Non minore sentivasi l’agitazione nelle Due Sicilie, commosse dai tanti esuli, che non erano voluti rimpatriare malgrado l’amnistia. Morto Ferdinando II (1859 maggio), succedeva il giovane figlio Francesco. Col mandar via novantun cittadini sgombrò le carceri politiche. Del prender parte alla guerra dell’indipendenza sentiva il pericolo. Mancatane l’occasione per la pace di Villafranca, moltiplicaronsi le imputazioni contro il re, che aveva lasciato decidere le sorti italiane senza di lui.
In Sicilia s’indussero a sollevarsi alcuni, ed ora si gridavano decaduti i Borboni, ora si acclamava Vittorio Emanuele. Da ciò il dover adunarsi truppe a difesa dell’isola, e l’occhieggiarla tutti i rivoluzionarj come opportuno appoggio. Infatti a Genova si preparava una spedizione; tutti sapevano che il 5 maggio Garibaldi s’imbarcherebbe co’ suoi; e infatti quel giorno, occupati con finta violenza due legni della società Rubattino, costeggiavano raccogliendo da ogni proda uomini e armi. Tutta Italia si scosse all’annunzio di questo fatto e all’incertezza della destinazione.
Quei mille ardimentosi sbarcarono a Marsala, dove legni inglesi ne agevolarono la discesa, impedendo che le navi napoletane potessero bombardare i battelli se non quando furono vuoti. Garibaldi (1860 12 maggio), avuti pochi seguaci e cavalli, procedette verso Milazzo, il fascino del successo accrescendogli seguaci e applausi: egli si proclama dittatore a nome di Vittorio Emanuele (14 maggio); superata a Calatafimi una piccola resistenza, giunge a Palermo, che fu presa via per via, poco mescolandovisi i cittadini: al 6 giugno soscrivevasi la convenzione, per cui 30,000 buoni soldati cedevano a un pugno di ragunaticci, e parte arrolavansi con questi, parte salpavano pel continente.
Già il resto dell’isola erasi sollevato. A Palermo sistemavasi un Governo, ma Garibaldi non consentì l’immediata annessione al regno d’Italia, avria potuto farsi o re o capo di repubblica.
Facile è immaginarsi lo scompiglio di Napoli, ben prevedendo che la rivoluzione, ormai padrona dell’isola, si appiglierebbe al continente; per condiscendenza a chi credeva così rimuovere il pericolo si richiamò in vigore la Costituzione del 1848, mettendo a capo del Ministero lo Spinelli, in voce di liberale; si mandarono Manna e Winspeare a Torino per far lega offensiva e difensiva.
A questi temporeggiava le risposte il Cavour, col pretesto di voler rispettare il voto dei popoli e non conoscere le intenzioni di Garibaldi, al quale il re dirigeva una lettera consigliandolo a non più conturbare il regno.
Il tentennare del Governo napoletano, come succede in ogni rivoluzione, lasciava sfrenare le passioni, onde delitti e cozzi, e tumulti e rivolte contro i rappresentanti o del popolo o del Governo o delle Potenze. La flotta, che unica poteva riparare un’invasione, diveniva sempre più sospetta. E già Garibaldini sbarcavano qua e là: Garibaldi stesso scende a Reggio; le provincie insorgono; il re, veduta vana la resistenza, lascia la capitale per non esporla a un assalto, e per concentrarsi a Capua e Gaeta, dopo protestato contro quanto avveniva.
Liborio Romano, suo ministro fin a quel giorno, mandò subito invitar Garibaldi, dicendolo aspettato come un liberatore: Garibaldi entrava senza seguito come senza ostacolo: e padrone qui pure faceva atti sovrani, e consegnava la flotta al Persano ammiraglio piemontese, e la Corona a Vittorio Emanuele.
Le truppe italiane entravano nel regno per Pescara, e unitesi a Garibaldi che sul Volturno era dovuto arrestarsi, attaccavano Capua che s’arrendeva. Re Vittorio mosse alla volta del Napolitano «per rassodare l’ordine» e fermare e spegnere la rivoluzione; e alle Camere domandava il voto di approvazione alla politica fin là seguita, e di poter unire allo Stato le nuove provincie; e n’ebbe 296 voti con 6 contrarj. Proclamavasi in Napoli il plebiscito che annetteva anche quel regno (3 novembre).
Chiuso in Gaeta, il re di Napoli doveva aspettare o che il popolo si riavesse dalla sorpresa, o lo soccorressero i re, i quali comprendessero che nel trionfo dell’insurrezione trattavasi la propria loro causa, e volessero far rispettare o la dignità regia, o il diritto delle genti, o le loro promesse.