Chi salì in onoranza senza le costoro scarificazioni? a quanti feticci non diedero essi qualche anno di gloria, solo perchè servissero di nuvola al sole? Sta bene che la democrazia non soffra idoli; ma l’eguaglianza pareggiasi a ingratitudine quando d’ogni testa che sa star dritta si fa sagrifizio alla plebe, dilettantesi del sarcasmo e della depressione. Da ciò deriva che fra noi rimangano municipali le glorie, e gl’illustri di Napoli vengano vilipesi in Toscana, ignorati a Milano e viceversa; i libri letti siano diversi dai lodati, e in generale siano letti pochissimo. E mentre ad autori di trenta opere nate morte si procura una galvanica longevità con applausi semestrali al sempre nuovo volume, fu dichiarato scrittoraccio l’autore forse più letto; eretico spregevole un sommo filosofo; ipocrito e innajuolo il tipo dell’odierna letteratura[148].

Qual meraviglia se i buoni stizziscono del vedersi non solo defraudato quello che più si brama, la quiete, l’amore de’ concittadini, la compiacenza nazionale, ma impediti nel bene che desiderano, nel giovare alla nazione col fervore delle opere, colla dignità dell’opposizione, col valore d’un nome che, rispettato dagli oppressi, non potrebbe essere conculcato dagli oppressori? se irritati da questo sistematico ferire di sotto in su, persino uomini nati ed educatisi all’amore ed all’armonia finiscono col sarcasmo e col furore?

Cotesti a taluni pajono fastidj da nulla, e s’impone all’autore che, come il fanciullo spartano, si lasci rodere il ventre dalla volpe senza strillare: ma introdotti in questo campo la prepotenza e l’assurdo, si prende l’abitudine di tollerarli nella vita, nella filosofia, ne’ Governi. E noi, ai colpi esponendoci più francamente siccome abituati, credemmo dover nostro il battere, non men delle altre, questa tirannia; perchè, se alle altre si piega il collo come ineluttabili, questa è sordida, giacchè a fiaccarla basta che la nazione ripigli il buon senso, non infeudi il proprio giudizio a chi ha meno diritto di imporlo perchè manca di convinzioni, e non creda a un presuntuoso detrattore o ad un compro panegirista più che all’opera stessa, più che alle azioni, più che al proprio convincimento.

Intanto i veri libri divengono sempre più rari, cessato quel vivo anelito che trasforma in idea il fatto dell’uomo; se anche si serba qualche sentimento della melodia, mancano la passione e l’affetto; immolando la logica al rispetto umano, si associano il luogo comune e il paradosso, che pure pajono opposti; prendendo per principale l’accessorio; numerando le voci in luogo di pesarle, per modo che l’uomo costumato non conta nulla meglio che il novizio; non scrutando le cause; non salendo da sbricciolata analisi a una sintesi efficace; ciascuno tenendo per vero ciò che opina, per buono ciò che preferisce, per diritto ciò che desidera; pronto poi, al primo infierire della tempesta, a far getto delle proprie convinzioni. Uomini del dubbio! e pretendete sapere dove consiste la verità, e sentenziate al fuoco chi non crede quella che voi oggi dichiarate tale e che domani avrete rinnegata; e distrutta l’autorità, volete distruggere la libertà; abbattuta la fede, abbattere la ragione.

Il giudicare le scritture de’ vivi è sempre più difficile a chi scriva egli stesso; e quand’anche l’ignoranza di esso o la dimenticanza non fossero imputate d’invidia, insorgerebbe sempre l’amor proprio di quelli che credono avere merito assoluto o relativo. Ed ora chi non scrive? chi non può far lodare un suo scritto? Nè alla storia letteraria compete rammentare tutti i libri, bensì l’attestarne il profluvio, e la discordanza dei giudici sul merito loro e fra i lettori e i giudici, vale a dire la leggerezza della pubblica opinione. Alcuni arcigni si ergono vindici del savio gusto contro ogni novità, ignorando che, anche nel senso estetico, le rivoluzioni dipendono da tutt’altro che dalla volontà degli scrittori.

Alcuni, credendo riservate ai classici e alla sonnolenza l’unità, la deduzione, il legame, sproloquiano in uno stile che, col pretesto del volo lirico, surroga fantasia, immagini, capricci alla logica, ch’è pure bisogno del secolo; talchè riesce vago senza verità, oscuro senza profondità, di colorito brillante ma falso, di contorni senza rilievo. Da accademici sudacchianti una frase e il rancidume e la trasposizione e l’enfiamento del nulla e la laboriosità de’ luoghi comuni, ed affoganti il buon senso in un mare di parole; da misantropi ostentanti vilipendio pei presenti e sdegni a freddo e stizze d’imitazione, disposte a conchiudersi in panegirico per chi le careggi; da predicatori che pompeggino di declamazione e di arrogante eloquenza davanti alla semplice maestà dell’altare, da deputati che rinnegano la logica per avere applauso dalle tribune e dai giornalisti, quali frutti possono attendere la patria e la moralità?

L’espressione di un sentimento che non si ha, cercasi invano; e in questa ricerca si contorce lo spirito, e così lo stile. Per fuggire sino questa fatica, i più fanno getto del carattere nazionale per tradurre e copiare; scrivesi molto e infranciosato, poi si freme di non essere letti dai nostri e di non vederci tradotti nè conosciuti dai forestieri. Ma perchè avrebbero a tradurre libri, che sono pasta di loro farina? o quale Francese leggerebbe un suo nazionale che non sapesse la propria lingua?

Agli arditi che spasimano di novità, bisogna ripetere che il fondo del talento letterario non è l’immaginativa ma il buon senso, la ricca intelligenza vestita di felice espressione e temperata da logica costante; e soltanto così la letteratura può divenire stromento primario di quell’educazione che infonde le abitudini di benevolenza reciproca e di tolleranza, le quali fra i cittadini traduconsi in giustizia ed armonia, proponendosi di dar ragione dei diritti, norma ai doveri, lume alle dubbiezze, impulso alla volontà, per tradurre i nobili pensieri in nobili azioni.

Ben sono a lodare quelli che dirigevansi alle applicazioni, a migliorare le carceri, istruire ed occupare i detenuti e gli scarcerati, volere la salubrità delle case e delle officine. Molto si parlò di popolo: ed è lodevole l’attività applicata alla educazione di esso da ingegni capaci di comprendere che, per essere intesi da quello, non bisogna improvvisare nè secondare l’ispirazione del momento, ma pesare ogni parola, poichè ogni parola gettata in quelle menti può essere seme di torti giudizj e d’atti perversi. Alcuni scrittori siffatti riescono triviali per l’affettazione più disgustosa, quale è quella della naturalezza; altri sotto forme cercate mascherano concetti particolari, due qualità le più disopportune a farsi capire alla moltitudine: molti ripongono tutta l’educazione nel dare idee di macchine, di storia naturale, e nozioni statistiche, secondando già ne’ fanciulli la propensione della nostra società verso ciò ch’è sensuale, denaro, godimento: troppi credono merito il tenersi alla gretta analisi, ignorando che questa riesce facile a chi tiene la sintesi d’una scienza, mentre è faticosissimo l’elevarsi a questa dall’analisi, dalle particolarità all’insieme, e che nell’educazione giova posare quelle verità complessive, da cui l’uomo in tutta la sua vita deduca verità e intellettuali e operative. Non abbastanza ricordando che per imparare si richiede la difficoltà, e che la coltura, non la semenza, è quella che feconda il campo, si propaga un’educazione enciclopedica, per cui a quindici anni i giovani già sanno tutto, ma a quarantacinque sanno come a quindici. Fanno compassione certi giornali educativi, stesi coll’irriverente leggerezza con cui stendesi un articolo di politica o di teatro. Fanno orrore quelli che pongono da banda la religione, e vogliono fino dalla tenera età, fino nella classe più buona spargere le aridità d’una filosofia, indipendente da credenze superiori[149]. Si moltiplicarono e asili per l’infanzia, e scuole di metodo ed elementari: in generale parve progresso l’escluderne gli ecclesiastici, benchè eccellente prova e bonissimi libri dessero i Padri delle Scuole Pie e i Fratelli della Dottrina Cristiana.

Certo chi paragona le teorie del Lombardelli, del Sadoleto, dell’Antoniani con quelle del Lambruschini, della Ferrucci, del Tommaseo, e le pratiche del Soave, del Taverna, del Giudici con quelle del Parravicini, del Thouar, dell’Aporti, del Rosi, del Fava,.... deve riconoscere un notevole miglioramento, e desiderare che divenga vanto principale delle nostre scuole il dirigersi, qualunque ne siano i metodi, al libero svolgimento della ragione personale dei giovani, al rispetto del dovere, ad estendere fra il vulgo quell’istruzione, che persino alla fisionomia imprime maggior dolcezza, come la maggiore agiatezza dà più posato operare e più dolci costumanze: progressi veri che avvicinano le differenti classi sociali per arrivare a costituire una sola famiglia.