Dell’inaspettato trionfo non osò gloriarsi il Ministero: contro cui le imprecazioni tonarono dappertutto, come i vanti al percosso: e Rattazzi restò esecrato perchè aveva prevenuto la guerra civile e l’onnipotenza delle armi. Il vero vinto era la giustizia, poichè sottraevasi un cittadino al suo giudice, nessuno osando processare l’idolo del popolo.

All’azione di Garibaldi mescolavasi quella di Mazzini, che ricominciò quella sua agitazione da impotente; mandò fuori proclami; moltiplicossi sui giornali; infine chiarì guerra al Ministero, e chiese i fondi necessarj a ravvivare l’impresa; ma mentre Garibaldi domandava un milione di fucili, cioè trenta milioni in dono, Mazzini contentavasi di trecentomila lire, e raccomandava di raccoglierle anche dai più poveri, dirigersi specialmente ai centri industriali, alle manifatture! La cospirazione rinterzò le fila; si diffusero gli stili; si protestò contro il Piemonte come erasi fatto contro l’Austria; nuova bufera gittata in un paese che già navigava in mare burrascoso.

Con intenti più vasti operava la massoneria. Colle loggie italiane corrispondevano quelle di altri paesi, principalmente per congratulare del trionfo della nazionalità e unità, e delle idee massoniche. In appresso moltiplicaronsi; e quaranta funzionavano nel 1863: nel 1864 il grand’Oriente di Torino n’avea dipendenti settantasei, di cui dieci fuor d’Italia; oltre le irregolari che dipendono o da nessuno o dal grande Oriente di Palermo. A questo avea cercato Garibaldi, dopo un famoso viaggio a Londra, incardinare le loggie tutte italiane, ma non riuscì, e invece s’adunarono a Firenze il 21 maggio 1864, dove si ripristinò l’unione fra le trenta del grand’Oriente di Torino e le altrettante di quel di Palermo sotto Garibaldi, coll’unità massonica consolidando l’unità nazionale: il grand’Oriente fu composto di venti membri del rito italiano, eguale al francese, e venti dello scozzese: appena Roma sarà divenuta capitale d’Italia, verrà proclamata sede dell’Ordine, e vi si convocherà un’assemblea generale[147].

Le loggie nel 1865 erano cresciute a cenquindici, ed operarono efficacemente nelle elezioni di quell’anno. Loro principale obiettivo è Roma, centro dell’unità cattolica. Pertanto Pio IX pensò premunire coloro che si illudessero col credere la massoneria solo occupata ad ajutare i poveri e sollevare i sofferenti.

Un riso beffardo si levò perchè il papa, minacciato d’ogni parte e già prossimo a perdere il suo dominio temporale, avesse tirato fuori una predica dal cassone, e coi luoghi comuni fulminato quell’associazione di trastullo o di beneficenza. Ma i sinceri accertano, essere efficacissimi gl’intendimenti secreti della massoneria, nella quale sono venute a colare tutte le società ch’eransi formate dapprima per abbattere i principi antichi, poi riunite per usufruttare il regno nuovo.

L’opera provvidenziale di formare la nazione fra tanti disordini di popoli e inettezza di governanti, apparve singolarmente nella serie di ministeri che sbalzaronsi a vicenda, e che compromisero l’onore e l’orgoglio del paese, e lasciarono, quanto fu da loro, soffogare la coscienza pubblica, il sentimento del diritto, il discernimento del bene e del male, mediante l’indisciplina espressa da atti o violenti o avidi e da una stampa vendereccia o piazzajuola, che sovverte l’opinione arrogandosi d’esprimerla.

Costoro fomentavano il mal essere, e in parte lo creavano mettendo a nudo o anche esagerando i pubblici sofferimenti; il debito pubblico andar più sempre ingrossando; durare tuttavia i briganti: non nata l’industria: spento il commercio sotto gl’improvvidi trattati esteri e la mancanza di capitali; dimezzato il valore de’ beni fondi; nessun ostacolo alle dilapidazioni e prevaricazioni degl’impiegati; scontenti le migliaja di frati e monache, continuamente minacciati di soppressione; spinta alla manìa la voglia dei godimenti e l’intolleranza dei doveri: il Governo non sapere altro se non vendere, far debiti, mettere imposizioni: mezzo suo la corruzione: teoria il distruggere: circondarsi di nullità: comprare i piazzajuoli perchè applaudissero e ingannassero, deprimendo la probità e la capacità: invece di dare vita indipendente ai Comuni, vi si fomentava la febbre dello spendere e indebitarsi: lo sgoverno era eretto a sistema; non rivoluzione, non riordinamento: il Parlamento disonoravasi non solo coll’ignoranza, ma con bassezza di calunnie, d’ingiustizie.

Infatto i delitti crebbero a segno, che dovettero moltiplicarsi le prigioni, destinandovi principalmente i conventi, e spendendovi venti milioni l’anno, oltre i bagni: nel 1865 non meno di 60,360 arresti furono fatti dalla sola arma de’ carabinieri, mentre internamente i costumi si sbrigliavano, lettere e scienze giacevano, a dir poco, neglette, a vergogna de’ ministri che ogni tratto piantavano e spiantavano nuovi metodi di istruzione quando nè la gioventù nè i professori aveano voglia di studiare: onde non riuscivano che ad incepparla pedantescamente fra ispettori, presidi, provveditori. Mentre si minacciava continuamente al vicino esoso, non si preparavano i modi onde rapidamente trasformare le truppe dallo stato di pace a quello di guerra.

Fra ciò lo Stato teologizzava; premiava e decorava i preti meno meritevoli; si arrestarono alcuni che soscrissero un indirizzo al papa; proibivasi l’obolo di san Pietro, mentre raccomandavasi la soscrizione al giornale e all’indirizzo d’un padre Passaglia. Così, non potendo trarre Roma all’Italia, scalzavasi il principio cattolico, calpestavasi colla religione ogni sentimento d’autorità. L’emigrazione crebbe a proporzione elevatissima. Onde era uno scontento di tutti, eccetto quel milione di persone che rosica alla greppia del Governo.

Alle accuse contrapponeasi la consolazione di vedere il regno riconosciuto dalla Spagna, dalla Baviera, dalla Sassonia, dopo che l’avevano fatto e la Russia e la Prussia, sempre tutte protestando accettare il fatto, senza ledere il diritto di nessun pretendente; contrapponeasi la gloria dell’essere nazione, del sentirsi grandi. Pure confessavasi troppo pesante la dipendenza dal forestiero. Il Ministero, quasi a sua discolpa, dichiarò che «da Torino non si potea governare». Ma a tai detti pochi s’accorsero di ciò che si tramava. In fatto improvvisamente si annunziò che, il 15 settembre 1864, il Governo avea conchiuso colla Francia una convenzione, per la quale otteneva Roma all’Italia, col patto di trasferire la capitale a Firenze. La prima parte faceva tollerare la seconda; ma come si scoprì ch’era bugiarda, proruppe lo sdegno de’ Torinesi, il quale fu interpretato per ribellione, e domato con una strage, qual mai non erasi fatta in nessuna delle città ribelli, quasi a provare che si sapea reprimere ogni rivolta, fin sulla città più fedele e iniziatrice, sul popolo più soldatesco.