Un’Assemblea costituente accoltasi in Firenze il 10 agosto decretava decaduta la Casa di Lorena. Poca fatica durò per conservare in quiete il popolo toscano, che non aveva preso parte al tumulto; e per soddisfare ai voti di coloro che volevano si concorresse alla guerra dell’indipendenza, pregò il re di Piemonte ad assumere la dittatura militare del paese. Il napoletano Ulloa diede spinta agli ordinamenti militari, negletti in paese. I triumviri Danzini, Malenchini e Peruzzi in tredici giorni fecero più leggi e provvedimenti che altri in molti anni, poi rassegnarono i poteri in mano al Buoncompagni. Egli creò un Ministero, preseduto da Bettino Ricasoli, e tutti si diedero a riformare a pressa pressa, cercando soprattutto creare istituzioni che rimarrebbero al paese quand’anche venisse annesso al nuovo regno. Con fermezza moderarono l’interno, e repressero così coloro che volevano portar la rivolta nel Napoletano e negli Stati Pontifizj, così i fiacchi tentativi degli affezionati al prisco Governo, i quali si limitavano a guajolare, tener il broncio, far epigrammi e lanciare qualche petardo. Ma poichè realmente in mano della Toscana stava il decidere se la federazione pattuita fosse possibile, colà si diressero tutti gli sforzi e gl’intrighi.

E scopo comune era sofisticare il trattato di Villafranca, e ridurlo a parola morta, atteso che l’imperatore dei Francesi ripeteva assolutamente volerlo osservato, ma non permetterebbe mai che altri s’intromettesse nelle sorti italiane, neppure i Napoletani che pur sono italiani. Capirono il linguaggio i realisti, e solo vedeano che bisognava accelerare, prima che la riflessione sottentrasse.

Così l’idea della confederazione diveniva ognor meno possibile. Come il papa sarebbe potuto essere a capo d’un’unione che aveagli già tolto metà del dominio? Come il re di Napoli, che pur sentivasi minacciato? e come non vedere che l’Austria vi ricupererebbe quel primato, per abbattere il quale erasi versato tanto sangue? Inoltre la confederazione tende al repubblicano, mentre ora l’Europa è foggiata alla monarchia, o alle varie forme dell’assolutismo democratico, troppo avverse all’assoluta libertà. Benchè dunque ripetuta nella pace di Zurigo, conchiusa il 17 ottobre, e giurata da Francia e Piemonte, la confederazione metteasi sotto i piedi, vagheggiando l’unità geografica, il regno forte, il pesar sulla bilancia europea.

Un opuscolo parigino Il papa e il congresso, scritto o consentito dall’imperatore, asseriva la necessità del dominio pontifizio, ma ristretto a Roma e suo circondario; e parve un sagrificare alla nazionalità i diritti pattuiti. Cavour, che opportunamente erasi ritirato, ritornò al Ministero (1860 14 gennajo) con propositi nuovi, quali erano di tentare l’acquisto non più soltanto dell’Alta Italia, ma di tutta. Osare molto è il modo di riuscire.

L’imperatore de’ Francesi cercò ancora fermar quella valanga delle annessioni con consigli e proteste; e proponeva al regno d’Italia s’annettesse Parma e Piacenza: la Toscana tornasse nella sua autonomia politica; le Romagne avessero un’amministrazione laica col vicariato di Vittorio Emanuele in nome del pontefice. Ma queste interposizioni non si credettero mai sincere, o si pensò poterle sorpassare francamente. In fatto stabilivasi che l’Emilia e la Toscana col suffragio universale dicessero sì o no sulla formola, «Annessione al regno costituzionale di Vittorio Emanuele, o dominio separato».

Compita la votazione colla inevitabile superiorità del , il Farini e il Ricasoli recavano a Torino (22 marzo) gli omaggi di quelle provincie, che restavano dichiarate parte integrante del regno italico.

Alle Potenze europee non poteva piacere questa infrazione dei trattati del 1815, che alle stipulazioni diplomatiche surrogava il suffragio popolare. «Attesi questi incrementi» Napoleone reclamò la cessione alla Francia di Nizza e della Savoja. Cavour poco esitava su questo patto, del resto già consentito a Plombières.

La facilità con cui erano riuscite l’Emilia e la Toscana, e gli applausi che vi si alzavano, doveano essere stimolo al resto d’Italia ad imitarle. In fatto l’Umbria e le Marche erano sommosse dagli impazienti, viepiù dacchè parea la Francia voler rimettere l’accordo tra il papa ed il regno. La politica romana era diretta dal cardinale Antonelli, ed era venuto ministro delle armi monsignor De Mérode, figlio di quel che fu capo e martire della rivoluzione, per cui nel 1880 il Belgio cattolico si sottrasse all’Olanda protestante. Per un drammatico accidente da soldato fattosi prete e cameriere di Sua Santità, con ingegno brillante e attività instancabile si fece campione della causa del papa, e con ardito concetto pensò dar alla santa Sede una forza propria. Chiese a ciò un generale di grand’abilità nell’organizzare, il Lamoricière, onestissimo uomo quanto prode soldato, vincitore di Costantina e di Abdel-Kader, popolarissimo per aver creato il corpo degli zuavi, poi ritiratosi malcontento dagli affari e dalle armi quando alla repubblica successe l’impero. Egli accettò, sia per devozione alla santa Sede, sia per esercitare la propria attività, e l’imperatore, cui dovea piacere questo modo di trarsi d’impaccio, gli consentì l’andata. Si fece appello a tutti i Cattolici come a nuova crociata; e vi accorsero molti della nobiltà francese e belga, non ricevendo soldo; molti giovinetti usciti dai collegj di Francia vennero a schierarvisi come un tempo alle crociate, poi alla guerra d’America; taluni accompagnati dai loro parenti. Ma il Lamoricière capiva che gente sì fatta è eccellente per colpi di mano, all’uso di Garibaldi, mentre qui si trattava di tener l’ordine interno, e seriamente imporre a un nemico che si presentasse.

Ai rivoluzionarj spiaceva questa possibilità di difesa, onde accaloravano le esclamazioni esterne e le irrequietudini interne; formavansi bande; cresceano i delitti, tantochè il Governo italiano spediva un’intimata a Roma che le bande d’avventurieri formatesi sotto un capitano straniero si licenziassero, se no, l’esercito italiano invaderebbe le provincie pontifizie.

Prima che la risposta potesse giungere, il generale Fanti invadeva la Romagna (1860 11 settemb.): Cialdini penetrava nelle Marche, Della Rocca nell’Umbria. Lamoricière, scorgendo non poter resistere, cercò guadagnare Ancona, ma raggiunto a Castelfidardo, fu disfatto (18 settemb.), e a stento potè giungere soletto ad Ancona, che per nulla preparata, dopo breve assedio cedeva. Così le Marche e l’Umbria entrarono a far parte della famiglia italica.