In quel sangue scivolò il Ministero Minghetti-Peruzzi, e al nuovo fu messo a capo il generale Lamarmora al solo scopo di dare effetto a quella convenzione. Essa portava che fra due anni i Francesi usciranno d’Italia: il regno promette rispettare il dominio papale, nè adoprare verso di esso che mezzi morali: si assumerà la parte di debito che compete alle provincie da esso occupate: la capitale sarà da Torino trasportata entro sei mesi a Firenze.
Se di alcuna cosa fosse ancora possibile meravigliarsi nella politica odierna, sarebbe la diversa interpretazione che diedero i due contraenti alla convenzione. L’ambasciadore di Francia a quel ministro degli affari esteri dichiarava: «Noi, firmando la convenzione del 15 settembre, avevamo inteso assicurare la coesistenza in Italia di due sovranità distinte: quella del papa nei limiti odierni e quella del regno d’Italia;
2º «che mezzi morali significano per noi la persuasione, lo spirito conciliante, l’influenza degl’interessi morali e materiali, l’effetto del tempo che, calmando le passioni, dee fare scomparire gli ostacoli che fino ad oggi si opposero alla riconciliazione d’una Potenza cattolica col capo della cattolicità;
3º «che finalmente, per le eventualità non prevedute dalla convenzione, la Francia si riservò formalmente la più assoluta libertà d’azione, senza qualsiasi restrizione».
In una memorabile nota 18 novembre 1865, il cardinale Antonelli, detto come fosse strano il fare una convenzione senza tampoco informarne la parte più interessata, riprova la condotta delle Potenze verso la santa Sede, lasciandola spogliare di tutti quasi i suoi possessi. Ed ora che il papa è minacciato in quel poco che gli resta da coloro che lo circondano da ogni parte, eccolo abbandonato, senz’altra garanzia che la promessa di chi ha pronunziato, sua necessaria capitale essere Roma. Rammenta poi come la libertà dell’apostolico ministero non appartenga alla sola Roma o al suo sovrano, bensì riguardi tutti gli Stati cattolici o che hanno sudditi cattolici: essere ironico parlare «dei felici cambiamenti del Governo piemontese rispetto a Roma, mentre il sacrilego voto di Roma per capitale non fu mai ritirato, anzi ogni tratto ridestasi; mentre si assicurò, volersi adoprare tutti i mezzi morali per raggiungerlo; cioè, al partire delle truppe francesi vi si susciterà la rivoluzione, e col pretesto di calmarla si occuperà il rimasto territorio».
Tristissima restava la condizione delle provincie pontifizie, minacciate tuttodì dalla cospirazione interna e dalle mene esterne. Il papa, prevedendo quel che succederà al levarsi di colui che si era assunto di essere unico a difenderlo, benedicendo gli uffiziali prossimi a partire diceva: «Se Dio ci conserverà la tranquillità lo benedirò: se mi mandi disastri, lo benedirò ancora».
Con nobile iniziativa Pio IX avea scritto al re d’Italia, invitandolo a trattare seco per provvedere alle sedi vescovili del regno, di cui ben ottanta trovavansi vacanti, sia per morte, sia per incarceramento o esiglio dei titolari. Il re spedì a Roma con carattere confidenziale il commendatore Vegezzi, che facilmente potè venire a un accordo, ma nuove pretensioni del Ministero impedirono ogni conclusione, lasciando incancrenire la piaga delle ostilità che contro le credenze della maggioranza esercitava il Governo, «spaventato da un’opinione pubblica del tutto artificiale».
Trasferita la capitale con tutto il disordine della fretta, lo crebbero e l’attuazione dei Codici improvvisati e la rinnovazione della Camera elettiva. Il Ministero era stato modificato, e il Parlamento sciolto e intimate le nuove elezioni per la fine d’ottobre, dove il Ministero, impaurito dall’apparire di tanti cattolici, che poteano impedire le soppressioni e gl’incameramenti, voluti dagl’intolleranti e dai finanzieri, pose tutto in opera per attraversarli, laonde restò il sopravvento al partito d’azione, che secondato dalla frammassoneria, potè (come fu scritto) mostrare la sua ostilità non solo per gli uomini d’ordine, ma per gl’ingegni limpidi e i caratteri fermi. Nel discorso d’apertura, al re faceasi tacere ogni rimpianto o saluto per la capitale abbandonata, ogni parola allusiva a Venezia, eppure domandare nuovi sagrifizj; applaudirsi d’avere interrotte le trattative col papa, e annunziare non solo la soppressione degli Ordini religiosi e l’incameramento de’ beni ecclesiastici, ma la segregazione dello Stato dalla Chiesa. Erasi voluto con ciò dare un’esca al partito ormai prevalente, ma questo agognava al potere, e ben tosto il disaccordo apertissimo fra la Camera e il Ministero portò la caduta di questo.
CAPITOLO CXCV. Acquisto di Venezia e di Roma.
Cominciava l’anno 1866 fra uno scontento maggiore, quanto più fantastiche erano state le speranze. Nel Governo sentivasi mancanza di pratica, di politica, di cognizione vera dello stato pubblico, d’un deciso programma. E come averlo quando bisognava conformarsi alla diplomazia estera? e come conoscere l’opinione vera quando questa non arriva che traverso a giornali, ligi alle passioni, alle avidità, ai partiti? E i partiti stessi non si pronunziavano deciso, aspirando soppiantare chi tiene il potere senza sapere quel che faranno succedendogli.