Restava poi sempre il proposito di occupare Roma, e mentre i ministri lo dissimulavano, gli avventati pensarono effettuarlo, appena ne partisse il presidio francese. Una Giunta nazionale, diretta da Garibaldi, d’intesa col Comitato romano, mandò fuori un proclama (24 luglio) eccitando alla sollevazione; e Garibaldi moveva per invadere, quando fu arrestato a Sinalunga e portato in fortezza, ma subito rilasciato fra trionfi. Ben presto egli è di nuovo a capo de’ suoi, e profittando della caduta del ministro Rattazzi, creduto connivente a questi tentativi, moltiplica comitati, processioni, meeting, eccita tumulti nelle varie città. Tutta Italia n’era sossopra, commossa la Francia che manda truppe da Tolone a Roma; a Mentana Pontifizj e Francesi sconfiggono i Garibaldini; e il Ministero italiano dà l’amnistia ai sollevati, pur protestando che Roma dev’essere «la sede più sicura del pontefice, e che l’Italia saprà difenderlo e circondarlo di tutta la venerazione che gli è dovuta, e farne rispettare l’indipendenza e la libertà».
Ma il Comitato romano preparava attivamente l’insurrezione, e una banda si spinse pel Tevere fin a Monte Rotondo, mentre in Roma faceasi saltare in aria la caserma de’ zuavi pontifizj; ma ancora i Pontifizj riuscirono a respingere gli aggressori (1867 23 ottobre).
Questi avvenimenti aveano obbligato i Francesi a non ritirarsi da Roma. Il malcontento del paese era grande, mentre le finanze andavano in deplorabile deperimento. Nell’Italia meridionale e nella centrale, nel Veneto era fermento contro le sempre crescenti imposte, e la ridestata del macinato.
Di fuori la Francia s’agitava verso una nuova rivoluzione; domandava che l’imperatore coronasse l’edifizio, cioè desse forme costituzionali, ed egli si vide costretto ad eleggere un Ministero responsabile, dal quale fu spinto a muovere guerra alla Prussia. Vi si accingeva con mezzi imperfettissimi, mentre la Prussia vi si era preparata con finissima arte e lungo proposito, in modo che essa ebbe ben presto invasa la Francia, sconfitti gli eserciti, fatto prigione l’imperatore, assediato Parigi, e imposte le condizioni più gravose e più umilianti.
Francia erasi lusingata d’esser soccorsa dall’Italia, per la quale avea tanto fatto e tanto lasciato fare; ma nel pericolo che la piccola guarnigione che ancora teneva a Civitavecchia fosse fatta prigioniera dal nemico, la richiamò. Restava così di nuovo lo Stato Pontifizio senza difesa, e l’esercito italiano lo invase, e presa Roma ridusse il papa entro il palazzo vaticano. Ben presto da Firenze si trasportò il Governo a Roma, compiendo così, sotto al doppio impulso della rivoluzione e della volontà imperiale, l’assunto del Mazzini, assunto che non tutti credono il più conducente nè alla gloria nè al ben essere della patria comune.
Di fatto nel marzo 1876, sconfitto il Ministero Minghetti, saliva al potere la sinistra, ed era un concerto quasi unanime di disapprovazione per quanto erasi fatto nei 16 anni da che il regno esisteva, condannando e atti e persone, peggio che mai non avessero fatto i nemici e i detrattori. Se quel noviziato fu veramente infelice, possano i nuovi amare sinceramente la patria, riconoscere che i mali suoi vengono da scarsezza di virtù, la quale non consiste nell’ostentare patriotismo intollerante, o nell’orzeggiare fra il bene e il male verso un esito che discolpa i mezzi; o nell’alleare il sentimento religioso ad un partito od a un nome; bensì nell’anteporre il bene pubblico all’individuale, e sapersi rendere superiore alle lusinghe dell’oro e degli onori e alla paura dei giornali.
A raddrizzare il buon senso, la facoltà che peggio deteriora nelle rivoluzioni, molto varrebbero gli scrittori, ma neppure essi vi prestarono grand’opera: e mentre dopo il 1830 erasi tanto fidato nell’efficacia dei libri sul popolo, oggi si riducono sempre più a schermaglia letteraria o arraffamento d’associati; mai non si sono edite tante scritture buffe, pubblicati tanti giornali da ridere; che se anche non fossero un insulto alle pubbliche sciagure, nel ghigno perpetuo e sistematico vi ha qualcosa di scimmiesco e di stupido che cagiona disgusto e ribrezzo; com’è assassinio della patria il risolvere col riso le grandi quistioni.
Continuò la sensibilità pei paroloni, che ci deriva dall’abitudine retorica e teatrale; confondendo la parola ch’è comune a tutti, coll’arte del bene usarla che è di sì pochi, ogni pusillo vi si credette capace, aggravando la mediocrità col non volere istruirsi, quasi il lavoro s’addica solo a chi manca d’ingegno: povero ingegno che serve di velo all’inerzia, e consiste solo in un poco d’immaginazione senza sicurezza di giudizio, in una concezione subitanea che non si consiglia colla riflessione, in una facilità d’esprimersi, caroleggiante sopra qualunque primo pensiero, senza quel secondo che lo matura e perfeziona.
Compilazioni, dizionarj, manuali, enciclopedie, con poco tempo e poco denaro portano a minuto la dottrina e in digrosso la presunzione, e quel falso sapere ch’è peggio dell’ignoranza, dispensando dal lungo e forte tirocinio intellettuale, alla memoria attribuendo tutta la parte della riflessione, con replezione di cibi superflui impedendo la digestione de’ necessarj; e mentre importerebbe tesorizzare cognizioni assolute, verificarle, operare su di esse, ricomporle, discernere, concludere, si va allucinati alle immagini, al movimento, alle impressioni, ricevute colla passività di specchi. Il galante e la signora, che conciliarono il sonno con libri siffatti, cianciugliano di tutto, e trattano da pedante chi parla seriamente di ciò che faticosamente apprese; sempre più diminuendo quella classe di lettori assennati e indipendenti, i cui giudizj costituirebbero un’opinione pubblica, e mentre una volta i pensatori credeano poter creare l’opinione, ora si piegano a subirla; mentre chiedeasi che ne direbbero coloro che si stimavano, oggi si ha paura di quello che diranno la piazza e i folliculari che si disprezzano.
Di qua il bello spirito surrogato allo spirito buono, e quella leggerezza vivace ch’è ormai l’unico vanto della coltura nostra, a micidio della forza e della profondità: di qui il preferire i moti convulsivi alle forze regolari, i giornali ai libri.