molteplici e agevolati, alle comodità diffuse, al benessere crescente! L’applicare la scienza al Governo diminuisce allo Stato amministratore e centralizzante gli arbitrj di Corte e di Ministero; ai monopolj e ai privilegi sociali surroga un’economia meglio intesa; cassa i decreti umilianti e le massime inette, sia del cesaresco arbitrio, sia dei moderni sovvertitori: sebbene sia vero che troppo si restringe in valutazioni materiali, al contrario de’ nostri vecchi attribuendo la suprema importanza al corpo, una accidentale all’anima; così scambiando per grand’uomo il buon amministratore, l’applicatore d’una macchina, quel che seppe arricchirsi. Ne deriva un inebriamento dell’oggi, che acceca sul domani, un rinnegare la storia per avventarsi nelle ipotesi, un coricarsi nell’ironica indifferenza della gaudente ciurma cittadina.


Compiuta poi la unità territoriale, cioè l’esclusione del dominio straniero, tolta ogni probabilità di restaurazione dei principi antichi, ridotta quella di Roma ad una questione di famiglia, i governanti potrebbero omai procedere al riordinamento interno, all’assetto delle finanze, alla trasformazione dell’esercito, alla estinzione del brigantaggio, al rispetto dei sentimenti religiosi, all’ascoltare i bisogni del popolo, finora impediti dall’interpretazione o d’una bugiarda rappresentanza, o d’una perfidiata opinione.

Il naturale separamento delle nazioni all’esterno, e nell’interno i più larghi accordamenti politici colla libertà di famiglia, di provincia, di Comune, di religione, d’insegnamento, sono i due scopi, a raggiungere i quali ha perduto vigore la formola de’ principi d’anni fa e dei sovvertitori d’oggi, «Tutto pel popolo, niente per mezzo del popolo». Ma nell’universale appello allo spirito dei tempi, chi è che comprende la libertà e l’autorità doversi avvicinare, non per combattersi ma per ponderarsi e limitarsi: che il modo di sminuire il contrasto fra la situazione sociale e le aspirazioni della civiltà, fra le opposte esagerazioni della democrazia e del principato assoluto, di non pericolare la libertà coll’eccesso dell’eguaglianza, nè l’eguaglianza cogli sfrenamenti della libertà, si è il discernere precisamente le attribuzioni dello Stato, del Municipio, della Chiesa; il ridurre i Governi alle elevate loro attribuzioni, sbarazzandoli dall’amministrare, regolare, sindacare l’azione di tutti; e nell’impossibilità di dirigere il movimento sociale, restringersi a mantenere l’ordine materiale? Avanti la rivoluzione, lo Stato poco s’immischiava delle faccende private, nè svogliava i cittadini dal curarle coll’impacciarveli. Gli statisti, a quella libertà senz’eguaglianza volendo surrogare un’eguaglianza senza libertà, presero in veduta soltanto il modello francese, dove si bersaglia l’autorità, eppure vuolsi che a tutto ella intervenga, in nome dell’emancipazione proclamando quello che già i cortigiani più servili; smaniando di mutare la forma de’ Governi e le persone, l’essenza mantiensi sempre dispotica senz’altro limite che la ribellione, nè a questa sapendosi rimediare che col despotismo. Intanto dimenticarono l’Inghilterra, dove abbonda la libertà personale; non guardarono donde venga la possa della stirpe slava, e qual sarà l’elemento che essa rifonderà nel mondo se mai è destinata a scomporre la società romano-germanica; rinnegarono tutta la storia patria, garrendo come piaga e ostacolo quel municipalismo, che è antico quanto l’Italia e che potrebb’essere il nocciolo della nazionale rigenerazione; nè pensarono che la democrazia consiste, non nel sovvertire Governi e nel sistema unitario, bensì nel restituire all’uomo, alla famiglia, al Comune la natura propria, i proprj diritti, la libera attività.

Il popolo non giunge a comprendere che cosa importi il cambiare le persone che governano, e maggior interessamento prende al cambiare del curato. Quello di che sente bisogno è sicurezza della persona, della roba, della reputazione, dell’industria, della casa; e a ciò meglio arriva, e con migliore persuasione quel Governo che, riservando a sè la direzione suprema e il rimuovere gli ostacoli e impedire l’ingiustizia, lascia quella libertà che sola può ridurre le azioni in armonia coi fini: e alla naturale intelligenza, alla morale attività de’ cittadini lascia la cura delle faccende proprie, i giudizj, l’istruzione, l’incremento dell’industria, la tutela della tranquillità interna.

Perocchè avvi un liberalismo, che crede esistere al mondo qualch’altra cosa che la politica; repubblica e indipendenza non essere libertà, come non è ordine la monarchia; tirannide essere quella d’Ezelino come quella de’ Ciompi, quella del Passatore come quella d’una ciurma cittadina plaudente o fischiante, e l’uomo essere qualcosa più e prima che cittadino. Questo liberalismo, quando gli manchi vigore sovra i grandi centri della forza, della ricchezza, della legalità, non trovasi ridotto nè ad accidiosa impotenza, nè a subdole combriccole, nè a sofistica predicazione di teoriche ineffettibili: ma persuaso della potenza di ciascuno e dell’obbligo di adoprarla, se non può riformare lo Stato, pensa a riformare se stesso e la famiglia e la patria mediante i costumi; fida nell’energia sua personale, anzichè nei soccorsi dello Stato, sviluppando il sentimento della propria indipendenza, piuttosto che questuare dallo Stato impieghi e dignità che sono catene e abjezione; non fa della politica una casa di industria, dove accorre chi ha fame; porta soccorso al fratello coll’associamento delle forze e dell’intelligenza, anzichè col cospirare; e così insinua quello spirito che è garanzia dell’ordine e tutela della libertà, e che agevola la buona riuscita rattenendo la speranza entro i limiti del possibile; rettifica le idee, invigorisce i caratteri, sana i costumi, per essere padroni di sè quando non s’avranno altri padroni.

E già la democrazia prevale dappertutto, fino nelle azioni di coloro che la reprimono. A ripristinare l’immoralità dei privilegi e delle esclusioni o i vincoli feudali, nessuno più pensa, dacchè l’eguaglianza civile tornò giovevole a quegli stessi che più pareano scapitarne: la facilità delle comunicazioni mescolò le genti, intanto che la folla degli esuli, non rattenuti da riguardi, pareggiati dalla sventura, bisognosi delle moltitudini, connessi a quei d’ogni altro paese, diffondevano le idee democratiche: l’avidità de’ godimenti fa che tutti s’arranchino a salire: l’arrogante durezza ch’è carattere della gioventù odierna, ostenta eguaglianza col rinnegare e il merito e l’esperienza: la letteratura, sacrificando a bisogni triviali la raffinatezza dell’arte, fra una plebe di mediocri confonde i pochi ottimati.

Nè i mali che ci credemmo in dovere di svelare alla patria perchè l’amiamo, non sono mali necessarj della libertà, ma forse un inevitabile noviziato, nel quale giova che sentinelle, austere forse ma benevole, tengano desti contro i pericoli; anzichè imitare il despotismo, ove il male e il bene dormono sullo stesso capezzale. Ma l’onesta opposizione fa noja a coloro che s’impinguano ne’ pubblici disordini, e che, avvedendosi come poco frutti la pesca quando lo stagno non è turbato, urlano ancora guerra e sovversioni per obbligare così ai disastri della pace armata, delle finanze diroccate, delle arti perdute, di sterili delitti e inutili virtù. E questo intitolano amore di patria! ubriachezza di testa non poesia di cuore, che indignandosi contro ogni cosa che senta di uomo, denunzia come traditori d’Italia quei caldi e sinceri amatori di essa, che di tutti questi danni osano incolpare la mancanza di virtù.