Garibaldi, creazione del pensiero popolare, acquistava le proporzioni non d’un eroe ma d’un dio. L’amor proprio gli fu solleticato dalle immense lodi profusegli da un secolo meticoloso, debole, egoista, cui parve fenomeno un uomo che non ha esitanze o riguardi, non cerca impieghi, decorazioni, stipendj. Bisognò conchiudere che l’ambizione sua era più elevata, e trovava soddisfazione nel servir la nazione, sebbene talvolta siasi messo fin sopra di essa, esclamando: «L’Italia l’ho fatta io; posso disfarla».

Sciaguratamente trovossi a lato settarj egoisti, inetti al Governo perchè formati nelle società segrete, e che davano consigli personali, gretti, irosi; cortigiani, che sono ben lungi dal suo disinteresse, talvolta gl’insinuarono ch’e’ sia l’apostolo dell’umanità, l’iniziatore di tutte le rivoluzioni da farsi, di tutte le nazionalità da costituirsi.

Cavour, maneggiatore di giornali, e abile a scassinare il credito altrui nei caffè o alla tribuna, avea saputo dargli il gambetto dopo le imprese nell’Italia meridionale, e surrogare a lui il re, ai volontarj il Parlamento; non volle lasciargli vincere neppure i più innocenti puntigli, come la medaglia di cui volea decorare i Garibaldini; concitò contro di questi le gelosie dell’esercito.

Ricasoli sottentrato, restituì a Garibaldi l’iniziativa, sebbene si trovasse costretto a dichiarazioni e concessioni intempestive. I Garibaldini erano scontenti che la conquista da essi vantata del Napolitano fosse attribuita ai regj: i Mazziniani disapprovavano l’aver consolidata la monarchia; molti tornavano verso l’unione federale. Per satollare tutti non v’era che offrir in pascolo Roma, e tutti speravano da oggi a domani vederla occupata.

Ricasoli, che l’invasione di Roma sentiva impeditagli dalla cattolicità, diresse al papa una lettera (10 settemb.) per persuaderlo ad una transazione, per cui, rinunziando al potere temporale, s’assicurerebbe ampie facoltà spirituali. Suggeriva insomma che il papa conservasse l’alto dominio sopra gli Stati toltigli, e la sovranità assoluta di Roma e del Patrimonio di san Pietro, formanti uno Stato autonomo, con governo laico: il re d’Italia pagherebbe un tributo, ma governerebbe le provincie come parte integrale del regno: le Potenze garantirebbero il trattato, e si obbligherebbero ad un sussidio al pontefice.

Col titolo di solennizzare la canonizzazione di martiri del Giappone, il papa convocava a Roma grandissimo numero di prelati da tutta la cristianità; i quali in tal occasione dichiararono che, per l’indipendenza spirituale della Sede pontifizia, credevano, ora più che mai necessaria la conservazione del potere temporale.

Ne fremettero gli esagerati: e costituivasi un’Assemblea nazionale italiana per promuover arrolamenti di volontarj, con comitati dappertutto. Ne crescevano la baldanza dei sommovitori e le apprensioni del Governo, che prima parea secondarli; sicchè Ricasoli, soverchiato dalla sinistra, abbandonato dalla destra, dovette rassegnar i poteri il giorno appunto (2 marzo) che Garibaldi sbarcava a Genova. Rattazzi, richiamato alla presidenza del Ministero, Garibaldi mostrò aggradirlo, e s’intese con lui per portar la rivoluzione in Grecia, in Albania, nel Montenegro, poi nell’Ungheria; di là prendere alle spalle l’Austria, e strapparle la Venezia.

A Genova intanto tenevasi un’adunanza (9 marzo), diretta a collegare in un’Associazione emancipatrice tutte le associazioni democratiche del regno, collo scopo di compiere il plebiscito 21 ottobre 1860; con Roma capitale; eguaglianza de’ diritti politici in tutte le classi; concorso delle armi civiche a promuovere e assicurare l’unità e la libertà della patria. Per quanto i capi temperassero i discorsi e le risoluzioni, appariva il costituirsi d’un potere estralegale, che esautorerebbe il Governo, e lo trascinerebbe ai fini, che sono rappresentati da Garibaldi e Mazzini: sol come una necessità o un atto di gratitudine accettando la monarchia, finchè i casi europei portassero ad altro principio più razionale.

Di fatto Garibaldi passa in Lombardia, e in tutte le città inaugura i tiri nazionali, con feste e con discorsi che dicevano assai, e pur lasciavano intendere di più: proclamavasi l’êra dei popoli; l’apoteosi della carabina: «Donne, sospendete al capoletto la santa carabina»; ed ogni ovazione dovea finire con un improperio a Roma, una provocazione contro i preti, scabbia d’Italia, vermi da calpestare. Per moderare la trascendenza, il Governo credette opportuno fondere coll’esercito antico il meridionale, qual erasi costituito sotto Garibaldi e con volontari. Provvedimento che disgustò e i tanti ufficiali garibaldini dimessi, e quei dell’antico esercito che si vedeano sorpassati da gente subitaria.

Si pensò pure di mandar il re a Napoli, tristissima essendo la condizione delle Due Sicilie. Moltissimi erano gl’interessi guastati in un paese che cessava d’esser autonomo, in una gran città decaduta da capitale, in un regno dove le imposte venivano più che triplicate; tolte le istituzioni più lodate, fra cui il Banco di San Giacomo che tanto era prosperato.