I quali giornali, frivoli, venderecci, di consorteria (colle debite eccezioni), quasi perenne insulto alla morale, al retto sentire, a chi nel meglio confida, si ostinarono a proscrivere ogni indipendenza morale, a calunniare le persone e le cose che menomamente sovrastino alla loro bassezza, e tolgansi dall’oscurità a cui essi sono condannati. Una critica, come prima, negativa, stizzosa, oppositrice, deleterica, sconobbe che la situazione nuova imponeva altri doveri; neppure la seria, colla calma nelle dispute mostrò fiducia nell’esito, ma rassegnossi a blandire gl’ignobili istinti dell’invidia e della denigrazione, svogliando della generosità col calunniarla, e immaginando che bisogna avvilire gli uomini per attaccarseli.

Garzoncelli appena usciti di collegio strascinano al loro predellino i veterani, e credono muovere e dilettare il mondo con un articolo che inseriscano in una gazzetta; sprovvisti di canoni sintetici e di nozioni positive, disprezzano i classici per dispensarsi dal conoscerli, i filosofi per non faticarsi a comprenderli. Introdotti il genio meccanico e la soffice sapienza, poco s’ascolta, nè si giudica pure quel poco; più scrive chi ha men cose a dire, non mettendo intervallo fra l’ideare un articolo e stenderlo e pubblicarlo; moltiplicando opuscoli senza riflessione per lettori senza calma. E per verità, qual bisogno di sperdere cure per libri che devono morire nell’anno o gazzette nel giorno? per convinzioni che anche prima dell’anno l’autore avrà cambiate? Audacia e basta. Ma chi si briga di discutere il pro e il contro, discernere, conchiudere? chi sa scovare un sofisma? chi trovare il vizio d’un’argomentazione? Così il paradosso viene tollerato non meno che una dimostrazione, anzi invade il dominio della ragione, la quale non è più individuale, ma appiccicata; e si reputa franchezza il mettere eguaglianza fra l’errore e la verità.

Tra questo fragore di mulini, destinati a triturare anche quando più non si produce grano, deperisce la vera letteratura, e pochi autori camminano scrupolosi dove altri ballonzano presuntuosi; pochi credono al buono e al bello rimanere luogo anche fra il vortice delle passioni. A questi toccherebbe combattere il dubbio, l’illusione, la bassezza mascherata d’eroismo; non lasciarsi togliere la mano dai pregiudizj vulgari, ma disporre alle grandi riforme col creare una opinione pubblica, risultante di sentimenti e d’interessi, ma che si fondi su compita e accertata cognizione della morale pubblica e privata in chi comanda, su giusto sentimento dei proprj diritti in chi obbedisce. Il mondo li bestemmierà, ma gli avrà uditi; e di mille semi che il vento sparpaglia, ve n’è pure qualcuno che germoglia e prospera a vantaggio delle generazioni future.

Di questa o scarsa o infelice fecondità ci si allegava per causa il non avere unico centro: ma forse l’ebbero i Greci o le età di Dante e dell’Ariosto? e i concetti della divinità, della morale, della natura, della nazione, non sorvolano alle combinazioni politiche? La mancanza di regj favori salva la dignità e l’indipendenza, nè questa è la pietra ove da noi più s’inciampi. Ben è scarsezza di patriotismo quest’adottare qualunque cosa venga di fuori, e più che altro i giudizj sugli uomini e le cose; privandoci così d’originalità, e contristando i pensatori sinceri col continuo raffaccio delle opinioni di forestieri, o a meglio dire di Francesi, voltabili secondo la moda, eppure imposte con sordida intolleranza, fino a turbare la borsa, l’onore, la vita di chi non le accetta. Persone che sanno chi sia, cosa abbia fatto, cosa prepari qualunque mediocre oltramontano, ignoreranno, affetteranno d’ignorare le produzioni d’insigni compatrioti, o le conosceranno solo a detta. Di rimpatto viene vergogna quando vediamo qui intitolare scienziati e geologi e chimici e antiquarj e orientalisti persone che appena reggerebbero il confronto d’un laureando di altri paesi.

E appunto la mancanza di cultura generale fa che all’esercizio della propria facoltà di sentire e giudicare si rinunzii per chiedere le sentenze già belle e fatte dai giornalisti; titolo davanti il quale l’arte cede il campo al mestiero. Ristrettissimi nel secolo precedente, scarsi e inconcludenti nell’êra napoleonica, dappoi sembrarono una protesta contro l’inazione, desiderata se non prescritta; e poco a poco estendendosi, massime dopo il 1825, gli scrupoli dell’arte e le abitudini serie e di gusto, proprie d’un pubblico ristretto, immolarono alle basse pratiche dello scrivere senza cancellature, senza pentimenti, senza riflessione. Miopi per proposito, svaporando in particolarità come incapaci di sintesi, petulanti a vicenda e servili, la franchezza separando dalla dignità, prendendo quale segno di superiorità la sicurezza fragorosa e scortese; risoluti a vivere colla penna, la intingono a vicenda nel vero e nel falso, nel generoso e nel vigliacco, secondo il vento che in quella giornata muove il mulino; perciò adulatori nella lode come nel vitupero. Nè dico dell’adulazione che ravvisa tutte le virtù nei gaudenti e denigra la generosità de’ soffrenti, compito d’un servidorame brigante, che sarebbe sacrilegio chiamare letterato; bensì dell’adulare l’opinione che quel giorno impongono i circoli, i caffè, i chiaccheroni; adulare la turba che, col ricevere i giudizj belli e fatti, vuole dispensarsi dal pensare e ragionare; adulare la patria affinchè non senta il dolore e la vergogna rigeneratrice; adulare la forza per istordire il pensiero; adulare la mediocrità perchè aduggi il genio; adulare i primaticci perchè non s’ostinino a migliorarsi; adulare il sofisma acciocchè soffoghi il vero; adulare la libertà acciocchè s’infami coll’eccesso; adulare, se niun altro li vuole, i pregiudizj e gl’istinti ingenerosi.

Fu a Milano che primamente si vide un folliculare giudicare di otto, dieci opere in ciascun numero di gazzetta; poi la gramigna si propagò al Piemonte, indi al resto d’Italia. Il vedere schiaffeggiati autori o cattivi o mediocri, che fino allora aveano soprusato ai novizj, piacque; e le fischiate a quelli parvero applausi ai loro giustizieri, che presto si eressero proscrittori, a norma della paura e dell’invidia: quell’invidia che trapela meno nella brutalità del vitupero che nella parsimonia delle lodi, o nel profonderle a mediocri, le cui idee non eccedono le vulgari, il cui spirito non urti nessuno.

Nè questo era un male necessario, ma piuttosto un abuso del bene, giacchè una critica dignitosa, che tolleri l’impavida manifestazione, che rispetti la libertà della scienza e l’autorità della ragione, che temperi gli applausi con appunti assennati e il biasimo col riconoscere i meriti, si farebbe stromento primario d’educazione, affratellando ragionamento e simpatia, poesia e dottrina. Alcuni in fatti pensarono dirigerla a vantaggio delle lettere e della nazione, e qualche giornale rimase in buona nominanza: ma i migliori ne disperarono, e si ascrissero a gloria il non avervi mai collaborato; a differenza de’ forestieri, di cui non v’è illustre che non vi cooperi, e dove forse è altrettanta la petulanza de’ saputi, ma i critici recano, se non maggiore lealtà, maggiori cognizioni e rispetto del pubblico.

Così oltr’Alpi la critica si collocò in posto elevato, studiando le manifestazioni del genio ne’ varj paesi e sotto forme diverse; calcolando le influenze subite dagli autori e il carattere particolare di ciascun popolo e di ciascun secolo e i sentimenti e le passioni; dando risalto al lato morale nella letteratura. Critica siffatta richiede e ingegno e ragione docili e splendidi, e avvicina il giudice all’autore, quand’anche, come tra i Francesi, sia più storica che filosofica, non s’elevi a scienza, nè risalga ai principj delle sue decisioni, come suole fra i Tedeschi e gl’Inglesi. Ma chi guardi, per dire d’un solo, i commenti che a Shakspeare posero Schlegel, Gervinus o Guizot, deplora che da noi si scrivano tuttodì note ed appunti a Dante, al Tasso, ad altri vecchi e recenti, con una analisi di deplorevole leggerezza, cui mancano e la premessa assoluta e la conclusione necessaria, cioè l’insegnare come avrebbesi a fare.

Eppure anche in que’ paesi lo strato che giace sotto a quello del merito vero, è composto di ciarlatani, intriganti, corridori di diplomi, di congressi, d’accademie; ivi pure in teste concave ogni oggetto si dipinge esagerato e ingrossito, talchè non mentiscono, ma danno a tutto proporzioni false, forme antisimmetriche: e se i più nominati, sono i più impacciosi come fra noi, se colla flessibilità dell’arco dorsale ottengono titoli e posti e lodi, ciò non toglie che si trovi del merito vero e solido, tanto più commendevole quanto che sboccia fra la gramigna della falsa scienza e la zizzania della carpita reputazione.

Ma giacchè tanto s’imitano i Francesi, e copiansi anche quando non si traducono, almeno si facesse com’essi, che ogni vanto patrio ricantano al mondo, e presentano al pubblico applauso tutto quanto giovi alla gloria e alla potenza nazionale. Qui invece le arti sotterranee della denigrazione sormontano al rispetto e alla benevolenza; con censure alle quali non è permesso rispondere, si cerca deprimere l’ingegno finchè si può, poi il carattere, poi le intenzioni; si critica col silenzio se non si osa coll’ingiuria; si accanniscono i piccoli contro i fratelli migliori, e si fa considerare liberalità l’impacciare i passi generosi, l’istigare la plebe ricca e patrizia contro persone che il giorno di loro esequie sublimerà.