Tirata l’Austria nella rete tesale, l’esercito passò il Ticino l’ultimo d’aprile 1859, capitanato dal generale Giulay, che non godeva la fiducia nè dell’esercito nè del paese. Perchè mai non si procedette colla maggiore rapidità, in modo da trovarsi sopra Torino e sotto Alessandria nel minor tempo possibile? Ben gl’Italiani avevano munito la sponda del Po con opere improvvisate, ma che valeano solo contro chi non le affrontasse; aveano rotte strade, allagate campagne; ma ciò intercettava alcuni, non tutti i passi.

Appena dichiarata guerra, il Piemonte alzò il grido d’allarme, e tosto l’imperatore dei Francesi dichiarò muovere in soccorso di re Vittorio, suo parente, aggredito dall’Austria. Ma l’esercito non era pronto; le strade del Moncenisio in quella stagione ancora ingombre di neve, e quasi inaccessibili alla cavalleria: il trasporto per mare lungo e faticoso. Il Piemonte potea disporre di non più di 64,000 soldati, 9400 cavalli e 120 cannoni; talchè, se grave era il pericolo, maggiore apparve il coraggio.

Ma gli Austriaci stettero accampati fra il Ticino e il Po, coi disgusti e i danni che reca inevitabilmente un esercito, massime di nemici, e nessuna importante fazione fu tentata.

Alcuni Francesi erano giunti a Genova sino dal 26 aprile; il 10 maggio si mosse da Parigi l’imperatore, il 12 sbarcò a Genova, in persona volendo per la prima volta capitanare una guerra, nella quale spiegò tutti i mezzi che danno le nuove invenzioni.

Qual tripudio fu a Torino allorchè v’arrivò l’esercito francese! era non solo la salvezza, ma la vittoria: e uniti procedettero verso il Ticino. Ognun capisce come la Lombardia stesse in febbrile ansietà, mentre combattevansi le sue sorti così davvicino; sebbene però se ne fossero ritirate tutte le truppe, non fece verun movimento. Ma il generale Garibaldi, a capo di un corpo franco, cominciò a volteggiare sulle rive del Ticino e del Lago Maggiore, lasciate scoperte dai Tedeschi, e varcatolo prese il forte di Laveno e s’avanzò verso Varese e Como (23-26 maggio), donde contava pel Lario spingersi a Bergamo e Brescia, e sollevando dappertutto le popolazioni, tagliare la ritirata agli Austriaci. L’esercito, continuando in avanti e fatta una stupenda conversione, presentò battaglia al nemico (3 giugno); il quale già era in ritirata per ripararsi alla sua linea militare, il Mincio e l’Adige. Il ponte di Boffalora minato, non saltò quanto bastasse per sospendere la marcia degli alleati, i quali, non misurando i sacrifizj d’uomini, potettero passare, e dare la battaglia di Magenta (4 giugno), ove restarono feriti o morti cinque generali tedeschi, 276 ufficiali, 5432 soldati; e dei Francesi perirono i generali Espinasse e Cler, feriti 246 ufficiali, 4598 soldati.

I Milanesi, come videro gli Austriaci difilare, in ordine sì ma in ritirata, vuotando il castello e la città, proruppero in esultanze e in quei disordini a cui gettasi una città abbandonata. Presto v’arrivarono commissarj regj; il Municipio proclamò re Vittorio Emanuele; i più destri s’accalcarono attorno a chi poteva largire posti, speranze, vendette, mentre i chiassoni facevano alzare barricate quando niun bisogno ve n’era, e i buoni studiavano ad allestire ospedali ove ricoverare le migliaja di feriti che giungeano dal campo. Da Magenta l’imperatore scrisse un memorabile proclama, ove diceva l’onore e gl’interessi della Francia avergli imposto di soccorrere l’assalito Piemonte; cercare egli gloria non da conquiste materiali, ma nel far libera una sì bella parte d’Europa: il suo esercito non avrebbe atteso che a combattere il nemico e mantenere l’ordine interno, senza porre ostacoli alla libera manifestazione dei voti legittimi, e concludeva esortando a volare sotto la bandiera di Vittorio Emanuele e non essere «oggi che soldati, per domani trovarsi liberi cittadini d’un gran paese».

Era un evidente appello alla insurrezione generale, ad armarsi tutti per l’acquisto dell’indipendenza dall’Alpi all’Adriatico.

L’esercito austriaco, nel cui comando a Giulay era succeduto Schlick, ritiravasi con tutti i suoi armamenti verso il Mincio, e l’aveva anche passato. Nel tempo stesso che l’esercito francese scendeva pel Cenisio, un altro corpo, sotto la direzione del principe Napoleone, era stato spedito per mare a Livorno, che (tacendo per ora l’intento politico) dovea per la Toscana risalire verso il Po, prendendo così di fianco gli Austriaci, stanziati a Bologna, a Ferrara, a Piacenza. Questi, forse nell’intento di serbarsi grossi per le battaglie decisive, abbandonarono quei posti, distruggendo i forti; talchè il principe Napoleone, senza ferir colpo, potè congiungersi all’imperatore sul Mincio. Il generale Canrobert era stato spedito verso Mantova. Il re di Sardegna col suo esercito formava l’ala sinistra, mirando alla fortezza di Peschiera: il centro era tenuto in linea estesa dai Francesi. In tali condizioni avvenne la battaglia di Solferino (24 giugno), ove si combattè l’intera giornata al sole bruciante; sul tardo, un’orrida procella parve crescere lo sgomento d’una delle maggiori stragi che la storia delle più accannite battaglie ricordi.

L’imperatore d’Austria si credette vinto, e ordinò la ritirata, abbandonando non più che una ventina di cannoni al nemico, e ripiegossi ancora dietro al Mincio. Gli alleati ben tosto passarono quel fiume (26 giugno), colla baldanza della vittoria e colla fiducia di nuove.

In questo mezzo gravi fatti erano succeduti. Il clero francese credette minacciata la podestà pontifizia; fu dunque mestieri chetarlo con esplicitamente assicurare che non era la rivoluzione che passasse le Alpi, bensì lo stendardo di san Luigi; e l’imperatore diramò una circolare ai vescovi promettendo che «il papa sarebbe rispettato in tutti i suoi diritti di governo temporale». Ma appena gli Austriaci lasciarono Bologna, le Legazioni si sollevarono, e vi si dichiarò la dittatura di Vittorio Emanuele. Appena l’esercito francese toccò il suolo toscano, Firenze tumultuò (27 aprile); il popolo cominciò a schiamazzare perchè si accettasse la bandiera tricolore: gli aristocratici intimarono a Leopoldo che abdicasse: il quale sentendosi circumvenuto, preferì partire, mentre sonavano le grida di Viva la guerra, Viva l’indipendenza, Viva Vittorio Emanuele. Buoncompagni dal verone della legazione sarda annunziò che il granduca avea abbandonato il paese, e il suo re provvederebbe alle sorti toscane e fece nominare un Governo provvisorio, e offrire la dittatura a Vittorio Emanuele. Anche la duchessa di Parma si ritirò, lasciando una reggenza che governasse a nome di suo figlio Roberto, e andava a ricoverarsi in paese neutro, e subito i Parmigiani alzavano le insegne italiane. A Massa e Carrara levasi rumore, e le occupano le milizie italiane, subito dichiarando la dittatura di Vittorio Emanuele; il duca protesta contro tale slealtà, e il Piemonte dichiara accettarne la responsabilità e tenersi in guerra col duca. Questi, istituita una reggenza, si ritira (11 maggio). Così il moto si propaga più di quello che avessero sperato coloro che gli aveano dato l’impulso.