Ma l’Europa si adombrava dell’immensa influenza che la Francia veniva ad acquistare nella penisola. Credeasi necessario alla Confederazione Germanica che l’Austria restasse padrona della linea del Mincio; e dieci giorni dopo la battaglia di Magenta, la Gazzetta Prussiana annunziò che si mobilizzavano sei dei nove corpi dell’armata prussiana. Potea dunque credersi che la Germania si movesse tutta a soccorrere l’Austria, che fino allora aveala indarno richiesta.
In Francia pure stavasi inquieti, sì perchè vedeasi dilatare la rivoluzione, sì perchè spiaceva il combattere a fianco di quel Garibaldi che tanti Francesi aveva uccisi nel 1849; e mentre a Plombières si era convenuto che la Sardegna guerreggebbe solo con truppe organizzate, esclusi i corpi franchi, or vedeasi il nome di lui ne’ bollettini a fianco a quelli di Niel, di L’Espinasse, d’altri luogotenenti d’Oudinot.
Rimostranze di vario genere arrivavano dunque al campo dell’imperatore. D’altra parte, egli era rimasto sbigottito dalla strage di Solferino: incerte essere le sorti della guerra, ed egli affrontando le fortezze, dovrebbe combattere non più colle bajonette ma coi cannoni, e sapeva che gli Austriaci aveano intero l’esercito, preparavansi a una nuova battaglia, non meno fiera e pericolosa: e in ogni modo rinserrandosi nel quadrilatero, erano certi di resistere.
Mandò dunque esibire all’imperatore d’Austria un armistizio (8 luglio), e invitatolo a sè, conchiuse con esso un accordo (12 luglio). Davasi egli la parte migliore, offrendo pace dopo la vittoria: l’imperatore d’Austria l’accettava come abbattuto dalla sventura, non privato di forze.
Le condizioni ne erano: l’Austria cedeva la Lombardia all’imperatore de’ Francesi, che la donava al re di Sardegna. L’imperatore d’Austria conserva la Venezia, la quale entra in una confederazione italiana, preseduta dal papa; non s’impedirà la ristaurazione dei principi: s’aumenteranno i possessi del granduca di Toscana.
Tutto ciò erasi combinato senza farne motto agl’Italiani, e perciò il ministro Cavour, vedendo falliti gli accordi fatti a Plombières, gittò via il portafoglio, e quindi, ritiratosi alla sua villa di Leri (12 giugno), disse col solito sogghigno: «Or ricominceremo a cospirare». E così fece, affaticandosi ad eludere la firma del suo re come avea già eluso l’Austria. Il portafoglio fu raccolto da Rattazzi, sul quale pesò dunque tutta l’impopolarità di quel trattato.
La Lombardia restava, con tutte le regole dell’antica diplomazia, acquistata al Piemonte. Il Parlamento aveva concesso i pieni poteri al Governo, valendosi dei quali, il nuovo paese venne ridotto all’assetto piemontese. Ne derivarono infiniti malcontenti; e dovendo allora confessare molti e sentire tutti che l’amministrazione in Lombardia era assai superiore, più pronto ed esatto il servizio delle casse, più regolari la finanza e i protocolli, più indipendente l’organizzazione comunale e la giudiziaria, più liberale il Codice civile, meno fiero il criminale, pareva che il Piemonte potesse imparare e adottare assai. Ma la ragion politica induceva a tutto rovesciare, sì per prevenire ogni idea di ristabilimento del dominio antico, sì per rimuovere le aspirazioni di parità e d’autonomia: e tanto più quando credevasi la conquista del Piemonte si fermerebbe a questo punto.
Gli Austriaci avevano portata con sè la corona ferrea, e conservato al paese rimasto il nome di Regno Lombardo-Veneto, benchè del Lombardo non ritenessero che parte del Mantovano. Neppure il Po restava esatto confine, giacchè serbavano parte di territorio anche sulla destra in modo da poter varcarlo a loro voglia.
Ma già il Piemonte, elevato a Regno dell’Alta Italia, grandezze maggiori agognava. La pace di Villafranca non era per anco ratificata, come fu poi a Zurigo, e già tutto era disposto a violarla. Nei Ducati e nelle Legazioni si protestò non voler più gli antichi principi. Clamorose deputazioni da tutte le parti venivano a fondersi col nuovo regno; ma poichè ne mostrava alta disapprovazione l’imperatore, il re non volle che «accogliere i loro voti», fece protestare dai giornali contro l’illegalità d’un pugno di cospiratori che esprimevansi a nome delle popolazioni; intanto però lo stemma di Savoja s’alzava dappertutto, e i dittatori dichiaravano governare in nome del re Vittorio (24 7bre). Quando vennero i deputati delle Romagne, il re accolse parimente i loro voti. Meno agevole fu il sollevarsi dell’Umbria e delle Marche; ed essendo insorta Perugia, fu presa dagli Svizzeri pontifizj.
Il Governo aveva mandato governatori Farini a Modena, Pallieri a Parma, a Bologna Azeglio, poi Lionetto Cipriano per tutte le Romagne. E subito si fecero prestiti per 33,380,000 lire, oltre le anticipazioni avute di lire 4,733,039: e 500,000 lire dal re, e 300,000 dal Ministero. Poi Farini fu acclamato dittatore a Modena e Parma, dove promulgò lo Statuto e i Codici piemontesi, e cercò far detestare i caduti col far pubblicare le loro carte, anche domestiche. Stabilita la legge militare fra i quattro Stati, ne veniva conferita la capitananza a Garibaldi, che vi sostituì il generale Fanti.