Per effettuare la coscrizione, il Governo doveva colà applicar le sue leggi, e poichè i natii vi repugnavano, ne nascea la trista necessità di rigori. A Licata si tolse l’acqua in punizione; si cacciarono in carcere madri e spose lattanti perchè i figli o i mariti erano contumaci; altri eccessi erano consigliati dallo zelo de’ nuovi impiegati.

Nella tornata 5 dicembre 1863 della Camera dei deputati si dovette fremere all’esposizione che amici e nemici fecero dello stato della Sicilia. Gli abitanti di Girgenti progettavano di migrar tutti insieme; Palermo fu messo in istato d’assedio, e la popolazione era unanime contro i forestieri; sessantaquattro carabinieri in un anno furono assassinati. Il ministro Pisanelli esclamava: «Se un uomo di Stato s’inchinasse verso le popolazioni napoletane come un medico sul morente per esplorarne i dolori, udrebbe: «Noi ci sentiamo feriti, ci sentiamo umiliati».

Da ciò orribile incremento del brigantaggio. Sono strani e sin feroci i modi con cui venne combattuto: si vuol mostrarsi zelanti e si diventa feroci; si sveglia lo spirito di calunnia e di denunzia; cadono sotto le stesse reti e liberali e retrivi, e la coscienza pubblica si sgomenta. Fu votata una legge, che prese il nome del deputato Pica, ove metteasi che almeno i côlti fossero sottoposti a qualche forma di giudizio, e non solo la morte, ma potesse infliggersi o la prigionia o la relegazione; pur si ricorreva fino alla taglia, come ne’ tempi più calamitosi.

Garibaldi intanto continuava la sua corsa trionfale per la Lombardia: fermatosi ai bagni di Trescorre fra Bergamo e Brescia, ivi accorreano come a santuario i suoi devoti, e i giovani che seco aveano combattuto, e quei che speravano combatter seco; e formavasi un battaglione di volontarj, a titolo di voler andare nelle provincie meridionali a sconfiggere i briganti, meglio che nol sapessero le truppe regie. Insomma voleasi per forza di popolo compire ciò chela diplomazia non permetteva agli eserciti regolari; e dal Tirolo non men che dalla Dalmazia metter fuoco al Lombardo-Veneto. Il Governo pensò impedirlo seriamente, attesochè gli Austriaci avrebbero potuto prendere il passo innanzi, e difendersi nel modo migliore, cioè attaccando. Si fa qualche arresto, ma Garibaldi protesta altamente, aver egli stesso raccolti a Sárnico quei giovani, smaniosi di servire un’altra volta la patria. Ciò impediva i tribunali dal giudicarli secondo la legge.

Diminuivasi dunque anche la giustizia, onde l’Italia potea trovarsi gettata in quelle annuali insurrezioni militari, di cui sono tormentate da sì lungo tempo la Spagna e le antiche sue colonie. Che il Governo avesse intelligenze con Garibaldi non v’è dubbio; ma mentre esso parlava di Grecia e di Albania, Garibaldi intendeva Roma, e forse credea realmente che il Gabinetto non facesse che dissimulare la meta vera. Come aveva voluto nel 1860 che fosse cassato di ministro Cavour, così ora il voleva di Rattazzi, e che si rinnegasse l’alleanza di Francia e si assalisse Roma, e non cessava di lagnarsi gli si fosse interrotto il progetto di provocar l’Austria, e costringerla a rompere ella stessa le ostilità, nelle quali infallibilmente soccomberebbe. Nel Parlamento (sbigottito dall’esposizione finanziaria che attestava pel 1862 uno squilibrio di 432 milioni) le interpellanze imbarazzavano il Ministero, mentre non sollevavano che un lembo del velo che tutto offuscava: ma parve la vittoria rimanesse al Ministero, poichè la maggioranza gli raccomandava di tener illese le prerogative della Corona e del Parlamento; e alle Potenze estere mandava attestando essere e risoluto e forte abbastanza per reprimere qualunque turbamento, senza riguardi a persona qual si fosse.

Garibaldi sbarcò a Palermo, accolto con frenetici applausi come venuto a liberarli da questi, siccome già dai Borbonici. L’entusiasmo propagavasi a tutta l’isola; attruppamenti; grida sediziose; raccoglievansi volontarj e denari; la guardia nazionale vi teneva mano; il prefetto denunciava mene del partito borbonico e de’ clericali, e scontentezza per le nuove tasse del registro e bollo.

Cresceva la persuasione che Garibaldi operasse d’accordo col Ministero, e poichè questo non avea dato nessuna istruzione ai prefetti, avea rimesso in libertà i sollevati di Sárnico, neppur impedendo partissero per la Sicilia, supponeansi intenzioni nascoste, che le autorità locali dovessero ignorare, ma non contrariare.

Garibaldi stesso (10 luglio) passando in rassegna la guardia nazionale davanti alle autorità civili e militari, svelenivasi contro Napoleone che impediva all’Italia di occupar Roma: e cinquantamila spettatori applaudivano a furia, e la stampa diffondeva per tutto il mondo ingiurie contro l’autore della emancipazione italiana, come fosse ostacolo alla italiana unità: le dimostrazioni di piazza prorompevano in altre città e notabilmente a Milano, fin a insultare la casa del console di Francia. Le autorità municipali connivevano se non eccitavano; anzi a Milano emisero esse prime il motto di Roma o morte, che subito, con tutta la frenesia dell’imitazione e della paura, fu scritto su tutti i cappelli, e si propagò a Genova, a Brescia, dappertutto, urlando contro la Francia, e dalle bandiere tricolori levando le strisce azzurre che soleano accompagnarle.

Il Governo più non potea starsi quieto: mandò in Sicilia il generale Cugia, con otto reggimenti di truppe e quattro battaglioni di bersaglieri; e facea fare dal re un proclama (3 agosto), ove riprovava quei «giovani inesperti e delusi, che faceano segno di guerra il nome di Roma»; si guardassero dalle colpevoli impazienze e dalle improvvide agitazioni; ogni appello che non fosse il suo era «ribellione e guerra civile».

Si arrivò a creder finzione anche ciò. Garibaldi leggeva a’ suoi sdegnoso il proclama reale, asserendolo opera dei ministri, mentr’egli col re aveva altre intelligenze. E diviso il suo esercito in tre colonne, una dirigeva a Messina, una verso Girgenti, una menava egli stesso per Caltanisetta, e ricevendo continui rinforzi, giungeva a Catania. Se toccasse il continente, la guerra civile era inevitabile; già erano disposti novemila uomini a Castelpucci per entrar nell’Umbria, altri verrebbero da Bologna, seimila dal mare, convergendo sopra Roma; la demagogia concentrerebbe tutti i suoi sforzi con quelli dell’eroe. Il quale, fidato nella sua stella e nell’insurrezione, su due vapori francesi imbarcava i suoi, e traverso alla flotta regia, sbarcava a Melito in Calabria. Il Governo dichiara in istato d’assedio e l’isola e la terraferma napolitana, affidando pieni poteri al generale Lamarmora, che procede risolutamente, impedisce ogni moto della Basilicata e della Calabria. Garibaldi respinto a Reggio, guadagna le alture di Aspromonte, divisando di là sparger bande alle sottoposte marine che propaghino la rivoluzione. Ma Cialdini manda il colonnello Pallavicini che lo attacca e ferisce: duemila Garibaldini sono fatti prigioni da milleduecento soldati regolari, e la campagna è terminata.