Il generale Cialdini presto raccolse quanto era duopo a un serio assedio di Gaeta, mentre l’ammiraglio Persano disponeva la flotta per mare: e l’imperatore di Francia, che aveva dichiarato non permetterebbe l’attacco da quella parte, recedendo da tal proposito, fece dalle sue navi abbandonare la rada, e così fu intimato il blocco.

La difesa fu degna di miglior sorte, e lunghissima sarebbe durata se non intervenivano o casi o arti inattese. Il 5 febbrajo scoppiava in Gaeta (non si sa bene se per accidente o per altra cagione, dice la relazione officiale) un deposito di polveri, onde moltissimi morti e feriti, e, aperta larga breccia, era impossibile di più resistere. Il 13 febbrajo si capitolò. La famiglia reale s’imbarcava per Civitavecchia, accolta dal papa coll’amorevolezza ond’egli n’era stato accolto nel suo esiglio. La cittadella di Messina, tenuta dal maresciallo Fergola con 4000 uomini, negò lungo tempo rendersi, finchè Cialdini la prese.

Da tutto ciò nacquero scontenti, e viepiù nella Sicilia, per molti mesi in mano dei prodittatori, che non essendo d’accordo sulle sorti future dell’isola, variarono d’intenti, patendone e le finanze, e la sicurezza pubblica, e la libertà.

I volontarj stavano ancora sotto la mano di Garibaldi, vogliosi di lanciarsi contro gli Stati Pontifizj, dacchè vedevano che l’imperatore dei Francesi era disposto a lasciar fare. Di ciò s’inquietavano le Potenze, che unanimemente avevano considerata l’indipendenza del pontefice come reclamata dal mondo cattolico, e non credevano opportuno restasse in tutela della sola Francia; ma l’imperatore le rassicurava: aver veduto mal volentieri la caduta del regno delle Due Sicilie, e violate le stipulazioni di Zurigo, ma i fatti compiuti non potersi non riconoscere.

Garibaldi domandava sino in Parlamento un milione di fucili, e non dava pace al Ministero, e massime al Cavour, «il cattivo genio d’Italia», quasi gli avesse guasta l’impresa di Napoli coll’introdurvi le truppe regie, e credeva poter gettarsi contro l’imbelle Roma come contro l’armato quadrilatero, e di là avventare la rivoluzione in Austria, in Boemia, in Ungheria, e rassettare tutta Europa nell’ordine nuovo.

E il re di Sardegna mutava il titolo con quello di re d’Italia (1861 27 marzo); e la Camera accettava un ordine del giorno pel quale si riconosceva l’Italia una e Roma sua capitale. Le Potenze ne protestarono e Russia e Prussia richiamarono l’ambasciatore: lo stesso imperatore dei Francesi ricusava di riconoscere il nuovo regno.

Tutto ciò rese amari gli ultimi giorni di Cavour, che spirava il 6 giugno a cinquantun anno; ogni bene che accadde da poi, si disse conseguenza del preparato da lui; ogni male, conseguenza dell’essere egli mancato. Tanto era morto a tempo.

Il succeduto Ministero Ricasoli durò nel proposito di voler Roma e Venezia, o almeno di dirlo: e se Cavour lo sperava dalla Francia, Ricasoli confidava nell’Inghilterra.

La Francia, quasi a consolazione della perdita del gran ministro, riconobbe il nuovo regno, o piuttosto il titolo di re d’Italia assunto da Vittorio Emanuele II, «declinando qualunque solidarietà in imprese atte a turbare la pace dell’Europa» (Moniteur 25 giugno): frasi elastiche, malgrado le quali adoprò anche in appresso perchè altre Potenze lo riconoscessero, siccome hanno fatto.

Ma dacchè erasi costituito un Governo, doveva cessare la rivoluzione; bisognava tornare a qualche calma gli spiriti, a qualche ordine la sovvertita Italia, ricostituire l’esercito, risanguare le finanze, ridurre le nuove provincie ad abbandonare e le pretensioni e le abitudini per uniformarsi ad unità: tutto ciò fra le esorbitanze dei rivoluzionarj, e l’ebbrezza di successi che nulla lasciavano credere impossibile.