Delle finanze sempre maggiore si manifestava la piaga, e si asserì ufficialmente che ogni giorno si avea lo scapito di un milione. Si fecero prestiti grossissimi: dal Cavour per 720 milioni, dal Minghetti per 1000, dal Sella per 725, nè si passò pur un anno senza contrarre un nuovo debito. Riepilogando trovasi che i varj Ministeri dal 1860 al 1866, prima dell’ultima guerra, spesero 7000 milioni; de’ quali 2700 trascendono le entrate e costituiscono il disavanzo, coperto con prestiti, con alienazioni di rendita, con anticipazioni e vendite. Contro tale condizione di cose sclamava la pubblica coscienza e tramestava la politica.
Venuta la Prussia in rotta coll’Austria pel possesso dei ducati dello Schleswig e dell’Holstein, e per l’antico desiderio di quella di predominare nella Germania, cominciarono ad armarsi. L’Austria, dalle cui supposte minacce il Governo italiano avea tolto pretesto per armarsi, parve non attendere più che a difendersi entro il quadrilatero, fra Peschiera, Legnago, Mantova inespugnabile nel suo lago, Verona, munita di 500 pezzi in batteria, comunicante pel Tirolo con Vienna, e che accoglie le munizioni e le riserve; con una guarnigione di 30,000 uomini: e dappertutto forti e trincee. Chi poteva mai lusingarsi di cacciarnela, per quanto si vantasse il fornitissimo esercito e la formidabile flotta del regno? Se in ciò v’era fatuità di vanti, cosa degna di storia è l’ardore col quale, appena brillò la possibilità d’una guerra coll’Austria, la gioventù da ogni parte accorse ad arruolarsi sia nell’esercito regolare, sia nell’esercito dei volontarj. Allora riapparve uno di quei momenti solenni, in cui un popolo sente che i suoi interessi sono vivamente impegnati, che trattasi dell’onor suo, d’un gran pericolo o d’una grande speranza: sicchè ogni altro sentimento si tace, le preoccupazioni quotidiane cadono davanti al patriotismo, esaltato di dolore o di gioja, d’orgoglio o d’indignazione.
Non è qui luogo di divisare i piani preparati: tutti speravano che la guerra, lunga, difficile e di successi alternati, ritemprerebbe gli animi, farebbe prevalere i coraggiosi agli intriganti, i devoti ai gaudenti; eleverebbe qualche uomo sopra la fecciosa mediocrità; torrebbe la direzione delle cose ai pennajuoli per darla a gente d’azione. — S’ingannavano. Non era una guerra, ma un dramma diplomatico.
Veduto a segni troppo evidenti che governare la Venezia le era impossibile, l’Austria era disposta o rassegnata a farne il sagrifizio, e tanto più quando, venuta in rotta coi Prussiani pel primato nella Germania, sentì che avrebbe sempre alle spalle nemica l’Italia. Per mezzo dunque di Napoleone fece proporre al regno una alleanza o almeno la neutralità, cui compenso sarebbe la cessione di quel che ancora chiamavasi regno Lombardo-Veneto. Ma il Ministero italiano aveva già concordato altri patti colla Prussia, e il 10 aprile del 1866 stipulato che l’Italia farebbe contro l’Austria tutti gli sforzi suoi, in modo da pigliarla fra due fuochi, e assicurare così la prevalenza dei Prussiani, i quali dal canto loro non verrebbero a pace se non assicurando al regno d’Italia il Veneto.
Così, pace o guerra, inazione o sacrifizj, il Veneto era accertato. L’Europa sentì che accendeasi una guerra che divamperebbe dappertutto, sicchè cercò interporsi mediante una conferenza, a cui invitò i Potentati. L’Italia vi aderì, asserendo ch’erasi armata unicamente per difendersi e protestando non comincerebbe essa le ostilità contro l’Austria, ma che non sarebbe quieta finchè non possedesse la Venezia. L’Austria accettò pure il convegno, ma con queste riserve: 1º che nessuna delle Potenze intervenienti dovesse chiedere aumento di territorio; 2º che per trattare di cose italiane dovesse essere invitato anche un rappresentante del papa, giacchè Roma vi era interessata non men che Firenze; 3º che per punto di partenza delle trattative dovesse prendersi il trattato di Zurigo.
Ciò fu preso come un deciso rifiuto, nè l’Austria poteva più fare una cessione che cessava di parere spontanea, se prima non avesse salvato l’onore delle armi, come, nel linguaggio diplomatico, si chiama l’assassinio di migliaja di vite, e lo sperpero delle fortune d’un paese.
Un manifesto reale del 20 giugno dichiarò che le «provocazioni guerresche dell’Austria sui nostri confini e le ingiuste e improvvise minaccie d’aggressione» costringevano il regno ad armare per «compiere il programma nazionale, stato interrotto dalla pace di Villafranca, e liberarsi da una Potenza che, col suo contegno ostile e minaccioso, impediva di costituirsi all’interno, e costringeva agli incompatibili sacrifizj d’una pace armata». Dell’alleanza colla Prussia nessun atto ufficiale fe motto, per parte nè nostra nè di quella, come neppure di 150 milioni di denaro effettivo che dicesi essa mandasse all’Italia.
Allora i giornali più non seppero che gridare alle armi; l’Italia, che non avea ravvisato salvezza alle finanze se non nel ridurre l’esercito suo, lo crebbe sterminatamente, e vi aggiunse 40,000 volontarj che opererebbero sotto Garibaldi; si accelerò la confisca dei beni ecclesiastici, sorpassando a tutte le forme parlamentari; si diedero al Ministero estesissimi poteri, dei quali si valse per ordinare il corso forzoso della carta e per gettare un prestito forzato di 400 milioni.
In aggiunta si lanciò la legge dei sospetti, nominata dal Crispi, principalmente diretta contro del clero, di cui moltissimi e rispettabili membri furono imprigionati o deportati; e si istituì in ogni paese una giunta che denunziasse i sospetti.
I discorsi erano che, non essendo possibile prendere con assalto diretto il formidabile quadrilatero, si farebbe lo sforzo maggiore per mare, dove la formidabile nostra flotta era immensamente superiore all’austriaca: questa certo si ritirerebbe nel porto di Pola, ove le nostre bombe la incendierebbero; allora si porterebbe un grosso sbarco di volontarj sulle coste della Dalmazia, mentre la flotta prenderebbe Venezia, donde si assalirebbero a rovescio le fortezze; l’esercito, di oltre 400,000 uomini, superiore non solo di numero ma di abilità all’austriaco, coll’ala destra entrerebbe nel Veneto pel Basso Po e fino alle alpi di Bassano, mentre i volontarj per le alpi del Bresciano e della Valtellina invaderebbero il Tirolo, congiungendosi coll’ala destra per dare mano ai Prussiani in Baviera, e occupare Vienna, ove dettare la pace all’Austria.