Questa d’altro lato riposava sulle inespugnabili fortezze del Mincio e dell’Adige: ed era creduta superiore alla Prussia, marciando prontamente contro della quale, occuperebbe la Slesia, anticamente da essa toltale, e proporrebbe di tenersi questa conquista in compenso della Venezia che cederebbe.

Tutto andò al rovescio. La Prussia, non aborrendo dalla guerra civile, e con una strategia qual nessuno sospettava, assalse i piccoli Stati germanici, incapaci di resisterle, poi prevenuto l’esercito austriaco, sgomentato dai rapidissimi movimenti, coltolo in posizioni sfavorevoli, e ajutata dalle nuove manovre de’ fucili a spillo, lo ruppe principalmente nella battaglia di Sadowa, una delle più micidiali del nostro secolo micidiale. Occupata anche la Boemia, la Prussia si trovò alle porte di Vienna, e ottenuti i suoi intenti, propose la pace, purchè si sciogliesse la Confederazione Germanica, e si riformasse sotto la sua primazia, escludendone l’Austria, che resterebbe ancora intatta, eccetto il Veneto.

All’Italia i gridi dei giornali non avevano lasciato aspettare questi eventi. L’esercito spiegato sul Mincio, lo passò il 24 giugno, e i giornali che ve l’avevano spinto prima, non ebbero parole sufficienti per vituperare i generali che non riuscirono a vincere. Sebbene la giornata di Custoza fosse nelle alte sfere considerata come decisivo disastro, e annunziata a Garibaldi come disfatta irreparabile, fin a sospendere le mosse delle due ale, e ritirarsi a difesa dietro l’Oglio, presto si vide che, come mal concertato erasi l’attacco, così esagerato o artifiziale era lo spavento. Ma l’Austria, salvato l’onore delle armi, mandò a cedere il Veneto all’imperatore dei Francesi, come nel 1859 aveagli ceduto la Lombardia. Ciò accettato, avrebbe potuto trasportare il suo esercito a difendere Vienna, e forse prendere la rivincita sui Prussiani.

La Francia tripudiò di quest’atto, che dava ad essa tutti i frutti d’una guerra dov’erasi tenuta neutrale, ma in Italia i giornali misero un urlo concorde contro di esso. Rassegnandosi al qual grido, il Ministero, con dispendj e pericoli nuovi, fece dall’ala destra passare il Po: la quale, senza più incontrare nemici, occupò tutto il Veneto fuor delle fortezze. I volontarj, che a tante migliaja, e male armati e peggio pasciuti, eransi accumulati in gole, dove pochi e subitarj bastavano, a viva forza occuparono alcuni paesi del Tirolo italiano, e già Trento era vicina ad esser presa in mezzo dalle nostre forze.

I giornali, che creano gli idoli ad immagine propria, non rifinivano di gridare contro la flotta perchè non isgominasse l’austriaca, e non occupasse Trieste e l’Istria. Si dovette dunque dare lo spettacolo d’una battaglia navale, e il 20 luglio a Lissa toccò un altro disinganno alle nostre immaginazioni. Quei che avevano provocata la battaglia si sfogarono allora, tacciando di tradimento o d’inettitudine l’ammiraglio, come faceano di parecchi generali di terra e di quanti, invece di stare a scrivere e a ragionacchiare, si erano messi alla prova della fortuna.

Come si devano intitolare questi massacri, fatti per casi di cui era prestabilita la risoluzione, lo pronunzierà la coscienza pubblica. Intanto la Prussia avea combinata la pace, per cui Italia accettò un armistizio, in forza del quale i volontarj dovettero uscire dal Tirolo, l’esercito abbandonare le sue posizioni del Tagliamento e dell’Alpone.

Non è a dire lo scontento che ne sorse, perocchè una guerra motivata unicamente dal bisogno di difendersi, ora si voleva che acquistasse al regno, non solo tutto il Lombardo-Veneto, ma il Tirolo italiano, Trieste, l’Istria, la Dalmazia, escludendo così affatto la Germania dal Mediterraneo, e prendendo per nostri confini naturali le Alpi Retiche e le Carniche. Non bastavano però esclamazioni di giornali o fremiti di volontarj a spingere i ministri a una nuova guerra, ove ci saremmo trovati soli rimpetto a 350,000 soldati dell’Austria, padrona delle fortezze, e non solo sciolta dal suo nemico, ma forse ajutata da questo. Bisognò accettare la pace di Vienna, per la quale l’Austria cede alla Francia e la Francia al regno d’Italia tutto il Lombardo-Veneto.

Questa mostra di guerra costò al regno 555 milioni. L’Austria restava così esclusa affatto dall’Italia e compita l’indipendenza: ma doleva l’aver dovuto riconoscere l’inferiorità dell’esercito e della flotta nostra: l’accettare la Venezia come un dono dalla Francia, la quale anzi volle la superflua formalità del plebiscito: il non essersi giovati di tale acquisto per correggere molti difetti dell’amministrazione, e per sistemare meglio la quistione religiosa. Questa anzi venne esacerbata, e mentre gli Austriaci aveano sempre considerato il clero come ostile alla loro dominazione, contro di esso si sfogavano i nuovi padroni: ed oltre l’invasione di predicanti e di chiese protestanti e valdesi nel Veneto, il Ministero si valse de’ pieni poteri per effettuare la soppressione delle corporazioni religiose e la confisca de’ beni ecclesiastici.

Volle credersi conseguenza di ciò la sollevazione di Palermo (17 settemb. 1866), ove lo scontento proruppe alla prima occasione, tanto da veder minacciata la perdita della Sicilia, quando si acquistava la Venezia. In un tratto la sollevazione si trovò padrona della città, ma forti truppe la sedarono. Ne seguirono carcerazioni e bandi, e la subita distruzione degli antichissimi conventi. Intanto, per la legge Crispi, in ogni provincia si erano istituite giunte per indicare le persone sospette da mandare a domicilio coatto, e ne venne una persecuzione, degna dei peggiori tempi rivoluzionarj: applicata a 4171, la più parte parrochi e monsignori.

L’eccesso portò a pensare qualche conciliazione fra la Chiesa e lo Stato: si spedì a trattare col papa per la nomina degli 80 vescovi, che mancavano alle diocesi, ma contemporaneamente si spingeva alla confisca di tutti i beni ecclesiastici e alla abolizione di tutti gli enti morali.